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Giovanni Agliarulo, 42 anni, tossicodipendente con precedenti per spaccio. Entra dalla finestra nell’appartamento dell’ex convivente e la uccide a martellate mentre le figlie della donna dormono nell’altra camera. La condanna a 30 anni viene affissa pubblicamente sui manifesti

Napoli, 27 Aprile 2003


Titoli & Articoli

Uccisa a martellate,in manette l’ex (TgCom24 – 6 maggio 2004)
Napoli,parziali ammissioni dell’uomo
La polizia ha arrestato Giovanni Agliarulo, 43 anni, accusato di aver ucciso la ex convivente Patrizia Carteciano nel sonno a martellate nella sua abitazione del quartiere Fuorigrotta. L’uomo è stato bloccato nei pressi della sua casa in via De Sivo, nello stesso quartiere. Secondo le prime notizie, Agliarulo avrebbe ammesso che il suo gesto è maturato recentemente, dopo che la donna lo aveva lasciato, stanca dei frequenti litigi. A seguito di un ennesimo litigio, Patrizia aveva cacciato di casa l’uomo e aveva blindato la porta, in modo che Giovanni non potesse entrare. Ma lui è riuscito a penetrare nell’appartamento arrampicandosi sul balcone del primo piano dello stabile di via Cavalleggeri d’Aosta, e forzando gli infissi. Secondo la ricostuzione degli investigatori Sagliarulo ha poi impugnato una mazzuola che si trovava nel ripostiglio, si è avventato sul corpo minuto della donna e l’ha colpita ripetutamente nel sonno, massacrandole il cranio.
Il presunto omicida, che non ha un lavoro fisso e sembra abbia problemi di droga, ha precedenti per spaccio di sostanze stupefacenti e per aver tentato nel ’99 di accoltellare l’ex marito della vittima. I due convivevano da circa due anni, un rapporto tormentato secondo quanto raccontato dai vicini che spesso li sentivano litigare.

Condannato, sentenza sui manifesti (La Repubblica – 5 febbraio 2004)
Una condanna da rendere pubblica, il più evidente possibile. Tanto da stamparla in diversi manifesti affissi in via Cavalleggeri d’ Aosta. Listati a lutto, annunciano che a Giovanni Agliarulo sono stati inflitti 35 anni di carcere (ma in realtà sono 30) per l’ omicidio di Patrizia Carteciano. Perché tutti sappiano. Un caso che fa discutere. E se riscuote l’ approvazione di chi abita nella zona – «Giusto mettere i manifesti, chi ha ucciso Patrizia meritava il carcere a vita» – sembra proprio una storia destinata a suscitare molti interrogativi. La vicenda a cui si riferisce il manifesto è l’ assassinio di una giovane donna (fine aprile 2003) che, secondo l’ accusa, fu uccisa a martellate dal suo ex convivente. Nei giorni scorsi il verdetto del gup (il massimo della pena con il rito abbreviato, 30 anni). Da qualche giorno, dove abitava la vittima, sono comparsi i manifesti che pubblicizzano la sentenza. Si presume che l’ iniziativa sia dei familiari della vittima. Dice l’ avvocato Nicola Cappuccio, difensore di parte civile: «Non so direttamente da loro se abbiano voluto questo manifesto, posso immaginare che si tratti di uno sfogo per la perdita di un familiare, hanno sofferto tanto, bisogna comprenderli». Un cognato della vittima, al telefono taglia corto: «Lei era molto amata, ha fatto la bidella per tanto tempo e nel quartiere in tanti le erano affezionati, non so chi abbia messo quei manifesti, potrebbero essere state anche persone differenti dai familiari». Il caso dei manifesti-sentenza apre la discussione. Un dibattito in cui si registrano vari punti di vista. Comune l’ opinione del preside di Sociologia Enrica Amaturo e del teologo Don Gennaro Matino: per entrambi si tratta di un segnale poco rassicurante che confina con un sentimento di vendetta. Spiega il suo punto di vista Enrica Amaturo: «Infierire non è mai bello; la giustizia ha fatto il suo corso e, mi sembra, per una volta è stata piuttosto celere ed efficace; eppure con quel manifesto è come se si volesse dire che non basta; quelle affissioni sono un segnale piccolo, ma pur sempre un segnale ed io sono sempre preoccupata quando alla giustizia si sostituisce un sentimento di vendetta; non vorrei si arrivasse alla gogna, come in certe comunità americane dove, quando un imputato esce per aver scontato la pena, si indica la sua casa con scritte come: Qui abita un ex detenuto». Sulla stessa linea il teologo Gennaro Matino: «Quando il sentimento di giustizia si tramuta in vendetta c’ è di che esser preoccupati; quanto accaduto rispecchia un atteggiamento piuttosto diffuso nell’ opinione pubblica: che la migliore giustizia è la vendetta; naturalmente tutto ciò non è proprio condivisibile». Differente il parere di Francesco Paolo Casavola, presidente emerito della Corte Costituzionale: «Non parlerei di gogna mediatica quanto, piuttosto, della volontà di comunicare un fatto ritenuto importante ad una piccola comunità, nel caso, una strada, un quartiere, un modo di intessere un colloquio; non trovo nulla di particolarmente significativo nella vicenda, al di là di una necessità di comunicare il rapporto tra giustizia e soddisfazione delle parti lese; perché, mi sembra, che il manifesto contenga implicitamente pure questo messaggio: la soddisfazione per avere ottenuto giustizia, un bisogno di comunicare il consenso a una giustizia legale». Per il filosofo Aldo Masullo «è difficile interpretare questo evento che dovrebbe essere esaminato a fondo, ad ogni modo io colgo un aspetto particolare: la necessità che qualsiasi evento venga urlato e abbia una vasta risonanza; per me si tratta di un indice di una chiara trasformazione sociologica: il bisogno di evidenza, di massima pubblicità possibile, anche per un evento giudiziario».

 


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