Innominata, 30 anni, mamma di due bambini piccoli. Caduta dal sesto piano il giorno prima del processo per violenze contro l’ex marito
Melara (Trieste), 13 Febbraio 2019
Titoli & Articoli
Mamma si toglie la vita il giorno prima del processo contro l’ex (il Gazzettino – 15 febbraio 2019)
Indagini sono in corso per stabilire eventuali legami tra il suicidio di una donna – madre di due bambini – e il processo a carico del suo ex marito per maltrattamenti, denunciato dalla stessa. Il suicidio, infatti è avvenuto proprio alla vigilia dell’udienza preliminare della vertenza giudiziaria.
Ieri – 14 febbraio – le parti avrebbero dovuto incontrarsi davanti al Gup ma la donna, di 30 anni, di Trieste, non si è presentata in aula e successivamente si è diffusa la notizia che il giorno prima – 13 febbraio – si era suicidata lanciandosi dal balcone di casa, al sesto piano. Come riporta il quotidiano Il Piccolo, il pm titolare delle indagini, Chiara De Grassi, sarebbe stata intenzionata a rinviare a giudizio l’uomo, accusato di vari episodi di maltrattamenti e minacce, avvenuti nel 2017.
Trieste, 30enne si suicida alla vigilia del processo all’ex marito violento (il Messaggero – 15 febbraio 2019)
Indagini sono in corso per stabilire eventuali legami tra il suicidio di una donna e il processo a carico del suo ex marito per maltrattamenti, denunciato dalla stessa donna. Il suicidio, infatti è avvenuto proprio alla vigilia dell’ udienza preliminare della vertenza giudiziaria.
Ieri le parti avrebbero dovuto incontrarsi davanti al Gup ma la donna, di 30 anni, di Trieste, non si è presentata in aula e successivamente si è diffusa la notizia che il giorno prima si era suicidata lanciandosi dal balcone di casa, al sesto piano. Come riporta il quotidiano Il Piccolo oggi in edicola, il pm titolare delle indagini, Chiara De Grassi, sarebbe stata intenzionata a rinviare a giudizio l’uomo, accusato di vari episodi di maltrattamenti e minacce, avvenuti nel 2017.
Suicidio a Melara, la donna lascia due bambini. Il vuoto che attrae. (Trieste All News – 15 febbraio 2019)
Del suicidio di lei, 30 anni, lanciatasi dal balcone di casa, a Trieste, a Melara, si era saputo subito, due giorni fa. Attraverso le voci, sussurrate ma decise, di chi la conosceva. Lascia due bambini piccoli; non si era presentata all’udienza davanti al giudice, per l’incontro preliminare. Motivo dell’incontro con il giudice: il processo a carico dell’ex marito, per maltrattamenti che lei stessa aveva denunciato. Si era scelto, per la delicatezza del tema, di non parlarne; a volte non c’è bisogno di cronaca, rimane la tragedia. Parlare di suicidio è difficile. Quando si decide di entrare in quella sfera personale, intima, di vita dalla quale chi non c’è più ha deciso di uscire, bisogna farlo in punta di piedi. Cercando di non portar polvere da fuori.
Oggi è la stampa nazionale a riprendere, dai quotidiani locali, la notizia di cronaca. E aggiungendoci qualcosa in più; tenere nomi di fantasia sugli articoli nasconde poco. Generalizzare e trovare una spiegazione, da mettere magari in un post, in un articolo fatto per catturare lettori, è sempre troppo difficile. Pronunciare una sentenza di condanna, o d’assoluzione, verso l’uomo che era stato parte della sua vita, formulare un giudizio complessivo su cosa è accaduto attraverso un post su un Social Network, può essere pericolosamente facile. Colpevole. Innocente. Modo, momento, situazione, in un suicidio niente è facilmente prevedibile; le indagini per stabilire se fra i due episodi ci sia un legame sono ora in corso. Le tendenze generali che spingono al suicidio in determinate condizioni non diventano mai linee guida assolute; ipotizzare e toccare tasti delicati e altre persone che hanno fatto parte o meno della vita di chi ha scelto di lasciarla è ancora peggio. L’unica cosa che sembra una costante è l’aver trascurato battute e comportamenti che possono sottintendere alla stanchezza di continuare, alla volontà di arrendersi, qualsiasi sia il motivo. E non prestare attenzione al fatto che, magari, chi adesso ci è riuscito ci aveva provato prima, forse non seriamente e solo per attirare attenzione, ma l’aveva fatto.
