Gianpiero Prato, 38 anni, perito informatico impiegato Fiat, padre separato. Uccide con 71 coltellate la moglie davanti all’assistente sociale. Condannato a12 anni e 20 giorni di reclusione
Collegno (Torino), 11 Maggio 2010
Titoli & Articoli
Collegno, uccide la moglie con cinquanta coltellate per affidamento bambine (il Giornale – 11 maggio 2010)
Un uomo ha accoltellato e ucciso con trenta fendenti la moglie di 33 anni, il delitto è avvenuto davanti all’assistente sociale, la coppia era separata. L’assassino è stato arrestato dai carabinieri
Un lungo coltello da macellaio, con venti centimetri di lama. È questa l’arma con cui Giampiero Prato, 38 anni, ha ucciso la moglie, Cristina Rolle di 33 anni. Un delitto efferato, compiuto infierendo sul corpo della donna con decine di coltellate: una cinquantina, secondo un primo esame del medico legale, trenta delle quali mortali. L’uomo si è presentato al colloquio con l’assistente sociale, una giovane donna ora sotto choc, con il coltello nascosto in una valigetta ventiquattrore. La violenza sarebbe scattata all’improvviso, senza un apparente motivo. L’uomo ha agito con estrema freddezza, estraendo il coltello dalla borsa e colpendo a raffica la moglie, caduta a terra in una pozza di sangue. Poi è uscito dalla stanza, come se nulla fosse, e ha atteso l’arrivo dei carabinieri. Negli uffici del Consorzio di Collegno, dove si trovava, c’era anche un’altra coppia in attesa di avere un colloquio con l’assistente sociale.
“Manovrava le figlie” Era separato dalla moglie ma poteva vedere le figlie, due bambine di 5 e 7 anni, periodicamente “in luogo neutro”. Quando le aveva con sè, voleva portarle a casa dei suoi genitori, i nonni paterni. Ma le bambine non volevano andarci. Lui però si era convinto che fosse la madre a “manovrarle” e a indurle a non frequentare la casa dei nonni. Sarebbe questo, secondo una prima ricostruzione, il movente per cui questa mattina un uomo di 38 anni, tra le 9 e 30 e le 9 e 45, ha ucciso la ex moglie, durante un colloquio al Cisap, il consorzio intercomunale dei servizi alla persona a Collegno, in via Vacchieri.
Corriere della Sera – 12 maggio 2010
Il killer di Collegno non si era rassegnato: «Io la amo ancora» (Torino Cronaca – 13 maggio 2010)
Gianpiero Prato nella sua ventiquattrore, insieme al coltello con cui ha ucciso la moglie, aveva anche una copia della sentenza di separazione emessa dal tribunale ad aprile. Non solo: lui stesso, pochi giorni prima del delitto, aveva detto al suo avvocato di essere ancora innamorato di sua moglie.
Si definiscono quindi sempre di più i contorni del delitto di Collegno, il brutale omicidio di Cristina Rolle, 33 anni, colpita martedì dal marito con 50 coltellate di fronte all’assistente sociale con la quale stavano discutendo della loro situazione.Oggi ci sarà l’autopsia sul corpo della donna mentre nelle prossime ore è atteso l’interrogatorio da parte del pm Andrea Bascheri. Sulla premeditazione o meno del gesto si giocherà buona parte della difesa del killer, che probabilmente sarà difeso da Virginia Iorio, lo stesso avvocato che seguiva la sua separazione dalla moglie e l’affidamento delle bambine. «Con me comunicava molto con sms e messaggi in segreteria – spiega l’avvocato – L’ultimo me l’ha mandato il giorno prima dell’omicidio: mi chiedeva di parlare ancora con il giudice per sbloccare gli incontri delle bambine con i nonni paterni. Era da una settimana che avvertivo aumentare il suo nervosismo per questo problema, pensava che ci fosse ostruzionismo da parte della madre per convincere le figlie a non incontrare la sua famiglia. Ma mai avrei pensato ad un epilogo del genere, anche perché lui mi diceva di essere ancora innamorato di Cristina».
