Franco Mossoni, 58 anni, pregiudicato. Uccide la convivente a martellate, la avvolge nel cellophane, chiude il corpo in una cassa artigianale che sembra un macchinario scientifico e lo inabissa nel lago. Ritenuto parzialmente incapace, viene condannato con rito abbreviato a 20 anni di carcere e 10 di ricovero psichiatrico
San Pietro in Cariano (Verona), 20 Gennaio 2014
Titoli & Articoli
Gli sms, la barca, le bugie: Mossoni, il killer dai mille volti (Corriere del Veneto – 19 giugno 2014)
Il corpo di Federica Giacomini trasportato in auto come in un film di Quentin Tarantino
VICENZA – «Attenzione a non sottovalutarlo» avverte serio uno dei poliziotti che per mesi hanno lavorato al giallo della scomparsa di Federica Giacomini. Perchè il principale indiziato, il bresciano Franco Mossoni, sarà pure un pazzo furioso, uno che faceva furtarelli indossando buffe parrucche e barbe finte, che da giovane andava in giro in divisa presentandosi come il capo dell’Armata della destra internazionale e che in attesa della perizia psichiatrica disposta dal gip di Vicenza può «vantare » vecchi referti medici che gli attribuiscono una personalità bipolare. Ma è anche un uomo lucido e astuto, perfino affascinante – lo descrivono – uno sciupafemmine brillante e simpatico. Tutto porta a pensare che sia stato lui a uccidere Federica, 43 anni, la sua fidanzata che di lavoro faceva la pornostar col nome d’arte di Ginevra Hollander e che era sparita nel nulla all’inizio dell’anno.
Martedì è stata ritrovata dalla squadra mobile di Vicenza dentro a una strana bara di plastica adagiata sul fondale limaccioso del lago di Garda. Non ci fosse un cadavere steso sul lettino dell’istituto di medicina legale di Padova, potrebbe essere un film di Quentin Tarantino. Una storia in stile «Grindhouse», il documentario ispirato dal leggendario serial killer Ted Bundy, che tolse il sedile del passeggero del suo Maggiolone per caricare più comodamente le sue vittime. Anche Mossoni aveva fatto lo stesso, sradicando il posto del passeggero dalla sua Fiat Punto: lo vedevano guidare con accanto una sedia sdraio e nessuno poteva immaginare che quello era stato forse l’unico modo che aveva escogitato per caricare in macchina la «bara» lunga quasi due metri. I due vivevano da qualche mese in un appartamento di Vicenza ma la donna potrebbe essere stata uccisa intorno alla metà di gennaio mentre stava trascorrendo qualche giorno nella sua seconda casa, a Pescantina. Non ci sono tracce di sangue nell’abitazione, e questo fa pensare che sia stata ammazzata in qualche zona isolata, probabilmente con dei colpi alla testa. Il movente non è chiaro. Di certo Federica voleva lasciare quel partner instabile e violento, che in diverse occasioni aveva alzato le mani. E forse quando lei gli ha detto che era tutto finito, l’uomo si è scatenato. In fondo quello era «Mossoni il pazzo», che agiva d’impulso, come una furia.