Una storia di precedente depressione è la più comune di fronte a un suicidio. Di depressione, oggi, si parla: molto più di prima, ma ancora troppo poco. Eppure, colpisce il fatto che le donne, molto più inclini a soffrire di stati di forte depressione assistiti dal medico, si fermino, e il suicidio risulti più frequente fra gli uomini, che di depressione soffrono di meno. Così, perlomeno, si pensa; oppure, e anche questo è un dato che sta emergendo, gli uomini non cercano l’aiuto dello specialista, mentre le donne sì. Lo stereotipo di genere che vede l’uomo più ‘forte’, ‘massiccio’, di fronte al suicidio non regge. Le donne, alle quali è ‘permesso’, in termini di accettazione sociale, di essere più deboli, di esprimere lo stato di sofferenza e di chiedere aiuto, scelgono altre strade, arrivando in alcuni casi a fermarsi prima della decisione finale, ma il problema non ammette differenze di genere nella sua sostanza. Se i numeri parlano di uomini che muoiono per suicidio violento, ci raccontano, allo stesso modo, di donne che si mutilano e si infliggono sofferenze di ogni sorta, per scelta, senza arrivare alla morte ma morendo un po’ ogni giorno. Ciò che resta, è il vuoto.
In memoria di
Suicidio a Melara, parla l’amico: «Nessuno immaginava che sarebbe finita così» (il Piccolo – 16 febbraio 2019)
Un conoscente ricorda la donna che si è lanciata nel vuoto il giorno prima dell’udienza contro l’ex, da lei accusato di essere violento
«Nell’ultimo periodo sembrava stare meglio, nessuno di noi si aspettava un gesto simile». Così un amico ricorda la donna gettatasi nei giorni scorsi da un terrazzo del quadrilatero di Rozzol Melara, il giorno prima del procedimento giudiziario a carico dell’ex che lei stessa aveva denunciato.
Per la donna, madre di due figli piccoli, continueremo a usare il nome di fantasia di Giulia, mentre per l’amico useremo un altro nome di fantasia, Alessandro. Racconta ancora quest’ultimo: «Io condividevo da tempo l’attività sportiva di Giulia – spiega -. Più di un anno fa abbiamo iniziato ad allenarci assieme. Lei aveva accumulato del peso con le gravidanze, e fare sport l’aveva aiutata a tornare in forma». Alessandro tratteggia l’immagine di una donna che, pur avendo attraversato periodi molto difficili, stava ritrovando una situazione di normalità: «So che aveva avuto momenti difficili e che si era separata dal suo compagno. Ma ultimamente aveva trovato casa e mi sembrava stesse tornando a una vita normale, nessuno di noi si aspettava un gesto simile. L’anno scorso siamo anche andati in gruppo alla festa di compleanno di suo figlio, abbiamo riso e scherzato assieme».
Uno dei canali attraverso cui il gruppo degli amici sportivi di Giulia si teneva in contatto era una chat di Whatsapp: «Fino a pochi giorni fa si scherzava assieme e sembrava non ci fossero problemi. Poi questa settimana ci ha fatto sapere che non sarebbe venuta all’allenamento perché aveva degli impegni». L’impegno, evidentemente, poteva essere proprio il procedimento giudiziario innescato dalla denuncia che Giulia aveva presentato contro il suo compagno, accusato di perseguitarla. Il giorno dopo il suicidio l’uomo sarebbe dovuto comparire per la prima volta davanti a un giudice, il gup Guido Patriarchi, per l’udienza preliminare in Tribunale.
Racconta ancora Alessandro: «Sapevo che doveva gestire questa cosa del procedimento e che era un momento complicato. Nei giorni scorsi una nostra amica aveva passato un’ora al telefono con lei per tirarla su di morale». Aggiunge ancora l’amico: «Ma conoscendola sapevo che aveva passato di peggio e sinceramente nessuno pensava che potesse succedere una cosa del genere. Quando l’ho saputo faticavo a crederci, e così anche tutte le altre amiche quando le ho avvisate».
Secondo le testimonianze di altre amiche, da tempo la donna subiva pressioni da parte dell’ex compagno proprio a causa del procedimento giudiziario. Qualche ora prima di quel gesto estremo Giulia aveva scritto alla sua legale, l’avvocato Giovanna Augusta de’ Manzano, in cui diceva: «Le comunico che ho deciso di revocare l’incarico nel procedimento penale contro il sig. (qui viene indicato il nome dell’ex compagno, ndr) e che non voglio proseguire con il procedimento civile». E il procedimento in questione, non ancora aperto, riguardava una possibile causa per l’affidamento dei figli.
