Domenico “Mimmo” Raco, 39 anni, pasticcere ed elettricista, ex guardia giurata. Uccide con una coltellata al cuore un’amica di cui è invaghito, poi dà fuoco alla macchina e si suicida tra le fiamme
Torvaianica (Roma), 14 Giugno 2019
Titoli & Articoli
Il giallo dei due bruciati racchiuso in 5 minuti. Il compagno resta libero (il Giornale – 16 giugno 2019)
Domenico è in auto con Maria e manda un whatsapp. Poco dopo il fuoco. Ma l’alibi regge
Cinque minuti. Forse meno. Il giallo dei due cadaveri carbonizzati a Torvaianica è tutto concentrato nel tempo di un caffè al bar. Alle 8,28 di venerdì la vittima numero due, Domenico Raco, 39 anni, si collega per l’ultima volta alla chat delle sorelle di Maria Corazza, 48 anni, vittima numero uno. Alle 8,33 la prima chiamata ai vigili del fuoco per l’auto in fiamme. A quel punto Maria e Domenico sono già morti. La prima sul sedile posteriore, l’altro su quello anteriore, stesso lato. Una posizione che lascia pochi dubbi sul perché la coppia si trovasse in aperta campagna alla periferia della cittadina balneare. Erano già assieme quando il 39enne si connette ai social?
Sempre di cinque minuti, il tempo di un caffè al bar, è l’alibi di Maurizio Di Natale, 55 anni, rappresentante di vernici per auto. A confermarlo è un suo amico e collega di Santa Palomba, Mimmo. L’uomo viene interrogato a lungo nella caserma dei carabinieri di Pomezia. Assieme ad altri due personaggi è lui a ripetere quanto già messo a verbale da Di Natale. L’uomo resta, così, una persona informata dei fatti. Un interrogatorio davanti al pm, il suo, che avrebbe snervato chiunque. Tutti tranne Di Natale. Freddo, lucido, l’uomo si è difeso con serenità. «Non sono stato io». Mai una contraddizione, tanto da andarsene via. Libero di tornare dalla figlia che lo aspetta da ore. Libero, per gli inquirenti, di commettere un errore. Un elemento chiave, coperto dal segreto istruttorio, avrebbe messo carabinieri e magistrato sulla strada giusta per risolvere il caso. Un passo falso proprio nella ricostruzione, minuto per minuto, della mattinata del 55enne, dal momento che lascia assieme a Maria la ragazzina davanti scuola, la media statale Orazio, a quando viene rintracciato dai militari e portato in caserma.
In attesa dell’autopsia sui corpi che potrebbe chiarire molte cose (la coppia ha fumo nei polmoni?), quella del delitto passionale è la pista più battuta. L’unica telecamera in funzione nella zona non avrebbe registrato il passaggio della sua Fiat 500 L confermando la tesi che a seguire Maria e Domenico non sia stato Di Natale. Almeno non con la sua auto. Altre persone potrebbero aver eseguito il piano studiato a tavolino per vendicare il tradimento. Gli stessi amici che confermano l’alibi?
Certo è che Raco, originario di Molochio, Reggio Calabria, in paese qualche nemico se l’era fatto. Mariti, compagni e fidanzati traditi. Elettricista, un passato da guardia giurata, Raco a Pomezia faceva il pasticcere. Non ufficialmente. Ospite di uno zio in via Montevideo, Torvaianica mare, l’altra mattina avrebbe aspettato Maria sotto casa. Sono quattro chilometri di distanza da via San Pancrazio, dov’è avvenuto il dramma. Sette minuti da percorrere con la Fiesta di mamma Giuseppa.
Per i carabinieri i due si sarebbero visti prima del collegamento in chat, dopo le ore 8,15. Ci vogliono 17 minuti, difatti, per arrivare dalla scuola di Pomezia a casa di Raco, 10 chilometri. Alle 8,20 sono assieme, alle 8,28 si fermano nella parallela di via Siviglia al Martin Pescatore. È l’ora in cui legge Whatsapp. Cinque minuti al massimo e i due vengono ammazzati.
Altra pista, altro scenario. Domenico e Maria stanno per chiudere la loro relazione segreta. Lei non vuole continuare a vedere l’amico di famiglia. Lui non ci sta e la uccide. Come? La pistola d’ordinanza l’ha riconsegnata da tempo. Forse la strangola, poi cosparge i sedili di benzina e appicca il fuoco. Ipotesi che solo gli esami di laboratorio sui materiali bruciati e le autopsie, che saranno eseguite in settimana a Tor Vergata, potranno confermare.