Subito dopo, però, potrebbe essere entrata in scena un’altra delle sue personalità, quella di «Mossoni il furbetto», a tratti perfino geniale nel pianificare i crimini. Avrebbe costruito una cassa di plastica azzurra con un’intelaiatura di legno e metallo dalla quale spuntavano delle finte antenne, dei pulsanti e una «griglia» sul lato. Più che una bara, visto che all’interno ci avrebbe poi sistemato il cadavere, doveva somigliare a un misterioso macchinario scientifico, uno di quegli apparecchi che i tecnici utilizzano per i loro studi. Fingendosi un biologo, l’assassino si sarebbe fatto aiutare da un barcaiolo per sbarazzarsi del cadavere Gli sms, la bara e le bugie di Mossoni Il folle piano del killer dai mille volti Il corpo di Federica portato in auto, come in un film di Quentin Tarantino do di essere lei. Terminata la costruzione della cassa si sarebbe presentato a Castelletto di Brenzone, nel Veronese, probabilmente trasportando la bara in auto, al posto del sedile del passeggero. In paese diceva di essere un biologo e chiedeva che lo accompagnassero in barca fino al punto più profondo del lago. Noleggiato un piccolo motoscafo, si era fatto portare a qualche centinaio di metri dalla riva e lì aveva gettato la cassa con all’interno il corpo della fidanzata. «È un esperimento» aveva spiegato al marinaio, e lui ci aveva creduto per via di quell’insieme di antenne e pulsanti. Se è vero che è stato lui ad ammazzare la pornostar – al momento è indagato per omicidio volontario ma presto potrebbe scattare una misura più restrittiva – Mossoni ha calcolato tutto. Secondo gli investigatori, nei giorni successivi avrebbe continuato a farsi vedere a Castelletto, forse per verificare che la cassa rimanesse ben adagiata sul fondo.
C’è chi racconta che si sarebbe perfino camuffato con parrucca e una barba posticcia. Il film dell’orrore, sarebbe anche potuto finire così: un cadavere in fondo al lago e un killer che nessuno avrebbe mai scoperto. E invece pochi giorni dopo, il 15 febbraio, era tornato «Mossoni il pazzo» che, travestito da Rambo, aveva fatto irruzione all’ospedale di Vicenza minacciando una guardia con una pistola giocattolo. Dopo averlo fermato e portato in una struttura per malati di mente, la squadra mobile aveva scoperto che a pagargli l’affitto era una certa Federica Giacomini, di cui però non c’era traccia. «Ci siamo lasciati, non so che fine abbia fatto», si era giustificato lui. A incastrarlo sono state le chiamate fatte a Brenzone, riportate nei tabulati telefonici. Di fronte alle domande dei poliziotti, il noleggiatore della barca s’era ricordato di quel biologo accompagnato al largo a fine gennaio e della strana cassa gettata in acqua. Per giorni, con l’aiuto dei Volontari del Garda specializzati nel recupero di reperti sommersi, i sonar hanno scandagliato il fondale alla ricerca di qualunque oggetto, trovando perfino una scatoletta di tonno finita laggiù chissà quando. Il «macchinario» gettato dal misterioso scienziato era ancora lì, a cento metri di profondità. Recuperata la cassa con i poveri resti di Federica Giacomini, resta da chiarire se davvero sia stata tutta opera di Franco Mossoni oppure (ma è poco probabile) se abbia avuto un complice. Il finale di questa storia che pare un film pulp, in fondo, è ancora da scrivere. (di Andrea Priante e Benedetta Centin)
Ex attrice hard uccisa, la famiglia contro lo Stato (Brescia Oggi – 8 gennaio 2015)
Il duro affondo dei legali: «Mossoni era una minaccia ma è stato lasciato libero di tornare ad ammazzare»
Franco Mossoni era in grado di intendere, e parzialmente anche di volere, quando un anno fa ha ucciso la sua fidanzata Federica Giacomini, ex porno star di Desenzano prima di infilarne il cadavere in una scatola che gettò in fondo al lago di Garda, davanti a Castelletto di Brenzone. Lo ha stabilito il perito del tribunale, Maurizio Baciga, incaricato dal giudice di Verona Rita Caccamo di stabilire lo stato di salute psichica dell’operaio camuno 55 anni, da mesi ricoverato nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia su ordine del giudice di Vicenza Stefano Furlani, che aveva accolto la richiesta del pubblico ministero Silvia Golin, prima che le indagini venissero trasmesse a Verona.
