Giovanni Gambino, 19 anni. Con diversi precedenti per molestie e aggressioni a sfondo sessuale, aggredisce e uccide con un coltellino una sedicenne che muore dissanguata. Condannato a 18 anni e 4 mesi, ridotti a 17 anni e 6 mesi in appello, dopo 10 è rinchiuso in un OPG. Nel 2023 è libero
Mariano Comense (Como), 18 Giugno 2003
Titoli & Articoli
Giovane uccisa. Fermato un ventenne, avrebbe agito per motivi passionali (Rai News 24 – 20 giugno 2003)
E’ un ragazzo di 20 anni, descritto da tutti come taciturno e con la passione dei videogiochi, il giovane fermato per l’assassinio di Teresa Lanfranconi. Si chiama Giovanni Gambino, ed è formalmente sotto accusa. Il ragazzo avrebbe confessato di aver ucciso per motivi passionali.
Il ragazzo vive in una palazzina di due piani in via Ortelli alla periferia di Anzano del Parco, un paese poco sotto il laghetto di Alserio, tra Erba e Mariano. Una famiglia dignitosissima: i suoi genitori sono di origini siciliane, il padre e il fratello maggiore, di 22 anni, lavorano come piastrellisti. La madre è una casalinga, con un’altra figlia, una bambina di appena 4 anni.
“Abbiamo motivi molto fondati di ritenere di aver fermato colui che ha commesso l’omicidio di teresa Lanfranconi”, ha detto il procuratore della Repubblica di Como, Alessandro Lodolini, uscendo dalla caserma dei carabinieri di Mariano Comense, dove è stato portato il giovane sospettato del delitto. Sottoposto a un lungo interrogatorio il giovane fermato a Gardaland nelle indagini per l’assassinio di Teresa Lanfranconi, ha fatto alcune ammissioni. Il ragazzo avrebbe un precedente specifico per un aggressione a sfondo sessuale.
Alla individuazione del presunto responsabile dell’omicidio i carabinieri sarebbero arrivati dopo la denuncia di sparizione del ragazzo presentata dai suoi genitori. Secondo quanto si è appreso, infatti, il giorno dopo l’omicidio i genitori del giovane che abita a Anzano del Parco, tra Erba e Mariano, si sarebbero presentati nella caserma di Mariano Comense per raccontare che il figlio non era rientrato a casa dalla sera prima. L’intuizione di un carabiniere ha fatto collegare la sparizione del giovane all’omicidio di Teresa Lanfranconi, e così si è arrivati all’individuazione del responsabile.
Ragazza uccisa, fermato un 20enne (TgCom24 – 20 giugno 2003)
Como, folla inferocita tenta linciaggio
Svolta nell’inchiesta sull’omicidio di Teresa Lanfranconi, la 16enne uccisa mercoledì a Mariano Comense. I carabinieri hanno fermato a Gardaland un 20enne, Giovanni Gambino, di Anzano del Parco. Il procuratore di Como ha confermato: “E’ lui l’assassino”. Il giovane, preso dopo una denuncia di scomparsa fatta dai genitori, sarebbe stato trovato in possesso del cellulare della vittima. All’uscita dalla caserma, la folla ha tentato di linciarlo.
Calci alle vetture dei carabinieri, urla e strepiti all’uscita dele gazzelle dei carabinieri dalla caserma. Le due auto passano a stento e quando poco più in là si devono bloccare ad un incrocio, si scatena il finimondo. La folla si mette a correre per raggiungere le macchine, i carabinieri tentano di fermarla, ma non ce la fanno. Si respira aria di linciaggio. Ma qualche secondo prima che venga raggiunta, l’auto con a bordo il ragazzo ritenuto responsabile dell’omicidio di Teresa Lanfranconi, riesce a ripartire.
