Ivan Zucchelli, 47 anni, albergatore, sposato. Uccide a colpi di pietra l’amica e simula un incidente stradale. Condannato a 30 anni confermati dalla Cassazione, muore per una malattia sette anni dopo il delitto
Valle di Ledro (Udine), 4 Febbraio 2013
Titoli & Articoli
Papà Mario: «Mio figlio è sereno» (Giornale Trentino – 10 febbraio 2013)
Il noto albergatore: «Ha perso un’amica e ora il peso di questi sospetti»
Il telefonino di Mario Zucchelli, papà di Ivan, ha suonato molto ieri. Nonostante il momento non sia certo dei migliori, Mario ha risposto con la cortesia e la disponibilità che da sempre lo contraddistinguono. «Non so nulla – esordisce – e non saprei cosa dire. Attendiamo notizie nelle prossime ore e vediamo cosa succede. Una cosa è certa: conosco molto bene mio figlio e sono sicuro che non c’entra nulla. Purtroppo, a volte, negli incidenti ci sono degli aspetti inspiegabili e credo che questo sia uno di quei casi. Lui è tranquillo anche se, al dolore per la perdita di una carissima amica, ora deve aggiungere il peso di questi sospetti».
Ivan Zucchelli, in passato, ha gestito attività come il bar «Sandro» a Riva, le «Busatte» a Torbole e il bar «Giardino» a Varone, è persona nota e stimata in tutta la zona. Da almeno dieci anni aveva stretto amicizia con Daniela Sabotig, farmacista di Montenars in provincia di Udine, da tempo affetta da una grave malattia invalidante e degenerativa. La donna, innamorata dell’alto Garda e ospite per qualche giorno presso la casa che l’amico possiede in località Legòs, sul lago di Ledro, si sarebbe presto trasferita a vivere a Riva. Sogni che si sono spezzati l’altra notte sulla strada per Pur. Zucchelli ha riferito che l’amica, che era al volante della Renault, è stata probabilmente colta da un malore, s’è rivolta verso di lui con gli occhi sbarrati, come se le mancasse il respiro, e ha perso il controllo della vettura che è finita nella scarpata.
Uccide l’amica: tradito dal webSu motore di ricerca tracce del delitto (TgCom24 – 31 maggio 2014)
Trento, simula un incidente ma cerca in internet come “stordire” la vittima con medicinali
“Sovradosaggio Valium”. “Infortunio conducente”. Queste, e altre parole cercate su Internet hanno incastrato Ivan Zucchelli, 48 anni, accusato di aver ucciso a Trento Daniela Sabotig, farmacista 54enne, colpendola con un sasso alla testa e poi simulando un incidente stradale nel febbraio 2013. L’uomo, che puntava ai soldi della vittima fingendosi suo amico, aveva fatto ricerche compromettenti sul web prima di colpire.
Daniela Sabotig, da tempo malata, aveva affidato a Ivan Zucchelli, suo futuro carnefice, tutto il suo futuro e le sue speranze. Gli aveva affidato la gestione del suo patrimonio, gli aveva firmato una procura per vendere immobili e, soprattutto, lo aveva reso beneficiario della sua polizza vita.
Una autentica manna dal cielo, fanno sapere gli inquirenti che hanno indagato sulla morte della donna, visto che Zucchelli, riporta il Corriere della Sera, era pieno di debiti e con una situazione finanziaria disastrosa. Da lì l’idea di incassare l’assicurazione, simulando un incidente stradale nel quale Daniela moriva e lui si salvava per miracolo. Le ferite al capo riportate dalla farmacista non hanno però convinto investigatori e medico legale, che le giudicavano non compatibili con un incidente stradale (con la testa che va a sbattere contro il volante).
