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Fabiano Visentini, 41 anni, disoccupato con problemi di alcol e droga, pregiudicato per lesioni. Uccide a calci e pugni la convivente ma non ricorda. Condannato a 14 anni di reclusione, suicida in carcere

Pietra Ligure (Savona), 18 Giugno 2014

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Titoli & Articoli

Sette anni fa litigò col padre e lo accoltellò al torace (Alassio Futura – 18 giugno 2014)

 

Uccisa con ferocia: torace sfondato (La Stampa – 19 giugno 2014)
L’autopsia conferma i peggiori timori: Alba Varisto è stata massacrata senza pietà. Oggi l’accusato dal giudice
Delitto di Pietra. L’ex infermiera Alba Varisto, 59 anni, uccisa dal convivente Fabiano Visentini di 41, è stata vittima di un’esplosione di violenza, cieca e feroce. Un corpo martoriato di colpi: pugni ma anche calci, sferrati forse quando la vittima era già a terra. Tanta violenza da sfondare le costole, spaccare la mascella e un braccio. Un attacco di furia omicida che l’autopsia, eseguita ieri dal medico legale Marco Canepa, ha rivelato in tutta la sua angosciante crudezza. Con una ulteriore conferma, quella della «x» tracciata sul petto della vittima con un oggetto tagliente, forse quando Alba Varisto era già senza vita. O comunque in agonia. Gli inquirenti, che vicino al corpo hanno trovato anche alcuni frammenti di vetro di cui si sta cercando di capire la provenienza, non escludono che sia stato proprio un «coccio» a lasciare quelle due abrasioni, lunghe una trentina di centimetri.
Una vicina di casa ha raccontato di aver sentito un rumore molto forte, poi un tonfo e poi più nulla. Alcune lesioni alla testa e al volto di Alba, compatibili con un impatto contro una superficie ampia e piana, sono coerenti con questi indizi: è possibile, anche dalle tracce trovate sulle pareti, che la donna sia stata spinta con forza contro il muro e sia poi ricaduta a terra, agonizzante. A questo punto Visentini avrebbe continuato a infierire, scalciando ripetutamente la sua vittima. L’autopsia ha anche confermato che la morte può essere fatta risalire alle 2-3 del mattino di lunedì, quando i vicini hanno sentito trambusto nell’alloggio.
Oggi intanto Visentini sarà ascoltato in tribunale dal gip Fiorenza Giorgi, alla presenza del suo legale Francesca Aschero. È possibile, se non addirittura probabile, che il legale consigli al suo cliente di avvalersi della facoltà di non rispondere e chieda allo stesso tempo che sia sottoposto a una perizia psichiatrica. La violenza cieca dell’aggressione e le farneticazioni dell’uomo nelle ore successive hanno autorizzato più di un interrogativo sulle condizioni psichiche di Visentini.
«Lei cadeva da sola, io la tenevo su». Questa è una delle frasi con cui Visentini ha cercato di descrivere quelli che per lui erano stati i momenti del «malore» occorso alla convivente prima dell’arrivo del 118. E ancora: «Vedete com’è rosa, adesso sta bene. Prima invece era blu, stava male, ma io lo ho fatto un massaggio, la respirazione artificiale». Anche davanti a un cadavere martoriato e sul quale si intravedevano i primi sintomi di decomposizione, l’uomo insisteva: «E viva, ha mosso gli occhi, non vedete?» E quando, per interrompere l’atroce farsa, il personale del 118 ha spiegato che la donna era morta, la reazione era stata di assoluto e, apparentemente, genuino stupore. «Ma se fino a poco fa mi ha parlato». Invece Alba Varisto era morta da almeno venti ore.
Botte, alcol, scenate. Non era la prima volta. Anche se, come risulta dalle carte delle indagini, non si era mai arrivati a una denuncia. Perché Alba aveva sempre protetto quell’uomo tanto più giovane di lei, conosciuto al Centro di igiene mentale di Finale dove lei era operatrice e lui paziente.
Nel passato dell’uomo, sette anni fa, anche il ferimento del padre nella frazione Gazzo di Sanguinetto nel Veronese, zona d’origine della famiglia. Lui, sbandato, era tornato a casa e dopo una lite aveva colpito l’uomo all’ascella con un taglierino. «Gli è andata bene, che la lama buona l’ho dimenticata a Roma» aveva detto l’uomo dopo l’arresto. Salvo poi patteggiare un anno e mezzo per lesioni, visto che con una prognosi di otto giorni l’accusa di tentato omicidio era caduta. E andarsene da lì. Destinazione finale, Pietra Ligure. (di M. Raffa)

 