Un ventenne che abita a pochi chilometri di distanza da Mariano Comense, dunque, il presunto killer di Teresa. Un ragazzo con qualche problema, che forse aveva da tempo messo gli occhi sulla più bella del paese. Gli inquirenti sono sicuri che sia stato lui ad uccidere la 16enne. Poi è saltato sul primo treno di passaggio, ha abbandonato la borsa della ragazza nei bagni della stazione centrale di Milano, ha raggiunto sempre in treno Gardaland, vicino Peschiera del Garda, la città dei divertimenti. E lì è stato bloccato dai carabineri di Mariano Comense.
Applausi davanti alla caserma per i carabinieri e il procuratore capo della Repubblica di Como, Alessandro Lodolino, che in poco tempo hanno risolto il giallo. Da quanto si è apreso, oltre al cellulare di Teresa, il ragazzo, capelli tagliati molto corti e una t-shirt grigia senza maniche, avrebbe avuto con sé anche un coltellino.
“Abbiamo raccolto molti elementi”, hanno detto i carabinieri, che sarebbero arrivati al giovane dopo una denuncia di scomparsa. Pare, infatti, che il giorno dopo l’omicidio i genitori del giovane si sarebbero presentati nella caserma di Mariano Comense per raccontare che il figlio non era rientrato a casa dalla sera prima. L’intuizione di un carabiniere ha fatto collegare la sparizione del giovane all’omicidio di Teresa Lanfranconi. Da qui all’arresto il passo è stato breve.
Il giovane fermato per l’omicidio di Teresa non ha detto altro
Giovanni Gambino, il diciannovenne di Anzano del Parco (Como) accusato di aver ucciso a coltellate la studentessa di Mariano Comense, Teresa Lanfranconi, non ha confessato né ha negato, ufficialmente. Con una precisazione che arriva dal difensore d’ufficio, Arianna Merlo, di Monza: «Abbiamo preferito non dire niente perché non avevamo altra scelta. Le contestazioni non erano chiare, e il ragazzo era frastornato. Questo non significa non voler parlare. Aspettiamo l’udienza di convalida del fermo».
Intanto, però, in attesa delle prossime mosse giudiziarie – il pm Mariano Fadda ha già preparato l’istanza al gip per la convalida del fermo e l’udienza potrebbe essere fissata martedì -, le indagini hanno fatto progressi. Ieri si è appreso che Giovanni Gambino aveva con sé un coltellino a serramanico, oltre al cellulare della ragazza. Secondo gli investigatori il ritrovamento potrebbe rafforzare la convinzione che il giovane sia l’assassino di Teresa. Bisognerà verificare con una perizia se il coltellino trovato nelle tasche del ragazzo possa essere l’arma del delitto, ma le sue caratteristiche coincidono con il tipo compatibile con le ferite riscontrate sul corpo della studentessa: tagli da lama di piccole dimensioni.
Ma, secondo gli investigatori,il ragazzo non sembra colpito più di tanto da quello che gli sta succedendo. Freddo, distaccato, non ha mostrato esitazioni già durante l’interrogatorio davanti al pm. «E’ stato accusato di omicidio, con il rischio di passare tutta la vita in galera, ma non ha rivelato segni di cedimento– ricorda Mariano Fadda che lo ha incontrato l’altra sera nella caserma dei carabinieri di Mariano Comense -. Appariva sì turbato, ma nei suoi occhi non ho visto una lacrima». Giovanni Gambino non avuto reazioni particolari neppure quando sono andati a prenderlo a Gardaland, appena sceso da una giostra.
«Si è lasciato portare via senza resistenza – racconta un carabiniere -. Lo abbiamo colto di sorpresa, ma non si è spaventato: ha capito benissimo chi eravamo. In fondo in galera ci è già stato una volta». Mutismo totale anche nel viaggio da Peschiera a Mariano: quasi due ore in auto, e mai un momento di commozione.