Il problema degli incontri con i nonni era acuito dal fatto che il padre di Gianpiero è gravemente malato, una situazione che potrebbe aver aumentato le sue preoccupazioni. Per il prossimo 16 giugno, proprio per questa vicenda, era anche stata convocata una udienza di comparizione parti. L’avvocato Sabina Cabutti, che curava gli interessi di Cristina Rolle, però smentisce qualunque tipo di ostruzionismo, riservandosi di valutare con la famiglia l’operato delle assistenti sociali: «Cristina seguiva alla lettera le disposizioni del tribunale».Intanto emerge che i carabinieri di Rivoli, al comando del capitano Massimo Pesa, nella valigetta dalla quale Gianpiero ha estratto il coltello da 20 centimetri con cui ha massacrato la moglie, hanno trovato anche una copia della sentenza dell’ultima udienza del tribunale. Sentenza che, tra l’altro, era a lui favorevole. Evidentemente non abbastanza per fermare la sua follia. (di Claudio Neve)
«Quelle 50 coltellate al mio amore Ridatemi le bimbe» (Corriere della Sera – 15 maggio 2010)
Nella cella del mago del computer – «L’ ho uccisa ma l’ amerò per sempre. Ora lasciatemi dormire. Voglio stare con lei». Ne parla come se fosse ancora viva. Poi Gianpiero Prato s’ accascia sulla branda della cella (carcere delle Vallette) dove è recluso in regime speciale. Martedì scorso ha accoltellato sua moglie con cinquanta colpi. Ora si teme che possa uccidersi. Nella cella di cinque metri quadrati c’ è solo un letto. Non c’ è altro. Neanche le lenzuola. Senza scarpe, Prato indossa una camicia bianca, un maglioncino blu e un paio di jeans. Sequestrati pure gli occhiali. Glieli hanno ridati solo nei 10 minuti in cui ha parlato con il suo legale, l’ avvocato Giacomo Francini, «nel caso avesse dovuto leggere degli atti». Taciturno. Qualche sì, un paio di no, la testa fatta scuotere tutto il tempo, poi il ritorno in cella. Dove ha ricevuto visite di parlamentari e consiglieri. Nessuno però se la sente di riportarlo ai momenti della tragedia. «Ha ucciso la donna della sua vita», dice Virginia Iorio, amica di famiglia e avvocato. Ho paura che si faccia del male. Ultimamente era depresso e sotto cura». Martedì nella mente del tecnico informatico, un mago del computer, deve essere scattato qualcosa. Davanti all’ assistente sociale, nella sede del Cisap di Collegno, Prato ha estratto dalla sua valigetta un coltello da cucina lungo 20 centimetri. E ha colpito Cristina Rolle, 33 anni, insegnante di sostegno in una scuola materna. Si erano conosciuti tanto tempo fa all’ oratorio. Il fidanzamento, il matrimonio e la nascita delle figlie (ora di 7 e 6 anni). Poi il rapporto s’ incrina, va in crisi definitivamente due anni fa e la coppia decide di separarsi. Avrebbero voluto lasciarsi bene, per non far male ai figli. Per questo si erano rivolti ai servizi sociali. «Era un paziente modello», sottolinea Pier Maria Furlan, direttore del centro di salute mentale dell’ Asl To3 che lo aveva preso in cura per un principio di depressione. Certo, qualche segno di instabilità Prato lo aveva dato. Ma nessuno si era preoccupato. «Era anche un buon padre di famiglia», continua Furlan. «Ricordo che durante un breve periodo di cassa integrazione, non mancò mai di pagare gli alimenti per le sue figlie». In cella ha rifiutato il cibo, «E’ imbottito di psicofarmaci, è stato sedato. Ovvio che non abbia stimoli», spiega l’ avvocato Francini. Beve il caffè d’ orzo la mattina. Unica richiesta: succhi di frutta alla pera. Di quei momenti dice di non ricordare nulla. E con un filo di voce chiede di suo padre, da tempo gravemente malato: «Come sta? Ho solo tanto mal di testa. Voglio dormire. Non voglio che mi manchi anche lui. E le bimbe? Dove sono le mie bambine? Avevo paura che me le portassero via e questo mi fa star male. E ora cosa succederà, le rivoglio». Di Cristina non chiede. «Il giudice mi ha fatto tante domande. Erano troppe non potevo rispondere. La testa la sento pesante. Io credo nel mio matrimonio. Non può finire tutto