Lo psichiatra è giunto alle stesse conclusioni del consulente della famiglia della vittima, il professor Giorgio Rizzato, ritenendo anche che Mossoni sia molto pericoloso socialmente. Questo significa che il 55enne può essere processato per omicidio e occultamento di cadavere. Ma anche che l’operaio di Malegno, già condannato per l’assassinio di un presunto rivale in amore avvenuto trent’anni fa a Breno, ricoverato in una struttura psichiatrica e poi rimesso in libertà perchè ritenuto guarito, è rimasto una minaccia per la società. Una circostanza che ha spinto gli avvocati Paolo Mele senior e Luca Tessarolo, che assistono i genitori della 43enne ad annunciare una causa contro lo Stato.
Gli esperti hanno sottolineato come Mossoni si sia comportato da «folle» in diverse circostanze, come quanto vestito da Rambo minacciò una guardia giurata dell’ospedale di Vicenza, dove viveva, nel febbraio scorso; o quando chiese un incontro per costituirsi a parco Querini al vicequestore Michele Marchese, che comanda la squadra mobile di Vicenza che lo ha arrestato e, con la seconda sezione dell’ispettore superiore Roberto Minervini, ha scoperto il cadavere. Comportamenti certo non equilibrati, ma all’esito della perizia Mossoni è imputabile. Mossoni – difeso dall’avvocato camuno Gerardo Milani – è l’unico indagati per la morte di Federica, che era scomparsa nel nulla nel gennaio di un anno fa.
Il caso si era aperto dopo il blitz in ospedale e la cattura di Mossoni da parte della polizia il 16 febbraio.
Gli inquirenti infatti, al termine degli accertamenti, arrivarono a capire che l’uomo divideva, proprio di fronte all’ospedale berico, un appartamento con Federica Giacomini (alias Ginevra Hollander, attrice hard) di cui i genitori avevano denunciato la scomparsa da Desenzano. Da qui l’avvio delle indagini che avevano portato al ritrovamento del cadavere.
Il delitto si sarebbe consumato nella casa di Mossoni a Corrubbio di Negarine a San Pietro in Cariano. Il movente del delitto, invece, non è mai stato chiarito dagli inquirenti ma potrebbe emergere eventualmente davanti al giudice, se Mossoni deciderà di collaborare con gli inquirenti. Quello che è certo è che difficilmente uscirà dall’ospedale psichiatrico, vista la sua pericolosità. «Che doveva essere accertata in passato, e non consentirgli di tornare libero e di tornare a uccidere» afferma l’avvocato Mele. (D. NE.)
Pornostar uccisa, Franco Mossoni: “Sono stato io, Federica Giacomini mi trattava male” (Vicenza Today – 28 maggio 2015)
Davanti al giudice per le indagini preliminari di Verona, Franco Mossoni ha confessato di aver ucciso Federica Giacomini, l’ex pornostar conosciuta con il nome d’arte di Ginevra Hollander con cui conviveva a Vicenza. Come riportato nella versione cartacea de Il Giornale di Vicenza, in tribunale l’uomo ha ammesso l’omicidio, avvenuto dopo un litigio.
Durante il racconto di quella notte, interrogato dagli avvocati della famiglia della vittima, Mossoni ha poi confessato anche l’occultamento di cadavere. Il corpo di Federica Giacomini venne infilato all’interno di una scatola metallica e gettato nel punto più profondo del lago di Garda. Mossoni ha, però, raccontato che la scelta del punto in cui inabissare il cadavere fu casuale. Nonostante lo stato mentale dell’imputato, che alterna momenti di lucidità ad altri di grande confusione mentale, il prossimo 9 settembre avrà luogo il processo secondo il rito abbreviato, come richiesto dagli avvocati di Mossoni. (di Pietro Zanella)
“Mi trattava male”: confessa il killer della pornostar (Today – 28 maggio 2015)
Franco Mossoni, l’ex compagno di Federica Giacomini, accusato di averla uccisa e di aver occultato il cadavere gettandolo nel lago di Garda, ha confessato davanti al giudice per le indagini preliminari
Davanti al giudice per le indagini preliminari di Verona, Franco Mossoni ha confessato di aver ucciso Federica Giacomini, l’ex pornostar conosciuta con il nome d’arte di Ginevra Hollander con cui conviveva a Vicenza. Come riportato nella versione cartacea de Il Giornale di Vicenza, in tribunale l’uomo ha ammesso l’omicidio, avvenuto dopo un litigio.