Di parere diverso l’avvocato Merlo: «Il ragazzo è sconvolto dal clamore che ha suscitato il suo arresto – spiega quasi preoccupata -. Il momento peggiore è stato all’uscita dalla caserma di Mariano, dopo l’interrogatorio: c’era mezzo paese che lo aspettava per linciarlo». Parla come se lo conoscesse bene, ma Arianna Merlo si trova ad assistere Gambino solo per caso. I due si sono incontrati per la prima volta il 27 maggio scorso, al processo che lo vede imputato per molestie sessuali nei confronti di una commessa di Erba (l’udienza è stata rimandata ad ottobre). Anche quella è stata una nomina d’ufficio. (di Grazia Maria Mottola)
Che cosa ha pensato quando ha saputo del delitto di Mariano Comense?
«Ho subito pensato a lui, a quel disgraziato. Troppi particolari sospetti. Il motorino scuro, l’attacco alle spalle, in un posto isolato, alla luce del sole. Il suo modo di agire. Ho provato un brivido. Lo stesso di quel giorno maledetto».
E quando ha appreso dell’arresto?
«Che al posto di quella povera ragazza potevo esserci io».
Che cosa ricorda di quella mattina?
«Avevo finito il mio turno. Erano circa le 12,30. Mi sono spostata in un bar vicino per mangiare qualcosa. Dopo il pranzo, ho imboccato il sottopasso di via Prealpi. Ed è scattata l’aggressione. Quello lì mi ha preso alle spalle e mi ha immobilizzata. Mi teneva ferma contro il muro. Non riuscivo a divincolarmi. Mi palpeggiava, sussurrandomi frasi terribili. Tipo: sei bella, ti tengo d’occhio da tempo. E poi: devi fare la brava, altrimenti t’ammazzo».
Intanto lei che cosa faceva?
«Ero terrorizzata. Sentivo le gambe cedere. Ma cercavo di restare calma. Gli dicevo: non fare così, lasciami andare e non dirò nulla. Niente: mi teneva stretta fino a farmi male».
Com’è riuscita a liberarsi?
«Ha allentato per un attimo la presa, forse distratto da qualche rumore. E sono scappata. Lui per fortuna non mi ha inseguito. Sono andata al lavoro. Ero sotto choc, ho raccontato quello che era successo. Ed è partita la denuncia ai carabinieri. Non ho avuto esitazioni. Coraggiosa? Non so, mi sembrava giusto. Ho pensato che qualcuno avrebbe potuto soffrire come me».
Nel giro di poche ore Giovanni Gambino venne arrestato. Sul pullman che lo riportava a casa. Fu liberato dopo tre giorni di cella.
«Un fatto inconcepibile. Come si può lasciare in circolazione una persona così? Se ci fosse stata più attenzione, Teresa sarebbe ancora viva».
L’ha più rivisto?
«Alla prima udienza del processo davanti al Tribunale di Como. Mi guardava fisso. Aveva un atteggiamento sprezzante, di sfida».
La madre, lì vicino, usa parole dure come pietre. Accusa la giustizia: «Quel ragazzo è malato. Era chiaro che, se restava libero, poteva commettere qualcosa di grave. Deve restare dentro». Il processo contro Giovanni Gambino, iniziato il 27 maggio, è stato rinviato al 3 ottobre. (di Paolo Baldini)
«Che cosa mi manca qui dentro? Le sigarette»
Vorrebbe dire di più Giovanni Gambino, vent’anni domani, attualmente l’unico indagato per la morte della studentessa di Mariano Comense. Forse per alleggerire il senso di colpa coinvolgendo un’altra persona. Forse per giustificare la sua presenza nella viuzza, alludendo, come ha già fatto con il pm Mariano Fadda, all’aggressione di un altro uomo e al suo tentativo di difendere la ragazza. Forse vorrebbe parlare solo per sfogarsi. Ma non può. Lo zittisce Francesca Fabrizi, direttrice del carcere di Como, dove il giovane è rinchiuso da undici giorni. E il colloquio con Emanuela Baio Dossi (Margherita), segretario della commissione Sanità al Senato, in visita per i problemi di carenza di acqua sorti in questi giorni nella struttura, si ferma per un istante.
