Angelo D’Elia, 71 anni, pensionato, padre separato. Uccide la moglie con una doppietta a canne mozze. Condannato a 24 anni
Mesagne (Brindisi), 13 Maggio 2010
Titoli & Articoli
L’uxoricida di Mesagne: “Non voleva salvare la nostra relazione, e l’ho uccisa” (Brindisi Report – 13 maggio 2010)
Mille rapporti che giungono al capolinea trovano l’epilogo in uno studio legale o davanti a un giudice. Qualcuno invece si chiude con il sangue e l’orrore, come questa mattina … I vicini hanno sentito distintamente due detonazioni di arma da fuoco … Maria Antonietta Calò, e da dieci anni circa anche di Angelo D’Elia. Lei 54 anni, lui 71. Entrambi divorziati, si erano risposati. D’Elia, dopo l’ennesima lite, ha preso una vecchia doppietta a canne mozze che custodiva in casa, e ha sparato due volte al volto della donna, che era sul divano, probabilmente con gli occhi chiusi nel tentativo di riposare, o di allontanare almeno mentalmente la persona alla quale non aveva più nulla da dire.
Subito dopo, l’uxoricida ha telefonato al 113. Tanti, dopo aver ucciso la moglie, il marito o i figli, cercano di togliersi la vita. Angelo D’Elia ha scelto invece di pagare in carcere il conto che gli sarà presentato. E oggi c’è solo la sua versione dei fatti sul delitto e sulla progressione di vicende che lo ha spinto ad impugnare il fucile. La giustizia raccoglierà ovviamente altre prove, altri racconti. Ma sarà sempre il solito scenario di una relazione consunta, a venire fuori dai fascicoli.
Cosa ha detto agli investigatori del commissariato di Mesagne e a quelli della squadra mobile di Brindisi, il pensionato di via Dante 63? Cosa ha detto al pm Pierpaolo Montinaro? Che aveva capito che ormai da solo non sarebbe più riuscito a ricucire un rapporto con quella donna di 17 anni più giovane di lui. Lei non aveva avuto affatto una vita felice: tempo fa, il suo unico figlio di 19 anni si era ucciso bevendo anticrittogamico nel garage del nonno. Avrebbe voluto farsi prete, racconta chi ricorda quella storia. Queste cose un genitore non può cancellarle.
Di figli, invece, Angelo D’Elia ne ha 9, sparsi per la provincia di Brindisi.
“Ho capito che avevamo bisogno di aiuto per tentare di tornare ad avere un buon rapporto”, ha detto l’uxoricida. “Ma lei mi ha risposto che ormai tutto era inutile. E che se la situazione non mi stava più bene, avrei potuto andare via da casa, lasciarla”. E’ stata questa, secondo D’Elia, l’ultima lite della loro vita coniugale. Maria Antonietta Calò si è stesa sul divano, coprendosi con una coperta e infilandosi due tappi nelle orecchie. Forse non ha neppure sentito il marito che si avvicinava puntandole quell’arma micidiale al volto. La sua vita è finita così …
Il vicinato non può che raccontare di liti tra i due divenute frequenti negli ultimi periodi. Di lei che non stava molto bene e doveva assumere ansiolitici (lo ha detto anche il marito). Ma che quell’uomo nascondesse in casa un fucile a canne mozze non lo avrebbe immaginato mai nessuno. D’Elia ha detto di avere trovato quell’arma in campagna nel 1985 e di averla nascosta a scopo di difesa personale. La polizia sta cercando una risposta anche a questo aspetto della vicenda. E altre verità, forse, verranno dai parenti della donna uccisa sul divano, mentre cercava di isolarsi dal mondo. (di Marcello Orlandini)
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In memoria di
Mesagne: uccise la moglie a fucilate, a giudizio l’uxoricida (Brindisi Report – 7 luglio 2010)
Due fucilate al volto della sua compagna di vita. “Venite a prendermi, ho ucciso mia moglie”, disse ai poliziotti del locale Commissariato. Angelo D’Elia, 71 anni, una vita irreprensibile, si era trasformato in un assassino e con un fucile a canne mozzate aveva, a modo suo, impedito che Maria Antonietta Calò (la moglie), 54 anni, lo abbandonasse. Oggi il pubblico ministero Pierpaolo Montanaro ha chiesto e ottenuto che l’imputato venga sottoposto a giudizio immediato. Non ci sono aspetti da chiarire per questa vicenda. L’imputato ammise subito le proprie responsabilità.
Due fucilate al volto della sua compagna di vita. “Venite a prendermi, ho ucciso mia moglie”, disse ai poliziotti del locale Commissariato. Angelo D’Elia, 71 anni, una vita irreprensibile, si era trasformato in un assassino e con un fucile a canne mozzate aveva, a modo suo, impedito che Maria Antonietta Calò (la moglie), 54 anni, lo abbandonasse. Oggi il pubblico ministero Pierpaolo Montanaro ha chiesto e ottenuto che l’imputato venga sottoposto a giudizio immediato. Non ci sono aspetti da chiarire per questa vicenda. L’imputato ammise subito le proprie responsabilità.