così». L’ avvocato Francini chiederà una perizia psichiatrica». Intanto Prato, quasi volesse convincere se stesso, ripete: «Senza la mia famiglia non posso vivere». Lo va dicendo ai suoi sorveglianti che non lo mollano un solo istante. «Qui mi trattano bene, avrei bisogno di un computer per mandare una mail», dice stringendosi le spalle. «Ho i brividi, cerco di ricordare ma non ci riesco». Al momento nessuno sa darsi una spiegazione. Un gesto folle, sicuramente, ma che non riesce a comprendere nemmeno don Mimmo Mitolo, il sacerdote che lo conosce bene e che ha celebrato le sue nozze: «La malattia e la separazione lo avevano segnato ma è sempre stato affettuoso con tutti. Anche i genitori di Cristina mi risulta che non nutrano rancore. Sanno che Gianpiero era malato. La loro più grande preoccupazione, è il futuro di quelle due bambine». (di Marco Bardesono)
Settanta coltellate alla moglie, condannato a dodici anni (la Repubblica, 4 ottobre 2011)
Secondo i giudici l’informatico è malato e quando tornerà libero dovrà essere sottoposto a ricovero coatto per un periodo non inferiore a tre anni. Disposto anche un risarcimento di quasi due milioni di euro ai parenti della donna uccisa
SETTANTA coltellate inflitte senza lucidità, sotto gli occhi atterriti dell’assistente sociale, sferrate con il risentimento di un uomo che riversava sull’ex moglie gran parte dei fantasmi della sua mente malata. Una valanga di fendenti: solo uno però era stato mortale, in grado di uccidere Cristina Rolle, insegnante elementare di 32 anni, il 10 maggio 2010, al Cicap di Collegno, il consorzio intercomunale di servizi alla persona. Per aver ammazzato l’ex moglie, Gianpiero Prato ieri è stato condannato a 12 anni e 20 giorni di carcere. Il giudice Dante Cibinel ha determinato la pena tenendo conto dello sconto di un terzo per il rito abbreviato e dello stato di seminfermità mentale. Gli ha poi concesso le attenuanti generiche prevalenti.
L’omicidio, aggravato dal fatto di essere stato commesso ai danni del coniuge, non è stato ritenuto premeditato, sebbene quel giorno Prato, informatico che lavorava alla Fiat, si fosse portato con sé al colloquio con l’ex moglie davanti all’assistente sociale, un grosso coltello nascosto nella 24 ore. L’aveva uccisa perché la riteneva responsabile del fatto che le loro due figlie (oggi di 9 e 7 anni) non potessero vedere i nonni paterni. Una decisione in realtà presa dal tribunale dei minori, quando già erano noti i problemi mentali e la personalità borderline dell’uomo, che infatti era appositamente seguito. Soddisfatto il pm Andrea Bascheri, e l’avvocato di parte civile Mauro Mantelli “sia per la condanna, sia per il risarcimento, sia perché è stata riconosciuta la sua pericolosità sociale”. Per questo il giudice gli ha inflitto una misura di sicurezza aggiuntiva: al termine della pena non tornerà libero, ma sarà sottoposto a ricovero coatto per un periodo “non inferiore a tre anni”. Le sue condizioni mentali, e la sua pericolosità, saranno di volta in volta valutate.
Il giudice ha anche disposto un risarcimento (anche se solo virtuale) di un milione e 970 mila euro ai parenti dell’ex moglie. “Prato ha risarcito come poteva, intestando tutto ciò che aveva alle sue figlie – ha spiegato l’avvocato Alberto Mittone che lo difende insieme al collega Fulvio Gianaria – è ovvio che l’importo è estremamente inferiore al danno cagionato, ma non ritengo giusto in questo caso non poter beneficiare di un attenuante che si concede solo se risarcisci integralmente, perché significa essere sfavoriti rispetto a una persona abbiente“. “L’altro aspetto che ho sottolineato – ha aggiunto il difensore – è che questo omicidio è avvenuto davanti a un assistente sociale: Prato era seguito, il suo disagio era noto, eppure nessuno si è accorto che fosse così grave: questo deve far riflettere”. In effetti una relazione di 15 giorni prima dava paradossalmente atto di un “notevole miglioramento” delle sue condizioni. (di Sarah Martinenghi)