Pallido, faccia da bambino, occhi azzurri, chiarissimi, Gambino ha l’aspetto di chi non farebbe male a una mosca. Occupa la cella numero uno del reparto infermeria. Una piccola stanza completamente vuota: solo un materasso in gommapiuma, senza lenzuola. L’hanno consigliato i medici per timore che possa commettere atti di autolesionismo. Ma Gambino sembra tranquillo.
Incassa lo stop della direttrice. Poi riprende: «Da quando sono qui, nessuno della mia famiglia è venuto a trovarmi». Sembra quasi dispiaciuto. Ora ha la possibilità di mandare loro un messaggio, far sapere come sta, chiedere qualcosa di cui ha bisogno. La senatrice subito gli propone di fare da tramite. Ma Gambino sobbalza. «Davvero può incontrare i miei genitori?». La pressione sale, il volto arrossisce, il corpo indietreggia. La direttrice interviene: «Non preoccuparti, non succederà».
Lui si riavvicina alle sbarre. Le braccia bianchissime spuntano dalle larghe maniche di una maglietta nera: le infila nell’inferriata. Gambino torna socievole. Bastano pochi secondi per sgombrargli la mente dal pericolo di un contatto con i genitori. La spiegazione arriva dopo: è lui a non voler incontrare il padre e la madre. Colpa di una lunga storia di conflitti mai risolti, di litigi, parole grosse, fughe da casa, sofferenza. E’ stato Giovanni a raccontarla allo psichiatra che da pochi giorni lavora al carcere di Como. Sessanta ore al mese: la prima dedicata proprio a lui. «Da piccoli io e mio fratello abbiamo sofferto tanto a causa loro, adesso non voglio più saperne».
Il colloquio prosegue. Il ragazzo ha voglia di parlare, se non altro per combattere la noia. «Qui in carcere non c’è niente da fare, non so come far passare il tempo. Cerco di leggere, mi hanno dato una rivista. Poi pulisco». La rivista è sul materasso: sempre la stessa negli ultimi sette giorni. La senatrice si offre di portargli dei libri. Lui è d’accordo: «Mi piacerebbe molto, quando ero a casa, nella mia cameretta avevo sempre la scrivania piena di libri». Altro stop della direttrice: «Ci penso io a portarti la lista dei titoli che abbiamo in biblioteca. Cosa preferisci?». «Fantascienza e libri romantici». Sembra soddisfatto. Ma i desideri non sono finiti. «Che cosa mi manca qui dentro? Le sigarette». Fuma tanto Gambino, ma non solo tabacco. Nel primo incontro con lo specialista, il ragazzo ha ammesso di consumare droghe leggere, in particolare marijuana. Un consumo assiduo che probabilmente lo ha portato alla dipendenza. Ora la mancanza di stupefacenti lo fa sentire a disagio in carcere. E forse le crisi di astinenza riguardano anche problemi di alcolismo.
Secondo desiderio soddisfatto: dalla senatrice arriveranno due pacchetti di sigarette. Ma le richieste vanno avanti. Questa volta tocca alle guardie carcerarie che gli hanno sequestrato una penna. La causa: una scritta contro i secondini sulle pareti della cella. «Io non c’entro – si difende Gambino -: portatemi dell’alcol e la farò sparire, così vi dimostrerò che quelle cose io non le penso». Non si altera, è educato, composto, sa cosa chiedere, senza esagerare. Altro desiderio esaudito. E per oggi i regali sono finiti.