Durante il racconto di quella notte, interrogato dagli avvocati della famiglia della vittima, Mossoni ha poi confessato anche l’occultamento di cadavere. Il corpo di Federica Giacomini venne infilato all’interno di una scatola metallica e gettato nel punto più profondo del lago di Garda. Mossoni ha, però, raccontato che la scelta del punto in cui inabissare il cadavere fu casuale. Nonostante lo stato mentale dell’imputato, che alterna momenti di lucidità ad altri di grande confusione mentale, il prossimo 9 settembre avrà luogo il processo secondo il rito abbreviato, come richiesto dagli avvocati di Mossoni.
Delitto di Corrubbio, Mossoni ai giudici: “Ho pregato per fare tornare Federica in vita” (Verona Sera – 28 maggio 2015)
Delitto di Federica Giacomini: all’udienza preliminare l’unico imputato, Franco Mossoni, ha raccontato i suoi giorni di delirio prima di disfarsi del cadavere
Si è tenuta l’udienza preliminare contro Franco Mossoni, accusato dell’omicidio di Federica Giacomini, la pornodiva ritrovata morta nelle acque del lago di Garda nella primavera del 2014. L’uomo, cinquantaseienne, è apparso invecchiato, ma lucido di fronte ai giudici. I familiari della donna uccisa chiedono che Mossoni non faccia più male a nessuno.
“Ho avuto la visione di tra albanesi che mi attaccavano. Io mi sono difeso con un martello. Il ricordo successivo è quello di Federica fra le mie braccia morta, con il cranio sfondato. Poi sono andato in riva al fiume a pregare in un miracolo. Volevo che Dio me la riportasse indietro”. Questo è il racconto riportato dal quotidiano L’Arena. Questo sarebbe, dunque, ciò che è rimasto in mente a Franco Mossoni dell’omicidio della sua compagna. Solo tornato a casa, a Corrubbio di Negarine, l’uomo si sarebbe accorto che la donna era morta davvero. Secondo la sua ricostruzione, Mossoni sarebbe rimasto accanto al cadavere di Federica per un giorno e mezzo, guardando la tv. Proprio in televisione avrebbe visto un programma sugli oceani, convincendosi di essere un biologo marino. A questo punto, sarebbe uscito per acquistare l’occorrente per costruire una bara, che nella sua mente sarebbe stata in realtà una “cassa per ricerche oceanografiche”. In questo momento di non lucidità, Mossoni si sarebbe convinto che il corpo della sua compagna fosse una sonda per studiare gli oceani. Così, assumendo lo pseudonimo di Franco Flakan, l’uomo avrebbe chiesto a un noleggiatore di barche di portarlo in acqua a qualche centinaio di metri dal molo di Castelletto di Brenzone. Qui avrebbe fatto inabissare la cassa con il corpo di Federica Giacomini, ritrovata quattro mesi dopo.
Come riporta L’Arena, Franco Mossoni sarebbe stato riconosciuto dall’ultima perizia psichiatrica “totalmente capace di intendere ma parzialmente incapace di volere”. Per bocca del loro avvocato Paolo Mele, la famiglia Giacomini ha dichiarato di non essere interessata al numero di anni della condanna di Mossoni, ma solo che l’uomo non possa più fare del male ad altri, come accaduto prima ancora dell’omicidio di Federica. Il legale ha anche annunciato: “Chiederemo un risarcimento concreto, non simbolico e ci muoveremo in altre sedi per chiarire le responsabilità di chi l’ha avuto in cura e non ne ha compresa la reale pericolosità”. Mossoni, infatti, è da tempo considerato un soggetto pericoloso. La sentenza è stata rinviata a settembre, quando l’uomo verrà giudicato con rito abbreviato.
