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Massimo Carlotto, 19 anni, militante di lotta continua. Condannato a 18 anni di reclusione (poi ridotti a 16) per aver ucciso con 59 coltellate una studentessa, fugge in Messico. Dopo 17 anni di vicende giudiziarie e 6 di carcere, riceve la grazia. Oggi fa lo scrittore di successo e la Rai gli affida la conduzione di un programma sui serial killer

Padova, 20 Gennaio 1976


Titoli & Articoli

Corriere della Sera – 23 gennaio 1976

Caso-Carlotto, i parenti bergamaschi della vittima rispondono a Gandi: “Siamo indignati”

 

Corriere della Sera – 10 febbraio 1977


Link


In memoria di

La vecchia Padova

No ai cattivi maestri in cattedra (Messaggero Veneto – 25 giugno 2013)
“Le donne si ribellano agli uomini sbagliati” (Messaggero Veneto di sabato 25 maggio) sostiene il noto scrittore veneto di “gialli noir” Massimo Carlotto, ai margini di un convegno. Vien ancora oggi da chiedersi a chi si sia ribellata invece Margherita Magello, studentessa di soli ventiquattro anni massacrata con 59 coltellate nella sua casa di Padova il venti gennaio di un lontano e forse dimenticato 1976. Il dubbio assale perchè secondo giustizia italiana e dopo dieci processi, oltre ottanta giudici e persino una richiesta di revisione pena della Corte Costituzionale (caso eccezionale in Italia), l’unico condannato per quel reato è (e resta) proprio Massimo Carlotto, che a causa di quella vicenda ha scontato sei anni di carcere e ne ha evitati il doppio solo perchè graziato dall’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro nell’aprile del ’93. La richiesta di grazia presentata dai genitori fu firmata dal Gotha della sinistra italiana della quale Carlotto, militante di Lotta Continua all’epoca dei fatti, ne era diventato un’icona al pari di Adriano Sofri e per citare alcuni nomi tra i firmatari: Iotti, Imposimato, Pisapia, Neppi Modona. Tale provvedimento tuttavia, a norma di diritto, estinse la pena non il reato, tantomeno la condanna passata in giudicato. Condanna emessa al tempo in due distinte occasioni dalla Corte d’assise d’appello di Venezia, ai cui occhi non giovò mai indubbiamente il comportamento dell’allora imputato, fuggitivo latitante, in Francia e Messico, per tre lunghi anni. Catturato solo per delazione ed estradato poi, nonostante la rete politico-culturale di protezione dell’intellighenzia di casa nostra e d’oltre frontiera che coinvolse persino lo scrittore brasiliano Jorge Amado (Battisti docet).
Il diritto pieno a rifarsi una vita, anche magari di successo, dopo l’iter giudiziario è garanzia eccelsa del nostro ordinamento giuridico, ma quello che deve restare a memoria non è Carlotto che oggi “pontifica” sulla violenza alle donne, bensi proprio il corpo di quella donna allora straziato. Margherita, una giovane ragazza che guardava alla sbocciante primavera della sua esistenza conclusasi invece purtroppo martoriata nell’oscuro ripostiglio di casa sua un freddo giorno di gennaio di tanti anni fa.
Pierpaolo Lupieri
La risposta di Gervasutti
Negli anni Settanta e Ottanta l’Italia era caratterizzata dalla “lunga notte”, vale a dire da un periodo in cui la repubblica era traballante, ripetutamente colpita da una violenza contro la quale era molto difficile combattere. Essa era impastata di ideologie che si richiamavano alla politica, ma non mancavano gli episodi di criminalità senza aggettivi. Uno dei casi più clamorosi ebbe per protagonista Massimo Carlotto, che ancor oggi simbolicamente rappresenta un “personaggio” dell’epoca. È giusto, è logico, è accettabile che sia così? Ognuno la pensa come vuole, per ciò dico subito che io concordo con il signor Lupieri e mi ribolle un po’ il sangue nel ricordare che un pluricondannato, evaso e latitante fu graziato dall’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, rimasto famoso per avere schiaffeggiato in un ristorante una signora che portava una generosa scollatura. Fu proprio una ragazza di 24 anni, Margherita Magello, massacrata a colpi di pugnale, a dare vita – per così dire – al “Fuggiasco” Carlotto. Siamo a Padova nel 1976; Massimo ha 19 anni, è militante di Lotta Continua, e quella mattina si trova a passare davanti la casa della sorella, che abita nello stesso stabile di Margherita. Sente delle grida, entra nell’appartamento che ha la porta aperta, e scopre in un ripostiglio il corpo della ragazza, nuda e agonizzante. Carlotto è acccusato di omicidio, perché i suoi calzoni sono macchiati del sangue di Margherita ed è soltanto dopo avere raccontato l’episodio a due amici e a un avvocato che si presenta ai carabinieri ed è arrestato. La corte d’assise assolve l’imputato per insufficienza di prove, in appello viene invece condannato a 18 anni, pena poi confermata dalla Cassazione. Carlotto taglia la corda e per tre anni passa dalla Francia al Messico, dove però la polizia lo acciuffa e lo rispedisce in Italia. Ed ecco prontamente nascere l’immancabile Comitato internazionale di giustizia per Massimo Carlotto, che avvia una campagna di informazione e una raccolta di firme per la revisione del processo. Dopo la mobilitazione di numerosi intellettuali di sinistra, nel 1989 la Cassazione ordina la revisione e rinvia gli atti alla Corte d’appello di Venezia, che un anno dopo emette un’ordinanza di sospensione della causa con rinvio alla Corte costituzionale; mentre si attende quest’ultima sentenza, il presidente del Collegio è andato in pensione, per cui il processo è da rifare. A Carlotto sono inflitti 16 anni di carcere, ma il condannato può riprendere la sua vita in libertà nel 1993, grazie alla larghezza di vedute di Scalfaro. La vicenda, comunque triste e vergognosa, ha lasciato ovviamente il segno nel “ragazzo che fu” e oggi che si avvicina ai 60 anni riscuote i consensi per la sua attività di scrittore, saggista e sceneggiatore. A suo modo, ha pagato il conto, ma non vedo la necessità di metterlo in cattedra.