La senatrice Baio Dossi lo saluta. Lui tende la mano, educatamente, come quando è arrivata. Dita lunghe e affusolate, che stringono senza forza. Le guardie si ritirano. Gambino resta a guardare. Le braccia sottili pendono attraverso le sbarre. Il collo si allunga oltre la porta blindata aperta a 45 gradi. Le ultime battute. «Come va ora Giovanni?». «Bene, diciamo bene». Poi alza le spalle: «Per quello che è successo, non può andare meglio». Nel corridoio torna il silenzio. La giornata è solo a metà. Per Gambino arriva l’ora del pranzo: il carrello con i vassoi scorre rapido fra le celle. Menù fisso che cambia ogni giorno. Giovanni ha appetito, mangia senza problemi. E problemi non ne dà. Qui in carcere, dicono, non si vede e non si sente: come se non ci fosse. Da quando è arrivato, il 20 giugno, non ha mai dato segni di preoccupazione.
Docile, silenzioso, non piange, non urla: sembra quasi un detenuto modello. Nonostante l’isolamento, dovuto anche a motivi di protezione rispetto al resto del carcere che lo considera un «infame», può godere dell’ora di aria. Lui non si tira mai indietro. Della sua tranquillità sembra essersene accorto anche il consulente psichiatra che ieri ha confermato che Giovanni Gambino è nelle condizioni compatibili con la permanenza in carcere. Un’apparenza impeccabile che stride, però, con un passato fatto di denunce per tentativi di violenza sessuale anche nei confronti di minorenni, abitudine a importunare le ragazze, furti vari, e periodi di assistenza da parte dei servizi sociali. Ma a 18 anni Giovanni fa di testa sua. Pianta in asso gli operatori e incrementa il suo vagabondare per le province lombarde. Con un copione unico: spostamenti in treno, bivacchi ovunque, libertà totale. Poi un mercoledì pomeriggio, secondo gli investigatori, capita a Mariano Comense, assale Teresa e la colpisce con un coltellino. Lei muore. Lui sembra ancora non rendersene conto.
(di Grazia Maria Mottola)
“Questa è una pena vendicativa, non riabilitativa. Se si considerano le condizioni difficilissime in cui versano oggi le nostre carceri, la riabilitazione di cui avrebbe bisogno questo giovane sarà davvero ardua da attuare. C’è il rischio concreto che, dopo la detenzione, ci ritroviamo o una larva d’uomo o un criminale incallito. Per la società sarà una nuova sconfitta”. Sono amare le parole di Don Gino Rigoldi, cappellano del carcere minorile “Cesare Beccaria” di Milano, nonché fondatore e presidente di Comunità Nuova.
La sentenza che, con rito abbreviato, ha condannato a diciotto anni e quattro mesi di carcere il ventenne Giovanni Gambino, assassino della sedicenne di Mariano Comense, Teresa Lanfranconi, è, secondo l’opinione del sacerdote, dettata da una “motivazione fasulla”. Si tratterebbe di “un mero attenersi al codice penale” l’aver condannato il reo confesso per omicidio volontario aggravato.
“Mi rendo conto – continua Don Rigoldi – della pressante richiesta di sicurezza sociale che questa sentenza esprime ma qui si attua una difesa “immorale” della comunità, con una motivazione che rinvia soltanto il problema. La funzione della pena deve essere riabilitativa e in questo caso mi pare proprio che non ci siano le condizioni per un percorso del genere. Soprattutto, non sarà mai possibile, nelle nostre carceri sovraffollate, attuare un progetto serio che permetta a Gambino di recuperare, di pagare davvero il suo debito. Anzi, quando uscirà potrebbe essere completamente svuotato, un uomo distrutto e ancor più difficile da reinserire”.
Don Rigoldi con queste considerazioni non vuole però sminuire la gravità del gesto di Gambino che ha portato alla morte violenta una splendida ragazza di diciassette anni, colpevole solo di camminare in una stradina poco frequentata in un pomeriggio estivo. “Certo – afferma il cappellano del “Beccaria” – Gambino ha spezzato la vita di una persona che avrebbe potuto avere un bellissimo futuro, una ragazza nel fiore degli anni. Questo è gravissimo. Dobbiamo però renderci conto che, con una punizione del genere, anche la sua vita sarà compromessa definitivamente.