Delitto di Corrubbio: Mossoni condannato a 20 anni per l’omicidio di Federica Giacomini (Verona Sera – 10 settembre 2015)
Franco Mossoni dovrà scontare 20 anni di carcere e 10 di misura di sicurezza in una struttura sanitaria. Il 9 settembre è arrivata la condanna per l’omicidio dell’ex pornostar bresciana
Il pomeriggio del 9 settembre è arrivata la prima sentenza sul cosiddetto delitto di Corrubbio, che riguarda la morte e l’occultamento di cadavere di Federica Giacomini, una donna bresciana con un passato da pornostar. L’unico accusato, Franco Mossoni, suo ex compagno, è stato condannato a 20 anni di carcere più 10 anni di misura di sicurezza in una struttura sanitaria. Tuttavia, l’uomo finirà dietro le sbarre solo se e quando la condanna sarà confermata dal terzo grado di giudizio, fino ad allora, Mossoni dovrà stare in una struttura sanitaria.
Come si legge su L’Arena, il Pm Marco Zenatelli aveva chiesto per Mossoni l’ergastolo, ma il rito abbreviato e le attenuanti generiche hanno evitato il massimo della pena. Secondo il giudice Guido Taramelli, Franco Mossoni sarebbe “parzialmente incapace di intendere e volere“. Un’etichetta condivisibile se si pensa alle dichiarazioni di Mossoni su come si sono svolti i fatti nell’inverno del 2014. Tuttavia, come fa notare il quotidiano L’Arena, avendo l’uomo già 57 anni, seppure abbia scampato l’ergastolo, se la condanna dovesse diventare definitiva, cosa molto probabile, Mossoni potrebbe passare il resto della sua vita dietro le sbarre.
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In memoria di
Delitto Giacomini: Pena confermata per Mossoni (l’Arena – 8 aprile 2017)
La Corte d’Assise d’Appello di Venezia ha confermato ieri la sentenza di primo grado a carico di Franco Mossoni, 59 anni: 20 anni di reclusione e altri 10 di misura di sicurezza. Il bresciano, che è seminfermo di mente, è stato ritenuto responsabile dell’omicidio di Federica Giacomini, 43 anni, vicentina, sexy star con il nome di Ginevra Hollander. Dovrà risarcire i genitori della vittima con 200 mila euro. Vivevano insieme a Verona: roso dalla gelosia e annebbiato dai suoi disturbi mentali, nel gennaio 2014 l’imputato uccise l’ex fidanzata e poi cercò di far sparire il corpo seppellendolo, dentro una cassa, in fondo al lago di Garda. La polizia e la procura di Vicenza ricostruirono l’accaduto recuperando la salma e arrestando il killer. L’avv. Paolo Mele senior, che tutela la famiglia della vittima, spiega che chiederà i danni allo Stato.