Ulteriori indagini hanno così fatto propendere per la versione dell’incidente simulato e il ferimento tramite corpo contundente, e poi il colpo di scena. Zucchelli aveva lasciato tracce informatiche del suo crimine. Cercava sui motori di ricerca “sovradosaggio Valium”, “infortunio conducente”, “tempi di riscossione per una polizza”. Gli inquirenti hanno quindi ricostruito l’omicidio: forse la donna è stata prima stordita con medicinali, che lei abitualmente prendeva per la sua malattia, in sovradosaggio, poi colpita al capo verosimilmente con un grosso sasso in auto e infine lasciata cadere in una scarpata. Ivan Zucchelli è stato arrestato: a lui e ai suoi legali il compito di smontere l’accusa.
La difesa: «Fu un incidente, voleva salvarla» (Giornale Trentino – 4 luglio 2014)
Quattro ore di arringa dei difensori: «E’ innocente, su soldi e immobili sono state dette tante bugie»
Dopo gli avvocati della parte civile, Paolo Dal Zilio e Claudio Malfer, che hanno sostanzialmente abbracciato la posizione dell’accusa, hanno preso la parola i difensori di Zucchelli, l’avvocato trentino Nicola Stolfi e quello rivano Paolo Bonora. Stolfi ha parlato per circa quattro ore e mezza e lo ha fatto per smontare, una per una, le tesi dell’accusa, ribadendo il concetto che quella fredda notte di febbraio, Daniela Sabotig fu vittima di un incidente e che Ivan tentò in tutti i modi di salvarla.
Particolare attenzione, Stolfi e Bonora hanno posto sulla dinamica dell’accaduto. Per la difesa, capito quanto stava avvenendo, con l’amica che aveva perso il controllo della sua vettura, allungò d’istinto una mano al volante per cercare il freno – Daniela era affetta da una grave malattia che la costringeva su una sedia a rotelle e la vettura era appositamente modificata – e questo spiegherebbe la modesta velocità con cui la macchina scese lungo la scarpata – è stata stimata non oltre i 10 chilometri orari – e la mancata apertura degli airbag. E se è vero che nei metri percorsi lungo il pendio non vi furono impatti tali da giustificare le ferite riportate al capo dalla donna – come hanno sempre sostenuto i periti di accusa e parte civile – Stolfi e Bonora hanno ricordato che, proprio alla fine della drammatica corsa, la vettura finì su due dossi che, oltre a causare danni al pianale, invisibili ad un esame superficiale, fece sobbalzare verticalmente e in modo violentissimo la Renault. Proprio a causa di quel terribile colpo, Daniela, le cui condizioni di salute le impedivano di avere il completo controllo, finì con il capo sul volante. Per quel che riguarda le foto ritrovate sul computer di Zucchelli, la difesa ha spiegato ancora una volta che il loro assistito ha sempre avuto la passione per la fotografia e che quelle immagini erano solo una piccola parte delle decine scattate lo stesso giorno da Ivan in diversi altri punti del lago di Ledro. Nessuna premeditazione, insomma. Per quel che riguarda le vendite delle case – quella di Moggio e quella a Sesto San Giovanni – e l’utilizzo in borsa di grosse somme di denaro, di cui la mamma di Daniela aveva parlato a lungo lo scorso novembre in aula, la difesa ha spiegato che non sempre Daniela era stata trasparente con i familiari e che le versioni fornite alla madre sono state in alcuni casi smentite dai documenti.
«Omicidio Sabotig, processo da rifare» (Giornale Trentino – 16 novembre 2014)
Zucchelli, condannato a 30 anni per la morte dell’amica farmacista, ha presentato appello con gli avvocati Bonora e Stolfi
Ivan Zucchelli, l’albergatore altogardesano condannato in primo grado a trent’anni di carcere, per aver ucciso l’amica farmacista Daniela Sabotig, la notte del febbraio 2013, lungo la strada che conduce a Pur, in val di Ledro, ha deciso di presentare appello attraverso i suoi difensori di fiducia, gli avvocati Paolo Bonora e Nicola Stolfi. Quasi cento le pagine che raccolgono le accurate motivazioni dell’appello, nelle quali gli avvocati Bonara e Stolfi prendono a martellate l’impianto accusatorio della Procura e le motivazioni della sentenza di condanna del giudice del tribunale di Rovereto.