Era il 13 maggio scorso, le 14 circa. Rione Distilleria è alla periferia di Mesagne. La coppia abitava in via Dante, la strada sulla quale immette via Virgilio, dove venerdì scorso i fratelli Francesco e Sandro Campana hanno tentato di ammazzare Vincenzo Greco. Niente in comune tra i due episodi, se non il quartiere. Gli agenti trovarono la donna sul divano con il volto ridotto a poltiglia. Schizzi di sangue, frammenti di materia cerebrale e di ossa ovunque. L’unica cosa che era rimasto al suo posto erano i tappi Maria Antonietta Calò aveva nelle orecchie, per non sentire rumori e poter fare il riposino pomeridiano.
La vita di coppia non funzionava più. Probabilmente perché lei ancora giovane mentre il marito aveva una età avanzata. E lei non voleva più saperne. Così ha fatto mettere a verbale l’assassino. Lui aveva cercato in tutti i modi di convincerla. Ma senza risultato. E così quel pomeriggio di maggio impugnò il canne mozze, le si avvicinò e fece fuoco.
“Il fucile – disse ai poliziotti del Commissariato diretto dal vice questore Sabrina Manzone – l’ho trovato in campagna nel 1985 e l’ho tenuto nascosto per difesa personale”. I due si erano sposati una decina di anni prima. Non avevano avuto un figlio. Lei aveva avuto uno in giovane età che, diciannovenne, si era tolto la vita ingerendo veleno. Lui di figli ne ha nove. Il processo sarà celebrato in autunno.
Uccisa mentre dormiva sul divano, 24 anni di carcere al marito (Brindisi Report – 16 dicembre 2010)
Ventiquattro anni di carcere per Angelo D’Elia, 71 anni, mesagnese, reo confesso dell’omicidio della moglie Antonietta Calò, 54 anni, mesagnese, pure lei. La Corte di Assise (presidente Perna, giudice Aliffi) ha riconosciuto le attenuanti generiche ed ha escluso le aggravanti contestate. Inoltre ha concesso una provvisionale di 15mila euro alle parti civili rappresentate dagli avvocato Rosanna Saracino e Marcello Falcone. Il pubblico ministero aveva chiesto la condanna all’ergastolo, mentre il difensore, avvocato Serafino De Bonis, ha puntato sull’infermità mentale dell’uomo.
Unica carta da giocare dato che D’Elia aveva confessato l’omicidio; aveva chiamato egli stesso le forze dell’ordine e al loro arrivo si era fatto trovare in ordine, seduto. Aveva consegnato loro la doppietta a canne mozze con la quale poco prima aveva sparato due colpi alla testa della moglie. Disse ai detective: “Ho perso la testa, mia moglie mi ha bestemmiato i morti, ho preso il fucile ed ho sparato”. E lo ha ripetuto anche in Corte d’assise quando è stato interrogato. Secondo l’avvocato De Bonis il suo cliente non è nel pieno delle facoltà mentali. E per questo in apertura della precedente udienza, il 21 ottobre scorso, aveva chiesto di sottoporlo a perizia psichiatrica. Ma la Corte, con ordinanza, aveva rigettato ritenendo non esserci le condizioni per sospettare che la mente dell’imputato sia in disordine.
La Corte ha impiegato un paio di ore per quantificare la condanna, dato che sulla responsabilità non vi era alcun dubbio. Angelo D’Elia alla Corte, nel corso dei trenta minuti del suo interrogatorio avvenuto nella precedente udienza, non poté fare a meno di ammettere l’omicidio. Cercò, però, di trovare un movente. “Ho sparato io – disse -. Non so cosa mi prese in quel momento. Non volevo ucciderla”. Affermò che avevano avuto una discussione. Lui era geloso, molto geloso della moglie 54enne che a quanto pare non voleva più saperne di quella vita coniugale. “Mi ha bestemmiato i morti”, disse alla Corte. E per questo impugnò la doppietta a canne mozzate e sparò in faccia alla moglie che stava seduta sul divano per il risposino quotidiano.
Era il 13 maggio scorso, le 14 circa. L’abitazione di via Dante, nel rione Distilleria, alla periferia di Mesagne, che ospitava la coppia, si trasformò in una casa degli orrori. Sul divano la poveretta con la faccia praticamente distrutta. Gli auricolari che usava per dormire erano rimasti incastri nelle orecchie nonostante lo scempio provocato dalle fucilate. Tutt’intorno materia cerebrale, ossa, denti, sangue. Erano entrambi alla loro seconda esperienza coniugale. La coppia non aveva avuto figli da questa unione. Lei ne aveva avuto uno col precedente marito, ragazzo che a 19 anni si uccise.
D’Elia figli ne aveva già nove. La loro sembrava una vita tranquilla, così dissero due nipoti dell’uccisa in udienza (sono i due che si sono costituiti parte civile), con i problemi di ogni coppia. Evidentemente sotto la cenere covava ben altro; tensioni che all’esterno non apparivano. Qualcosa di insanabile, che può essere stata la gelosia o magari la rabbia perché la moglie non sopportava più di vivere con una persona molto più anziana di lei.