Il delitto della sexy star: “Piano studiato, altro che tempesta emotiva” (il Gazzettino – 3 marzo 2019)
Può una «tempesta emotiva e passionale» giustificare una consistente riduzione di pena per l’autore di un femminicidio? Dipende: in un caso avvenuto a Riccione, sì; per una vicenda accaduta sul Garda, no. A dirlo sono due sentenze, depositate in questi giorni e dall’esito opposto, per cui il responsabile dell’assassinio in Romagna ha ottenuto quasi il dimezzamento della condanna, mentre il killer di un’ex pornostar padovana se l’è vista confermare per intero. A far discutere ieri è stata la notizia riguardante il 57enne Michele Castaldo, reo confesso del delitto di Olga Matei, la 46enne di origine moldava con cui aveva una relazione da un mese e che strangolò il 5 ottobre 2016 a Riccione. In primo grado l’imputato era stato condannato a 30 anni dal giudice per l’udienza preliminare di Rimini, per omicidio aggravato dai motivi abietti e futili. Ma la Corte d’assise d’appello di Bologna, pur riconoscendo l’aggravante, ha concesso le attenuanti generiche e ridotto la pena a 16 anni. Nelle motivazioni del verdetto viene spiegato che la decisione deriva in primo luogo dalla valutazione positiva della confessione. Ma non solo: sebbene la gelosia provata dall’uomo fosse un sentimento «certamente immotivato e inidoneo a inficiare la sua capacità di autodeterminazione», il tormento determinò in lui, «a causa delle sue poco felici esperienze di vita», quella che il perito psichiatrico definì una «soverchiante tempesta emotiva e passionale», che «si manifestò subito dopo anche col teatrale tentativo di suicidio». Contrapposte le valutazioni delle parti. «I termini per il ricorso in Cassazione da parte della Procura ci sono», dice l’avvocato Lara Cecchini, difensore della sorella della vittima, Nina, che parla di «ingiustizia». «Quelle parole vanno intese in senso ampio e leggendo le perizie dei professionisti che si sono occupati del caso», ribatte l’avvocato Monica Castiglioni, difensore di Castaldo, ammettendo tuttavia che le espressioni usate sono «forse un po’ infelici»
Peraltro si tratta di parole del tutto analoghe a quelle citate nel pronunciamento con cui la Cassazione ha invece respinto il ricorso del 60enne Franco Mossoni, condannato a 20 anni sia dal gup di Verona che dalla Corte d’assise d’appello per l’assassinio della 43enne Federica Giacomini, in arte Ginevra Hollander, le cui spoglie riposano a Vigonza, dove vive la sua famiglia. Secondo la sentenza ormai definitiva, l’ex attrice a luci rosse venne ammazzata intorno al 20 gennaio 2014, ma la data non è certa in quanto i suoi genitori ne denunciarono la scomparsa il 5 marzo e solo il 18 giugno il suo corpo venne rinvenuto sul fondale del lago di Garda. Il cadavere, che presentava il cranio fracassato da numerosi colpi, fu ritrovato all’interno di una specie di bara, che Mossoni aveva inabissato dopo aver preso a noleggio una barca fingendosi un biologo interessato ad effettuare alcuni esperimenti scientifici, mediante una presunta sonda contenuta proprio in quella cassa. «Il delitto ricorda la Suprema Corte era stato causato dalla decisione della donna di lasciare l’imputato, con il quale conviveva da circa nove anni, determinazione che avrebbe fatto perdere al Mossoni ogni legame affettivo e la possibilità del mantenimento economico». Agli ermellini, la difesa aveva chiesto di riconsiderare la gravità del reato, sottolineando che «il perito inizialmente nominato aveva ritenuto che il fatto fosse frutto d’un agito mosso da una tempesta emotivo-passionale». Ma la Cassazione ha reputato corretta la valutazione operata dai giudici dei primi due gradi, secondo cui il femminicidio è legato «ad un contesto d’azione caratterizzato da lucidità, adeguatezza e consequenzialità e non all’impulso orientato e stimolato dal puro impeto incontrollabile». Si legge ancora nelle motivazioni: «Anche i riferimenti al concetto di tempesta emotiva non valgono a incrinare il ragionamento svolto e la decisione assunta», quella cioè di inquadrare il delitto come effetto di un dolo di proposito e non di un dolo d’impeto, dunque riconducibile «a un piano studiato e non ad una iniziativa estemporanea frutto di una psiche solo malata».
LE POLEMICHE. Inevitabili le polemiche politiche. Un’indignazione trasversale, che va dalla ministra salviniana Giulia Bongiorno («Non ho nessuna nostalgia del delitto d’onore») all’assessore emiliana dem Emma Petitti («La gelosia non può essere una attenuante»), passando per la senatrice azzurra Licia Ronzulli («Come fanno le donne a fidarsi delle istituzioni?»). (di Angela Pederiva)