Torvaianica, Mimmo tra lavori saltuari e l’amore per le donne: «Sono la mia passione» (il Mattino – 16 giugno 2019)
Non era il lusso, scandito dagli abiti costosi o dalle auto importanti, l’aspetto che più di altri lo affascinava. Domenico Raco, chiamato il calabrese, nato 39 anni fa a Molochio un paese di neanche 3 mila abitanti nel cuore dell’Aspromonte, amava piacere agli altri. Questa era la sua più grande gratificazione: circondarsi di amici e far girare la testa alle belle donne.
Senza necessariamente stringere relazioni sentimentali con loro ma capire facendoselo all’occorrenza bastare che con una semplice battuta o un sorriso, mostrato in un determinato modo, aveva già fatto breccia nel cuore di qualcuna. Bastava solo questo a farlo sentire bene. Tanto è vero che anche in un post su Facebook, rispondendo a un’amica, confessava: «Le donne? Sono la mia passione». Maria potrebbe aver occupato un ruolo però importante, secondo la nipote Cinthia i due «si frequentavano».
A Torvaianica ci viveva da meno di dieci anni e ci era arrivato, lasciando la Calabria dove non trovava un lavoro e il futuro sembrava scandito da una incertezza perenne, per assistere la sorella colta da un handicap e la nipote. Voleva dare una mano perché, in fondo, nonostante l’inclinazione da Casanova non aveva quella malizia dei seduttori incalliti né il physique du rôle del don Giovanni quanto più un carattere docile, allegro e di compagnia che cercava forse, con ogni probabilità, del semplice affetto per riempirsi la vita. Per circa 5 anni ha fatto la guardia giurata in un istituto bancario dell’Eur, poi una volta scaduto l’appalto e senza che la società rinnovasse il contratto, ha iniziato una serie di lavoretti saltuari: dall’elettricista al factotum per amici e conoscenti fino al pasticcere senza però un regolare contratto in un’attività del litorale.
Quattro mesi fa, come raccontano i parenti, arrivati ieri pomeriggio da Molochio, aveva riconsegnato la pistola che gli era stata data dall’agenzia per la quale lavorava. «Non sapeva che farsene raccontano in casa poi era pericolosa non la voleva». Le sue giornate erano scandite dalle commissioni, che svolgeva non solo per la sorella e la nipote ma anche per quella nutrita rete di amici e conoscenti con cui trascorreva le domeniche, le gite fuori porta, i giorni liberi al mare.
Tra loro ci sono quasi tutti i componenti della famiglia di Maria: le sorelle, una su tutte, alcune nipoti della donna che commentavano con ilarità le sue foto su Facebook, e anche Maurizio, il compagno della vittima, con cui era solito trascorrere le serate in compagnia di altri amici e del buon cibo.
Proprio Maurizio lo chiamava Il capo e quest’altro appellativo lo si legge una foto postata dal compagno di Maria che lo ritrae insiene a Raco e Mimmo, amico della vittima e ad oggi testimone chiave per l’alibi del compagno della donna. Tutti e tre insieme felici e sorridenti in una delle tante serate vissute quando la tragedia era ancora lontana. Solo lo scorso weekend Domenico Raco, fisico imponente, pizzetto tagliato con precisione, un bracciale d’oro al polso destro e a volte un anello al mignolo, si trovava in Calabria dove era arrivato per il 18esimo compleanno di un’altra nipote. La famiglia aveva insistito perché si fermasse qualche altro giorno. Invece Domenico è ripartito per Torvainica e adesso nella villetta che abitava con la sorella e la nipote dove la speranza di trovarlo da qualche parte ancora vivo non si è ancora spenta si rincorre un unico pensiero: «Se fosse rimasto qualche altro giorno a Molochio questo dramma non sarebbe accaduto».
Torvaianica, quel post di Domenico su Fb: una lapide e la scritta «Qui giace l’amore che lega anche dopo la morte» (il Mattino – 16 giugno 2019)
Tante foto, tutte in posa, nella pagina Facebook di Domenico Ananino alias Domenico Raco. Poi il post del 4 giugno: è la foto di una lapide su cui è scritto «Qui giace l’amore che lega anche dopo la morte» . Un messaggio triste: i suoi amici chiedono «che succede?», ma non c’è risposta. Un post misterioso, pubblicato pochi giorni prima di morire insieme a Maria Corazza e venir ritrovato carbonizzato all’interno di un’auto a Torvaianica.