Non mi riferisco solo alla lunghezza della detenzione ma anche al tipo di pena, che prefigura l’impossibilità di un recupero. Ogni detenzione è lunga o breve a seconda delle condizioni in cui venga scontata. E’ una sentenza dettata da istanze di castigo. Sarà però una vendetta terribilmente costosa e di scarso risultato“. In conclusione ancora un “atto d’accusa” per la società. “Probabilmente Gambino, che aveva già mostrato chiari segni di squilibrio e di pericolosità, avrebbe potuto essere aiutato e seguito prima del delitto. Ora, come spesso succede, dovrà occuparsene il carcere e questo è il modo peggiore per affrontare i problemi”.
Link
In memoria di
Teresa dieci anni dopo. Il killer fuori dal carcere (la Provincia di Como – 14 giugno 2013)
Mariano Comense, oggi l’anniversario del delitto. Gambino la uccise con una coltellata alla gola. Oggi, dopo la detenzione, l’ospedale giudiziario
Iniziamo da lui, Giovanni Gambino, 29 anni da Anzano del Parco, quello “strano”, come si diceva all’epoca, segaligno, taciturno, imperscrutabile, con la “fissa” delle ragazze. Dieci anni dopo se ne sono quasi perse le tracce. Dopo avere trascorso qualche anno in carcere, a Vigevano, Giovanni oggi è “ospite” dell’ospedale giudiziario di Castiglione delle Stiviere, nel Mantovano, una struttura – al pari di altri “Opg” italiani – di rara efficienza, nonostante il gran dibattere che si fa a proposito di una loro eliminazione. L’ultima apparizione in pubblico del ragazzo che il 18 giugno del 2003 uccise Teresa Lanfranconi, 16 anni, risale alla sentenza emessa dalla Corte d’appello di Milano, che il 6 giugno del 2005 ridusse di pochi mesi la condanna inflitta in primo grado.
Se la “cavò”, per modo di dire, con 17 anni e otto mesi, combinazione di quattro reati contestati e assorbiti in un unico processo: l’omicidio aggravato di Teresa, il furto della sua borsetta – che fu poi ritrovata nei bagni della stazione Cadorna di Milano, prima tappa di una fuga folle e quasi pittoresca -, una rapina commessa una quindicina di giorni prima ai danni di un’altra ragazzina in quel di Cantù, e la calunnia, una quasi bazzecola rispetto al resto, ma che gli venne comunque (e giustamente) contestata poiché, dopo l’arresto, cercò di difendersi sostenendo che a uccidere fosse stato un altro, il solito « marocchino».
Oggi il decennale della morte di Teresa, libera a Mariano fantasmi mai del tutto esorcizzati, conseguenza di una stagione orribile che all’epoca portò la città a spasso per il mondo, con il suo piccolo record di delitti – il piccolo Claudio Hoxha, ucciso da un adolescente in un bosco, Wanda Calzari, addirittura decapitata, Vincenzo Ferraro, ammazzato per un tavolino dal vicino di casa – che in pochi mesi scardinò tutti gli indici statistici ministeriali.
Contro Teresa remò il destino: morì in un istante in un pomeriggio afoso, mentre percorreva un vicolo – via dei Vivai – diretta a una festa di compleanno. Biondissima, bellissima, qualche timida e tenerissima esperienza come fotomodella, lavorava nel negozio dello zio da cui, quel giorno, era uscita un po’ prima. Giovanni la avvicinò come aveva fatto tante, troppe altre volte con altre coetanee. Nessuno saprà mai come andarono esattamente le cose, benché la sentenza lo abbia poi riconosciuto colpevole dell’assassino aggravato dalla tentata violenza sessuale. Teresa cadde a terra con una piccola ferita alla gola, inferta all’altezza della giugulare con un coltellino che sarebbe bastato a dissanguarla in un momento. Chiese aiutò, gridò, ma nessuno poté sentirla. Non gli operai che lavoravano nel capannone accanto, non i passeggeri della stazione, non i ragazzini che correvano via in motorino al sole di quell’assaggio d’estate. Gambino intanto aveva già preso il volo. Treno per Milano Cadorna, poi chissà. Giorni di silenzio e di terrore, oltre che di dolore.
