M.S., 14 anni. Uccide a coltellate la madre per vendicare il padre. Condannato a 16 anni
Catania, 25 Luglio 2022
Titoli & Articoli
Catania, omicidio Valentina Giunta: pm dispone fermo per il figlio (il Catania – 27 luglio 2022)
La Procura per i minorenni di Catania ha confermato il fermo per il 15enne accusato di avere ucciso la madre Valentina Giunta, 32 anni con colpi di arma da taglio nella sua abitazione.
“L’attività di indagine svolta dalla squadra mobile di Catania – si legge nel documento – coordinata dalla Procura per i minorenni, diretta dal procuratore Carla Santocono, ha fatto emergere un grave quadro indiziario a seguito del quale il minorenne è stato sottoposto ad interrogatorio. Il decreto di fermo è stato disposto dal pm nel tardo pomeriggio di ieri. Le richieste della Procura sono al vaglio del Gip che deciderà a seguito dell’udienza di convalida del fermo, fissata per i prossimi giorni“.
Sul profilo Facebook del ragazzo si leggono messaggi come: “Papà sei il mio amore, ti amo“, che esprimono l’ammirazione incondizionata per il padre detenuto per furti d’auto e sospettato di un tentato omicidio. Sarebbe proprio l’amore per il padre, che poteva incontrare solo durante i colloqui, alla base del delitto. La madre, infatti, voleva tagliare i ponti con l’ex marito e trasferirsi lontano.
Il ragazzo, che porta il nome del nonno, in passato arrestato nell’ambito di un’inchiesta su un’organizzazione specializzata in furti d’auto, aveva mantenuto rapporti strettissimi anche con i nonni paterni e viveva male la presa di distanze della madre. In un video su tik tok il ragazzo ha fatto un collage delle foto del padre e in più post ha scritto “Ti amo leone, sei la mia vita a presto fuori“.
Il figlio di Valentina Giunta e il culto del padre in carcere: «Ti amo leone, non ti abbandonerò mai» (Corriere della Sera – 27 luglio 2022)
Su TikTok i video di M.S., 14 anni, accusato di aver ucciso la madre: «Ti amo tanto, nel bene e nel male sei la mia forza»
I suoi profili social raccontano l’ammirazione e l’amore che M.S, 14 anni non ancora compiuti, fermato ieri dalla mobile di Catania per l’omicidio della giovane madre, Valentina Giunta , aveva nei confronti del padre, detenuto da anni. Un rapporto intenso, nonostante fossero da tempo separati, che era il tema centrale dei post del ragazzo e che, secondo gli investigatori, sarebbe stata la causa del delitto.
La scelta di andare dai nonni. La vittima, 32 anni, voleva tagliare i ponti con l’ex marito , che aveva denunciato per maltrattamenti, e con la sua famiglia. Tensioni fortissime, l’accusa alla suocera di aver plagiato il ragazzo e la paura che la storia si ripetesse con il figlio più piccolo di soli 10 anni. Valentina aveva scelto di vendere casa e andare lontano con il secondogenito, mentre M. sarebbe rimasto dai nonni. Una scelta mai accettata dalla famiglia dell’ex che avrebbe scatenato anche l’ira del ragazzo. Frequenti le liti in casa, indirettamente raccontate dalle amiche della vittima, che in una serie di post alludono ai problemi della ragazza, dipingendo un quadro familiare desolante.
I video postati su TikTok dal quattordicenne, per il quale la Procura dei minori aveva anche nominato un curatore speciale, sono collage delle foto del padre e del nonno, anche lui con precedenti penali. «Tanti auguri di buon compleanno, papà, sei stato il papà migliore, ti amo tanto e anche se sei lontano da me ti penso sempre e con il cuore sono vicino a te», scriveva l’11 aprile su FB. E ancora: «Sei la mia forza, ti amo leone, presto fuori insieme. Nel bene e nel male non ti abbandonerò mai», alludendo alla scarcerazione tanto attesa. Non una parola per la madre, completamente assente dai social del ragazzo che, invece, dedicava pensieri affettuosi e frasi tenere alla nonna paterna dalla quale Valentina aveva tentato di scappare. (di Lara Sirignano)
Valentina Giunta, uccisa a coltellate dal figlio: “Non accettava che la madre andasse via di casa” (Today – 26 maggio 2023)
La Corte d’assise d’appello per i minorenni di Catania ha confermato la condanna a 16 anni di reclusione del 15enne reo confesso dell’omicidio della madre, avvenuto il 25 luglio del 2022. Secondo l’accusa il 15enne non avrebbe accettato la decisione della madre di lasciare la casa e di allontanarsi col fratellino più piccolo dal loro quartiere.