Torvaianica, il mistero della benzina Gli ultimi attimi di Maria e Domenico (Corriere della Sera – 18 giugno 2019)
Ricostruiti gli spostamenti dei due amici nella mattinata di venerdì scorso, prima del rogo che li ha uccisi entrambi. Le autopsie rinviate a sabato prossimo. Raco aveva manifestato agli amici più stretti intenzioni suicide
Quando l’hanno visto salire sulla Fiesta di Maria Carozza, Domenico Raco non aveva niente fra le mani. Soprattutto non reggeva né bottiglie né taniche o contenitori di altro genere. Insomma, non aveva con sé il liquido infiammabile che solo qualche minuto più tardi, secondo l’ipotesi seguita fino a questo momento dai carabinieri, avrebbe utilizzato per incendiare la vettura, uccidere la 46enne e togliersi la vita. È quanto emerge dalle testimonianze raccolte dai militari dell’Arma fra chi ha assistito all’ultimo incontro fra Maria e Domenico venerdì mattina fuori da una carrozzeria di Pomezia dove Raco aveva portato a far riparare l’auto di un amico. Uno dei tanti favori che il 39enne, ex guardia giurata, poi elettricista e pasticcere, faceva alle persone a lui più vicine.
Ma chi indaga non esclude che in realtà possa aver utilizzato quella vettura per trasportare liquido infiammabile nelle campagne di via San Pancrazio, a Torvaianica, prima di accompagnarci anche Maria. Forse Raco aveva già progettato tutto, un omicidio-suicidio premeditato da tempo. Ad avvalorare questa ipotesi ci sarebbero anche le confidenze fatte dal 39enne ad amici e conoscenti nelle ultime settimane di un disagio personale, se non proprio di una volontà di farla finita. Perché? Non è ancora chiaro del tutto, ma alla luce di quanto accaduto venerdì, questo fatto avvalora la pista principale seguita dai carabinieri, ovvero quella di un omicidio-suicidio. Ecco perché ha una particolare importanza la ricostruzione della mezz’ora – forse anche meno – trascorsa insieme da Maria e Domenico. Video e testimonianze escluderebbero la presenza di terze persone, anche solo incontrate durante quei 30 minuti.
Dopo aver accompagnato la figlia tredicenne a scuola per l’esame di terza media e dopo aver salutato il compagno Maurizio, la 46enne è passata in carrozzeria per prendere Raco. Che si vedessero – come che si scambiassero messaggi nella chat di famiglia dei Carozza – non era una novità, erano amici, e lo stesso 55enne padre dell’adolescente ne era al corrente. Quello che invece manca da accertare è il motivo della loro deviazione verso le campagne di Torvaianica, in un luogo non isolato, comunque con villette a poche centinaia di metri. Maria è stata costretta ad andarci? E lì è stata aggredita? È possibile, viene spiegato dagli investigatori. Forse è stata colpita con una bottiglia. Alcuni frammenti di vetro sono stati recuperati dai carabinieri e saranno analizzati. Ma le risposte decisive arriveranno dalle autopsie. L’incarico ai medici legali è stato affidatodal pm solo ieri mattina, gli esami dovrebbero cominciare sabato prossimo al Policlinico di Tor Vergata. Ancora una settimana di attesa, prima di sapere davvero come Maria e Domenico sono morti. (di Rinaldo Frignani)
Non c’è nessuno che ha colpito a morte Domenico Raco, uccidendo poi anche Maria Corazza e dando fuoco a entrambi i cadaveri. C’è solo la disperazione di un uomo solo che, con molta probabilità, sentendosi rifiutare dalla donna di cui si era innamorato, ha deciso di punirla e poi di uccidersi. Nei suoi polmoni, i medici dell’équipe guidata dal professor Giovanni Arcudi, hanno trovato tracce considerevoli di monossido di carbonio: Raco, il 39enne, nato a Molochio (un piccolo paesino di neanche 3 mila anime nel cuore dell’Aspromonte), è morto esalando i fumi del rogo che, quasi certamente, lui stesso ha appiccato dopo aver pugnalato a morte la donna che venerdì 14 giugno lo era passato a prendere dal meccanico ignara di quello che le sarebbe capitato di lì a poco.