«Sono molteplici le ragioni di doglianza verso la sentenza di primo grado», spiegano gli avvocati Bonora e Stolfi. Che partono da un semplice teorema: «I rapporti fra Ivan Zucchelli e Daniela Sabotig erano buoni, normali, fino alla sera prima dell’incidente – scrivono – in autunno lei lo chiama “cucciolotto impegnatissimo”, va trovarlo in febbraio e frequenta con lui la casa e i luoghi della famiglia e della moglie Joanna. Va a trovare i genitori, esce con lui in locali pubblici». Per questo, «perché Ivan avrebbe dovuto volerla ucciderla? Secondo l’imputazione per l’ottenere l’impunità per il reato di truffa commesso nei suoi confronti. I rapporti fra i due erano buoni e non risulta in alcun modo che Daniela volesse denunciarlo». «In una situazione del genere – chiedono gli avvocati Bonora e Stolfi – non si uccide per 250 mila euro».
Per i due difensori, esistono numerosi “omissis” ed errori ricostruttivi, che demolirebbero la premeditazione. In modo analitico, nell’appello spiegano che «nessuno si è mai preoccupato di indagare ed analizzare le tracce ematiche sul volante e il tipo di lesione frontale riportata dalla Sabotig». Per Zucchelli e i suoi legali si tratta di una «omissione allucinante». Inoltre, «non viene ricostruita alcuna ipotesi alternativa a quella di un incidente stradale, non si dice a Zucchelli come, dove, quando avrebbe ucciso la sua amica. Semplicemente si spigola (commettendo errori fatali), fra le sue affermazioni per sostenere che ha mentito e dunque ucciso».
A livello investigativo, i due legali evidenziano altre lacune. «Non si conservano, repertandoli come era doveroso fare, i pezzi di vetro del finestrino laterale sinistro che dalle foto ingrandite solo grazie ad uno scrupolo (ovvio) di approfondimento difensivo, risultano recare tracce di sangue.
Anche la sentenza non se ne occupa. Non si reperta il berretto intriso di sangue che era all’interno dell’abitacolo della vettura; non si valutano gli occhiali metallici, con tracce ematiche, di Daniela Sabotig; non si ricostruisce in modo realistico il profilo del dirupo dove è precipitata la macchina, dimenticandosi del salto finale di due metri che si trova in fondo alla scarpata». Per questi e molti altri motivi, i due difensori chiedono «di mandare assolto Zucchelli perché i fatti non sussistono», con un nuovo processo e una nuova perizia ingegneristico – cinematica dell’ingegner Mazzoncini, l’esame della moglie dell’imputato e dello stesso Zucchelli.
Omicidio della farmacista di Montenars, l’assassino condannato a 30 anni (Udine Today – 16 luglio 2015)
La Corte d’assise d’appello di Trento ha confermato la condanna di primo grado a carico dell’imprenditore trentino arrestato per l’omicidio dell’amica e farmacista friulana Daniela Sabotig, nel febbraio 2013 . Zucchelli è stato condannato anche a un risarcimento alla famiglia della Sabotig di 900 mila euro
Trent’anni di reclusione e 900 mila euro di risarcimento. La Corte d’assise d’appello di Trento ha confermato la condanna di primo grado a carico di Ivan Zucchelli, l’imprenditore rivano arrestato per l’omicidio dell’amica e farmacista friulana Daniela Sabotig, nel febbraio 2013 . Il corpo senza vita della donna era stato trovato nella sua macchina in fondo a una scarpata lungo la strada che collega Pieve di Ledro a Pur. Il racconto dell’uomo, che aveva riferito di un incidente stradale, non aveva da subito convinto gli investigatori che avevano così fatto partire le indagini e le perizie. Zucchelli è stato condannato anche a un risarcimento alla famiglia della Sabotig di 900 mila euro.