Accogliendo la richiesta della Procura, la Corte d’assise d’appello per i minorenni di Catania, ha confermato la condanna a 16 anni di reclusione del 15enne reo confesso dell’omicidio della madre, Valentina Giunta, di 32 anni, assassinata nella sua abitazione il 25 luglio del 2022. La sentenza di primo grado, che lo aveva riconosciuto colpevole di omicidio aggravato, era stata emessa il 23 gennaio scorso a conclusione del processo celebrato col rito abbreviato.
La famiglia della vittima è stata parte lesa, assistita dall’avvocato Salvo Cannata. Il difensore dell’imputato, il penalista Francesco Giammona, che aveva chiesto la concessione delle attenuanti generiche, attende il deposito delle motivazioni, previste entro i prossimi 30 giorni, prima di valutare sull’appello alla sentenza. Il minorenne aveva confessato il delitto durante l’udienza per la convalida del suo fermo eseguito il giorno dopo il delitto dalla squadra mobile della Questura che ha indagato sul caso.
“Non accettava che la madre lasciasse casa” Il Gip, accogliendo la richiesta della procuratrice Carla Santocono, aveva emesso un’ordinanza cautelare. Gravissimi gli elementi indiziari, aveva sottolineato la Procura per i minorenni di Catania, emersi a carico del 15enne dalle indagini della polizia che ricostruivano come l’omicidio “fosse maturato in ambito familiare”. Secondo l’accusa il 15enne non avrebbe accettato la decisione della madre di lasciare la casa e di allontanarsi col fratellino più piccolo dal loro quartiere, San Cristoforo, e dalla famiglia dell’ex compagno della donna.
“L’ordinanza del gip – aveva evidenziato la procuratrice Santocono dopo la convalida del fermo – cristallizza la ricostruzione della condotta materiale del giovane che negli ultimi mesi viveva con la nonna paterna essendosi determinato a lasciare la casa della madre nonostante la stessa avesse mantenuto un atteggiamento protettivo verso il figlio, a fronte delle ostilità alimentate dalla famiglia del padre, detenuto da tempo per gravi reati, anche contro la persona”.
Valentina Giunta, uccisa dal figlio 15enne: definitiva la condanna a 16 anni. Anche il padre è in carcere (Fan Page – 21 novembre 2023)
La decisione della Cassazione per l’omicidio avvenuto a Catania il 25 luglio del 2022: inammissibile il ricorso presentato dai difensori del ragazzino.
Il caso dell’omicidio di Valentina Giunta, uccisa dal figlio 15enne (all’epoca dei fatti) nella sua abitazione di Catania il 25 luglio del 2022, è chiuso. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dai difensori del ragazzino reo confesso, già detenuto, in merito alla condanna a 16 anni. Il provvedimento di esecuzione della pena è stato notificato al suo legale, l’avvocato Francesco Giammona.
La sentenza di condanna, per omicidio aggravato, nei confronti del minore era stata emessa dalla Corte d’assise d’appello per i minorenni di Catania il 26 maggio 2023 scorso in conferma di quella di primo grado emessa il 23 gennaio a conclusione del processo celebrato col rito abbreviato. Ora diventa definitiva. Il ragazzino appena fu arrestato dagli agenti della Squadra Mobile confessò subito l’assassinio della madre. Il delitto maturò in un contesto familiare di degrado. Secondo l’accusa il 15enne non avrebbe accettato la decisione della madre di lasciare la casa e di allontanarsi col fratellino più piccolo lontano dal loro quartiere, San Cristoforo, e dalla famiglia dell’ex compagno della donna.