Dopo il susseguirsi di indizi e prove sommarie, arrivano ora le prime certezze per chiarire il giallo di Torvaianica. E la storia è una di quelle tra le più crudeli. Un omicidio-suicidio passionale dove la disperazione ha lasciato campo libero alla crudeltà più feroce, animale. Ieri tra le sale dell’istituto di Medicina legale dell’università Tor Vergata è stata svolta l’autopsia sul corpo del “calabrese”, così era chiamato Raco tra gli amici, e gli esami non mentono: l’uomo è morto a causa delle fiamme. Sul suo corpo gli specialisti non hanno trovato alcuna ferita, solo i suoi polmoni collassati per il monossido. Riscontri validi per sostenere il suicidio. Ma c’è dell’altro, a riprova dell’omicidio della donna.
Oltre al video che lo riprenderebbe, a poche ore dal folle gesto, intento ad acquistare una bottiglia di olio e 15 euro di benzina riempiendo una tanica da quasi 10 litri al distributore “Agip” di via Danimarca – elemento che rafforzerebbe l’ipotesi della Procura di Velletri e dei carabinieri del Nucleo investigativo di Frascati sulla premeditazione adottata dall’uomo – nella Ford Fiesta guidata dalla Corazza, 48 anni, i militari dell’Arma hanno rinvenuto un grosso coltello.
Non il solito arnese che è facile scoprire nel cassetto di una qualche cucina, ma un fendente dalla lunga lama che con molta probabilità è stato usato da Raco per uccidere la donna prima di darle fuoco e suicidarsi. La Procura, guidata da Francesco Prete, tende a ricostruire così la dinamica di quella mattina anche perché sul corpo della Corazza, all’altezza dello sterno, è emersa da una prima analisi un’ampia ferita d’arma da taglio. Bisognerà, tuttavia, aspettare lunedì quando anche su di lei sarà condotto l’esame autoptico per poter dire con esattezza se la ferita, forse mortale, le sia stata inferta proprio con quel coltello. Difficile, comunque, poterne dubitare.
Forse quest’epilogo – la certezza che Raco l’abbia pugnalata a morte prima di cospargere il suo corpo con la benzina e bruciarla –, potrebbe confortare in parte la famiglia di Maria, che per vivere faceva le pulizie nel deposito dell’Eni a Santa Palomba, che si era esposta con le banche per poter acquistare una nuova casa dove vivere insieme alla figlia e al compagno Maurizio. Relazione tra le più normali, la loro. Con le ombre che – puntuali – scandiscono la quotidianità di ogni rapporto durevole. «Spero soltanto che mia sorella – ha raccontato Angela Corazza – sia morta prima e non per le fiamme». Troppo difficile sopportare anche questo e provare a immaginare quegli attimi, il dolore patito dalla donna prima di esalare il suo ultimo respiro.
E ciononostante si dovrà trovare la forza di accettare, nell’eventualità, che Raco – l’amico di tutta la famiglia Corazza, quello che da 15 anni viveva le loro case ed era entrato nelle loro vite –, abbia trovato il coraggio e la forza di accoltellarla e poi di bruciarla prima di lasciarsi morire tra le fiamme. Perché lo ha fatto? Perché lei lo rifiutava o aveva smesso di dedicargli le attenzioni nelle quali la sua mente si era rifugiata. Che tra i due ci fosse della simpatia, del tenero, è emerso dai messaggi, dalle frasi sussurrate dagli amici agli inquirenti. Dai dettagli che Raco stesso ha lasciato dietro di sé – nella macabra rivisitazione di una favola di Charles Perrault – come i post su Facebook o le confidenze di istinti suicidi affidate a un amico.
La verità oscilla tra questi due estremi: l’affetto mostrato dalla donna è stato mal interpretato e nel momento in cui Raco ha palesato il suo reale interesse, non è riuscito a sopportare il rifiuto. Oppure i due avevano davvero una relazione clandestina destinata però a finire. Quale che sia la verità, ce n’è comunque un’altra innegabile. Ed è quella che si legge ancora sul terreno bruciato di via San Pancrazio, tra l’entroterra di Pomezia e il litorale di Torvaianica. (di Camilla Mozzetti)