Daniela uccisa a bastonate: «Lui è un gelido calcolatore» (Messaggero Veneto – 20 ottobre 2015)
Pubblicate le motivazioni della sentenza che condanna a 30 anni Zucchelli. La farmacista di Montenars morì nel 2013, all’inizio si pensò a un incidente
MONTENARS. Uccisa a bastonate. È l’ipotesi, rispetto alla morte di Daniela Sabotig, formulata dai giudici nelle motivazioni della sentenza della Corte d’assise d’appello di Trento che ha confermato la condanna a trent’anni di reclusione per omicidio premeditato a carico dell’imprenditore rivano Ivan Zucchelli. L’interpretazione dei giudici (le motivazioni sono firmate dall’estensore Daniela Genalizzi e dal presidente Carmine Pagliuca) nasce da una delle conversazioni, definita “inquietante”, intercettate durante l’indagine.
Era il 9 febbraio del 2013 (cinque giorni dopo la morte della farmacista di Montenars) e Zucchelli stava parlando con la moglie: «Secondo me sui tuoi pantaloni c’era non solo sangue ma anche un pezzo di cervello, quel pezzo che ho lavato io», dice la donna ad Ivan. Il quale risponde così: «Che ne so, magari è un pezzo di pelle, chi è che lo sa». Continua la moglie: «Sembrava un grumo». E l’imprenditore ribatte: «…Poteva essere un grumo di sangue, o qualcosa, un pezzo di legno dentro il sangue…».
Proprio queste ultime parole per i giudici sono incongrue rispetto alla ricostruzione della morte di Daniela – ovvero l’incidente stradale – sempre sostenuta da Zucchelli. Da qui l’ipotesi che la donna sia stata uccisa «utilizzando uno strumento verosimilmente ligneo non potendo altrimenti comprendersi – scrive il giudice – il riferimento da parte dell’imputato al pezzo di legno dentro il grumo di sangue rimasto sui suoi pantaloni». C’è da dire, tuttavia, che il luogo dove si sono svolti i fatti è un bosco, dove gli elementi lignei di certo non mancano. Per i giudici è anche certo che Zucchelli sia rimasto volontariamente a bordo dell’auto e l’abbia lui stesso indirizzata nella scarpata scansando gli ostacoli. I giudici invece lasciano un dubbio sul fatto che Daniela sia stata assassinata prima o dopo l’uscita di strada. Sono questi gli elementi più rilevanti emersi nelle motivazioni di una sentenza che ricalca il solco segnato nella sentenza di primo grado. Perno di tutto resta l’interpretazione delle ferite trovate sul corpo della donna, trovata cadavere nella sua Renault Kangoo in fondo ad una scarpata a Pieve di Ledro.
I giudici hanno sposato in toto le perizie dell’accusa che hanno definito i traumi non compatibili con urti avvenuti all’interno dell’auto durante la caduta nella scarpata, mentre la difesa – a colpi di perizie – ha tentato di dimostrare che le ferite potevano essere state provocate soprattutto dal volante, in particolare nell’ultimo “salto” compiuto dalla Kangoo durante la discesa nella scarpata. Se la donna non è morta a causa dell’incidente, non può che essere stata uccisa è la sintesi estrema del pensiero dei giudici, pensiero attorno al quale è stato poi ricostruito tutto il resto, a partire dal movente. I giudici descrivono Ivan Zucchelli, cinquantenne, come un uomo senza scrupoli, che per anni ha sfruttato una donna affettivamente, psicologicamente e fisicamente fragile: divorziata e affetta da una grave patologia degenerativa, Daniela Sabotig si era affidata in tutto e per tutto a Ivan. Al punto da mettere nelle sue mani, con una procura, tutti i suoi beni mobili e immobili. Per l’accusa Zucchelli in pochi anni si sarebbe impossessato di circa 600mila euro, dilapidati in buona parte in borsa. E avrebbe quindi cercato di monetizzare anche la morte della farmacista stipulando due polizze, un progetto che ha messo in atto dopo che l’amica aveva disdetto una disposizione bancaria mensile a suo favore. Nei giorni in cui ha trovato la morte, secondo i giudici Daniela stava cullando il sogno di trasferirsi a Riva, convinta che avrebbe solo dovuto rogitare la casa, acquistata con quei soldi che non c’erano più. Un quadro da “gelido calcolatore” che la difesa ha cercato di smontare, sostenendo che Daniela era consapevole delle perdite in borsa e che con Ivan aveva ancora un ottimo rapporto. La casa acquistata? Per la difesa un sogno tramontato già nel 2012, come dimostrerebbero le date dei compromessi stipulati. Da parte sua la difesa non ha dubbi: «Crediamo sin dal primo giorno nell’innocenza di Ivan Zucchelli. La sentenza della Corte d’assise d’appello? Non ci convince». Poche, ma significative le parole pronunciate dalla difesa – rappresentata dagli avvocati Nicola Stolfi e Paolo Bonora – dopo aver preso visione delle motivazioni della sentenza d’appello, sentenza che ha confermato la condanna a 30 anni per omicidio premeditato. Come già annunciato immediatamente dopo la lettura in aula della sentenza, ci sarà il ricorso per Cassazione, che la difesa deve depositare entro la fine del mese di novembre.