La svolta arrivò da Erba. I genitori di Giovanni si presentarono al comando stazione dei carabinieri: «Nostro figlio è scomparso». Allora come oggi, da quelle parti comandava Luciano Gallorini, che di Gambino e delle sue piccole imprese, di quella sua “fissa” per le ragazzine, conservava perfettamente memoria. Un’altra ne aveva fatta qualche settimana prima, proprio a Erba, aggredendo una commessa in un posteggio. Fu la svolta. E quando finalmente il cellulare di Teresa tornò raggiungibile, i carabinieri chiamarono: «Vieni a casa, i tuoi ti cercano». Giovanni sorrideva alla vita alzando le braccia al cielo sulle montagne russe di Gardaland. Lo arrestarono lì, ai piedi di quell’ottovolante, ancora prigioniero dei suoi spettri. (di Stefano Ferrari)
Vent’anni dall’omicidio di Teresa Lanfranconi. L’assassino, Giovanni, e i suoi fantasmi: oggi è libero (la Provincia di Como – 16 giugno 2023)
L’omicida Lo arrestarono a Gardaland, fu dichiarato seminfermo di mente: finì condannato a 17 anni e quattro mesi
Teresa Lanfranconi muore il 18 giugno del 2003, in via dei Vivai, a Mariano Comense, pochi minuti dopo avere lasciato il negozio di fotografia dello zio Franco Cappellini, in via Cavour. Su quel vicolo di terra e ghiaia tra i campi e la ferrovia la soccorre per primo un passante che porta a spasso i cani. Non ci sarà nulla da fare.
«Un pazzo, solo un pazzo può aver fatto una cosa simile». Il primo a spendere l’ipotesi che l’assassinio sia anche conseguenza del caso, di un destino che quando ci si mette sa rivelarsi di inaudita crudeltà, è Fabio, il fidanzato di Teresa: «Nessuno l’aveva mai infastidita», giura, ma in realtà non è proprio così.
Si scoprirà che qualche giorno prima – settimane, probabilmente – un tale Giovanni aveva già provato ad avvicinarla, e proprio su quella stessa identica strada, finendo per essere respinto. Quel Giovanni di cognome fa Gambino, ha 19 anni, operaio, è alto e magrolino e ad Anzano del Parco, dove vive con la famiglia, lo chiamano “lo strano”. Ha la fissa per le ragazze. A dicembre ne ha già aggredita una, una commessa di un supermercato di Erba. Sono proprio i genitori di Giovanni a mettere i carabineri sulla buona strada: «È sparito da una settimana», riferiscono. Lo troveranno a Gardaland, dove finalmente riaccende il cellulare rispondendo agli investigatori che gli stanno alle calcagna. È sulle montagne russe: «Sono lontano, mi sto divertendo». Sua madre si dispera: «Quel mio figlio sfortunato». Quando i carabinieri lo portano via, lui tiene la testa bassa. Muto. In tasca ha il cellulare di Teresa.
Nel gennaio del 2004, due psichiatri dell’Istituto di medicina legale di Milano, lo dichiareranno seminfermo di mente: diranno che Gambino capisce, sa di avere ucciso ma non è pienamente in grado di intendere e di volere, o perlomeno non lo era quando nel dicembre del 2002 aveva aggredito quella commessa all’Effe3 di Erba e meno che mai quando uccise Teresa. A Como, in primo grado, fu condannato a 18 anni e quattro mesi, che la Corte d’appello ridusse a 17 anni e otto mesi. Una decina d’anni più tardi fu scarcerato e trasferito all’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere. Oggi Giovanni Gambino ha quarant’anni, ed è un uomo libero. Di cui si sono perdute le tracce. (di Stefano Ferrari)