Il giovane infatti aveva deciso di vivere coi nonni paterni. Quella sera mentre la madre era impegnata a riempire le scatole per il trasloco, arrivò il figlio. La discussione si fece subito animato e il figlio tirò fuori un coltello e accoltellò la madre. Giunta chiese aiuto alla sorella che però giunse nell’appartamento quando era già tardi. Anche il padre del ragazzino è detenuto per furto d’auto e tentato omicidio. Il 15enne ha sempre dimostrato una profonda ammirazione nei confronti del genitore: “Ti amo leone, sei la mia vita a presto fuori”, aveva scritto. Arrivando a tatuarsi un cucciolo di leone sul braccio. (di Biagio Chiariello)
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In memoria di
L’omicidio di Valentina Giunta uccisa dal figlio quindicenne (Polizia Penitenziaria)
Nella triste cronistoria degli omicidi dei genitori da parte dei loro figli si deve aggiungere, purtroppo, quello avvenuto a Catania, lo scorso 25 luglio, di Valentina Giunta, di 32 anni, da parte del figlio quindicenne, uccisa con diverse coltellate al culmine di una lite con il ragazzo perché ella non voleva che lui lasciasse la casa familiare per andare a vivere definitivamente con i nonni paterni, temendo che in tal maniera il figlio avrebbe potuto imitare le azioni illegali del padre, detenuto in carcere già da vario tempo per reati legati a gruppi criminali di stampo mafioso, per il quale il ragazzo nutriva una stima sconfinata, proprio per l’adesione paterna ai predetti gruppi.
Tante è vero ciò che l’omicida pubblicava di continuo su facebook fotografie del padre che lo ritraevano insieme a lui, alcune anche durante i colloqui all’interno del carcere, accompagnate da frasi inneggianti la sua figura quali : “sei un leone”, “sei il mio eroe” ecc.
Inoltre, la povera donna aveva intenzione di allontanarsi da casa con lui e l’altro figlio più piccolo di 10 anni per sfuggire alle continue minacce e azioni violente dei suoceri (da lei denunciati per atti persecutori all’autorità di polizia), contrari a tale decisione e legati alla medesima associazione criminale del figlio detenuto, e tale soluzione era assolutamente invisa al minorenne che, invece, voleva seguire le vie della criminalità con l’appoggio dei nonni paterni .
Questa grave situazione di contrasto fra Valentina e i nonni paterni dell’omicida durava da tempo e man mano aveva fatto crescere l’odio per la madre da parte del ragazzo che, continuamente manipolato dai predetti, era diventato succube degli stessi e della figura paterna benché detenuta.
Il giorno del delitto quell’odio, covato talora in silenzio, è esploso irrefrenabile e improvviso, conducendo il ragazzo alla furia omicida dell’uccisione materna utilizzando un coltello da cucina . La inquietante motivazione dell’orrendo crimine di cui si è scritto sopra, quale confessata dallo stesso assassino agli inquirenti, riflette drammaticamente l’introiezione nel minore delle “regole d’onore” dell’appartenenza mafiosa che egli – al pari di ogni figlio che nasce in una famiglia aderente ad un clan- ha respirato fin da piccolo, anche con il sostegno invasivo e continuo dei nonni paterni, e che purtroppo lo ha formato ad una sottocultura criminale.
Invero, ciò costituisce un’applicazione della teoria criminologica della imitazione, ideata dal psicologo canadese Albert Bandura, che giustamente rilevava, già negli anni ’60 del secolo scorso, l’apprendimento sociale dei ruoli negativi da parte dei bambini, nell’ambito della famiglia, attraverso l’imitazione dei comportamenti dei loro genitori, supportato da un sistema di ricompense offerte dagli adulti.
Pertanto, la volontà della povera madre di tentare di sottrarsi all’ambiente mafioso in cui viveva, e di portare con sé il quindicenne, fortemente contestata dai nonni paterni, ha costituito per il minorenne omicida una imperdonabile rottura delle precitate norme d’onore, inducendolo alla commissione dell’orribile crimine contro la giovane donna, rea di un gravissimo tradimento del clan da vendicare con la sua eliminazione fisica. Di più anche il fratellino di dieci anni dell’assassino, dopo l’arresto del predetto da parte dei carabinieri, ha inneggiato , sui social, al gesto ‘eroico’ del fratello maggiore, senza avere neanche una parola di pietà per la disgraziata madre.