“Uccise l’amica per soldi”: confermato il carcere per Ivan Zucchelli (Trento Today – 27 aprile 2017)
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dall’imputato e confermato i 30 anni senza possibilità di appello. Il movente: i soldi della farmacista. Resta in carcere Ivan Zucchelli, l’imprenditore accusato di aver ucciso l’amica Daniela Sabotig. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dall’imputato e confermato i 30 anni senza possibilità di appello. Il movente: i soldi della farmacista. L’amica di lunga data non era più disposta a coprire le spregiudicate operazioni finanziarie dell’uomo come aveva fatto fino ad allora. Termina dunque con una condanna definitiva la vicenda del febbraio 2013, quando -secondo la ricostruzione dei giudici – Zucchelli uccise la donna, malata di Sla, simulando poi un incidente stradale. Confermata anche la premeditazione. Per le motivazioni della sentenza bisognerà attendere qualche mese.
Link
In memoria di
MORTO IVAN ZUCCHELLI CONDANNATO PER L’ OMICIDIO DI DANIELA SABOTIG (Radio e Tv – 28 febbraio 2020)
E’ morto ieri all’hospice di Mori, stroncato da una malattia incurabile, Ivan Zucchelli, l’imprenditore rivano di 55 anni anni condannato in via definitiva per l’omicidio della farmacista friulana Daniela Sabotig, uccisa a Pieve di Ledro nel 2013.
Zucchelli era agli arresti domiciliari dallo scorso luglio proprio per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute. Doveva scontare una condanna a 30 anni di reclusione. La vittima 53enne e disabile venne uccisa la notte del 4 febbraio del 2013 a Riva del Garda. Zucchelli era stato condannato per aver inscenato con premeditazione un incidente stradale allo scopo di nascondere il delitto.
Per i giudici i traumi che erano stati riportati dalla donna non sarebbero stati compatibili con gli urti avvenuti all’interno dell’auto durante la caduta nella scarpata.
Zucchelli, questa la tesi degli inquirenti, l’avrebbe uccisa colpendola prima con un bastone per poi gettarla con l’auto nella scarpata. Nella sentenza definitiva della Cassazione l’imprenditore rivano veniva descritto come un uomo senza scrupoli, che per anni aveva sfruttato una donna ritenuta psicologicamente e fisicamente fragile e a cui avrebbe sottratto 600mila euro, soldi utilizzati per giocare in borsa. Inoltre avrebbe stipulato due polizze sulla vita della farmacista.
L’idea dell’omicidio sarebbe balenata nella mente del 55enne dopo che la Sabotig aveva disdetto una disposizione bancaria mensile a suo favore, capendo di essere stata in qualche modo truffata.
La sentenza aveva anche confermato il risarcimento a favore dei parenti della vittima che la Corte di Appello aveva quantificato in 900mila euro.