Omicidio di Pietra, Fabiano Visentini condannato a 14 anni (IVG – 17 settembre 2015)
Quattordici anni di reclusione in abbreviato per omicidio volontario. E’ la condanna inflitta questa mattina in udienza preliminare a Fabiano Visentini, il quarantenne che nel giugno del 2014 aveva ucciso la convivente Alba Varisto a calci e pugni nel loro appartamento in via Riviera a Pietra Ligure. Visentini, che è stato giudicato con un rito abbreviato condizionato all’espletamento di una perizia psichiatrica, è stato dichiarato parzialmente incapace di intendere di volere e, di conseguenza, imputabile.
Questa mattina, davanti al giudice Francesco Meloni, è stato prima reso noto l’esito della perizia psichiatrica e poi è iniziata la discussione durante la quale il pm Chiara Venturi ha chiesto una condanna a 16 anni di reclusione. Per quanto riguarda la difesa, l’avvocato Francesca Aschero, alla luce delle conclusioni peritali, ha chiesto invece che il reato contestato all’imputato venisse configurato in “omicidio preterintenzionale”. Il giudice ha ritenuto di non modificare l’imputazione e di infliggere una condanna leggermente meno severa rispetto alle richieste del pubblico ministero. Secondo l’accusa, la vittima, infermiera in pensione di 59 anni, era stata uccisa dalle botte del compagno che, dopo l’ennesima lite tra i due, l’aveva colpita con violenza. Era stato lo stesso Visentini, quasi 24 ore dopo l’aggressione, quando la donna ormai era senza vita, ad allertare il 118.
Davanti al gip, durante l’interrogatorio, l’uomo (che stamattina era presente in tribunale) aveva spiegato di non ricordare nulla di quello che era successo. “Non ricordo” aveva detto al giudice Visentini che aveva confermato solo di aver avuto una discussione con la donna: “Abbiamo litigato perché lei era andata a giocare alle slot machines e io non volevo che spendesse i soldi nel gioco. C’è stata una lite, ma io non ricordo altro”. “Non ho capito di averla uccisa, mi sono reso conto che fosse morta solo quando sono arrivati i soccorritori” aveva aggiunto il compagno della vittima che, da subito, aveva dimostrato di avere un “buco” nei suoi ricordi che va dal momento della discussione con la compagna all’arrivo dell’equipaggio dell’ambulanza. Un arco temporale durante il quale Alba Varisto è stata prima picchiata a morte e poi abbandonata per ore sul pavimento, ormai priva di vita e con il corpo martoriato dalle botte. (di Olivia Stevanin)


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In memoria di

Verona. Detenuto suicida, era in sciopero della fame per avere farmaci antidolorifici (Ristretti Orizzonti da Corriere di Verona – 13 luglio 2024)
Un altro detenuto suicida a Montorio. Si è ammazzato inalando il gas di una delle bombolette che vengono usate per i fornellini da cucina in dotazione nelle celle Fabiano Visentini, 51 anni. Aveva il “fine pena” fra tre anni. Condannato, Visentini, a 14 anni per ver ammazzato dieci anni fa a calci e pugni – a Pietra Ligure nel Savonese – la sua convivente Alba Varisto, di 59 anni. E la sua pena la stava scontando a Verona. Era di Sanguinetto, Fabiano Visentini.
Erano stati cinque, a cavallo tra novembre dello scorso anno e febbraio. L’acqua cheta a fare da “intermezzo” sono stati l’arrivo di Filippo Turetta, le polemiche sulla playstation che in realtà lui non ha mai usato, l’approdo di Chico Forti con le sue dichiarazioni su un carcere dove dice di essere “trattato come un re”. E la visita del Papa, il 18 maggio. È ripiombato nella sua realtà – quella di un sovraffollamento che incuba 600 detenuti contro i 330 che dovrebbe avere, di celle in cui le brande sono a castello, di un’infermeria asfittica di medici, in particolare psichiatri – il carcere di Montorio. Che a quel rosario di cinque suicidi ieri ha aggiunto un sesto grano.
Si è ammazzato inalando il gas di una delle bombolette che vengono usate per i fornellini da cucina in dotazione nelle celle Fabiano Visentini, 51 anni. Aveva il “fine pena” fra tre anni. Condannato, Visentini, a 14 anni per ver ammazzato dieci anni fa a calci e pugni – a Pietra Ligure nel Savonese – la sua convivente Alba Varisto, di 59 anni. E la sua pena la stava scontando a Verona. Era di Sanguinetto, Fabiano Visentini. Ma la sua era la vita di un errabondo, dettata dalla droga. In giro per l’Italia senza fissa dimora, almeno due tentati suicidi alle spalle. Era il luglio del 2007 quando litigò col padre e lo accoltellò al torace. Per l’omicidio della convivente gli era stato riconosciuto il vizio parziale di mente.
Ma Fabiano Visentini era uno convinto di dover scontare quanto gli era stato comminato dai giudici. Tanto che non aveva voluto mai usufruire dei benefici previsti dalla legge. Qualcosa però, nel carcere di Montorio, si è incagliato. E lui che da anni soffriva di varie patologie assolutamente certificate, non riceveva più i farmaci antalgici. Il 27 giugno la sua avvocata Eleonora Matranga aveva inviato una Pec alla Casa circondariale in cui segnalava l’urgenza di quella terapia, chiedendo spiegazioni per la negazione di quei farmaci che prendeva solitamente.
Gliene avevano dati altri, ma lui diceva che non gli facevano niente. L’avvocata con Fabiano si era sentita al telefono l’altro giorno. Lui le aveva detto di aver iniziato uno sciopero della fame per avere quelle medicine che sopivano il dolore che non lo lasciava. Al telefono avevano anche parlato dell’invio di un’istanza da parte dell’avvocata Matranga per ottenere un primo permesso premio. I genitori di Fabiano avevano dato la disponibilità ad accoglierlo a casa, nonostante quella lite finita nel sangue 17 anni fa. Il primo passo verso quel reinserimento che per Fabiano Visentini doveva arrivare, fra 3 anni, all’uscita dal carcere.
“Oggi (ieri per chi legge, ndr) mi ha chiamato un ispettore del carcere per dirmi che Fabiano si era suicidato. Mi ha detto che i genitori li avrei dovuti avvisare io. Ho mandato un’altra pec facendo presente che lui era detenuto da loro e che loro ne avevano la responsabilità e la custodia quindi era loro il compito, con il dovuto tatto, di avvisare sua madre e suo padre”, racconta l’avvocato Matranga. Funziona così, a Montorio. Quel carcere dipinto dalle “belle speranze”, dove in realtà – e nonostante le continue denunce anche della Camera penale veronese si continua a morire. Lo hanno trovato i compagni di cella, Fabiano Visentini. E la sua è la 56esima croce piantata in un carcere italiano per suicidio dall’inizio dell’anno. (di Angiola Petronio)