Infatti il predetto bambino , sul suo profilo facebook, rivolgendosi al solo fratello omicida scrive, tra l’altro, la frase “mi mancherai”, escludendo qualsiasi pensiero in tal senso nei confronti di sua madre mai citata, nonostante le diverse frasi piene di dolore scritte dalle amiche della povera donna. Ciò dimostra che anche lui, purtroppo affidato ai nonni paterni dopo l’omicidio, ha già ben strutturato, nonostante la sua giovanissima età propria di un bambino, la sottocultura criminale mafiosa che si sostanzia nel perseguire, sempre con ogni mezzo, normalmente illecito, il precitato “onore” della famiglia e del clan di appartenenza.
Quanto detto fa presumere che nella stragrande maggioranza dei casi (se pur esistono rare eccezioni) l’infante che nasce in una famiglia mafiosa è destinato, fin da adolescente, a farne parte integrante e operativa nella commissione di azioni illegali. Pertanto per la prevenzione-protezione dei bimbi che nascono nelle famiglie di mafia si dovrebbe seguire, purtroppo, una regola apparentemente crudele, e cioè il distacco forzato dal nucleo familiare mafioso, al fine di non far introiettare, come ricordato prima, i principi criminali delle regole “d’onore” , come hanno iniziato a fare, da qualche anno, i tribunali per i minori, soprattutto del meridione, quali quelli di Napoli, Reggio Calabria e Catania, dichiarando la decadenza della responsabilità genitoriale e l’inserimento dei piccoli in case-famiglia . In particolare tale prassi giurisprudenziale è stata attuata fin dal 2012 dal Tribunale di Reggio Calabria e ha portato a sistemare, adeguatamente, oltre quaranta minori figli di famiglie della ‘ndragheta, in alcuni casi insieme alle loro madri, come ci ha ricordato la bellissima fiction di Rai Uno “Liberi di scegliere”, trasmessa il 22 gennaio 2019, in cui si ripercorre, fedelmente alla realtà, il percorso di distacco dalla famiglia calabrese mafiosa e il recupero del minore diciassettenne Domenico, grazie alla congiunta attività di un magistrato minorile (interpretato magistralmente dall’attore Alessandro Preziosi), di un giovane psicologo e di un’attivissima e umana assistente sociale all’interno di una casa famiglia. Tale prassi è stata ufficialmente approvata da una importante risoluzione della Sesta Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) del 31 ottobre 2017, che ha riconosciuto nella famiglia mafiosa una “famiglia maltrattante”, in quanto realizza nei confronti dei figli minori comportamenti contrari ai propri doveri di educazione e di assistenza morale alla prole, e quindi necessariamente sanzionabile con l’interruzione dei rapporti fra la famiglia di sangue e i suoi figli minori, e l’affidamento ai servizi sociali con collocamento in comunità o in casa famiglia, sempre però lontane dalla località in cui abitavano con la famiglia di origine.
Chiaramente, nota il CSM , “L’intervento del giudice dei minori si rende necessario nei casi di diretto utilizzo dei minorenni negli affari illeciti familiari; esposizione dei figli all’uso di armi e attività delinquenziali; assenza educativa per latitanza o lunga detenzione di uno o di entrambi i genitori; appartenenza di uno o di entrambi i genitori a sodalizi mafiosi” . Tali drastici provvedimenti giudiziari devono essere gestiti in stretto accordo con i servizi sociali territoriali affidatari, per una tutela minorile adeguata al fine di evitare di “cagionare un danno al regolare sviluppo psico-fisico del minore”, e di non far percepire siffatti provvedimenti come una punizione che si aggiungerebbe di fatto a quelle previste dal codice penale . Queste linee direttive espresse dal CSM sono state , paradossalmente, approvate anche da alcuni detenuti per gravi reati mafiosi, che hanno scritto al presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, Roberto Di Bella, di allontanare i propri figli minori dall’ambiente insalubre in cui si trovano, al fine di poter realizzare per essi “un futuro migliore”, come riportato dal quotidiano la Repubblica del 12 febbraio 2017.