Massimo Carlotto - Trentino Cultura

Lo scrittore Massimo Carlotto condannato per omicidio (e poi graziato) condurrà un programma Rai dedicato ai serial killer (il Fatto Quotidiano – 11 maggio 2018)
Il giallista, al centro di uno dei casi più controversi di cronaca nera, è il volto scelto dalla tv pubblica per il programma Real Criminal Minds. Condannato a 18 anni per l’omicidio a Padova della sua fidanzata nel 1976, è stato graziato da Oscar Luigi Scalfaro e riabilitato. Il presidente del Consiglio regionale del Veneto: “Siamo alla follia”
Al termine di una delle vicende giudiziarie più lunghe e intricate della storia della Repubblica, venne giudicato colpevole e condannato a 18 anni di carcere. Dopo sei, venne graziato dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, tornò in libertà ed è stato riabilitato. Da allora, per Massimo Carlotto, è iniziata la vita da scrittore di gialli e ora è stato ingaggiato dalla Rai come conduttore del programma Real Criminal Minds, una trasmissione ispirata ai crimini di veri serial killer.
Una scelta, quella della tv di Stato, diventata un caso dopo l’annuncio de Il Giornale e l’intervento del presidente del Consiglio regionale del Veneto, Roberto Ciambetti, che si è detto “indignato”. Perché il 20 gennaio 1976 Carlotto, ex militante di Lotta Continua, venne accusato dell’omicidio della sua fidanzata Margherita Magello. La donna, 24 anni, venne ritrovata seminuda nella sua casa di Padova, uccisa con 59 coltellate. L’uomo, durante il processo, scappò prima in Francia, poi in Spagna e infine in Messico, da dove venne estradato. L’omicidio non è mai stato chiaro, ma al termine di un lungo iter nelle aule di tribunale, processi rifatti, alcuni terminati con assoluzioni e altri con condanne, Carlotto venne ritenuto colpevole e condannato a 18 anni di carcere. Nel 1993, Scalfaro concesse la grazia su istanza presentata dai genitori: l’uomo, che si è sempre dichiarato innocente, venne scarcerato e il provvedimento del Quirinale estinse la pena e il giallista è stato riabilitato, tra le proteste della famiglia Magello.
Ora la decisione della Rai, che porta il presidente del Consiglio regionale del Veneto a parlare di “scelta improvvida, ingiusta e per molti aspetti insultante” quella di assegnare “un ruolo televisivo pagato con fondi pubblici ad un uomo nella cui casa fu trovata una ragazza assassinata con 59 coltellate, condannato a 18 anni di galera perché non riuscì a dimostrare la sua estraneità nell’aberrante omicidio, latitante all’estero e graziato dall’allora presidente Scalfaro”. Per Ciambetti, “siamo alla follia”. La trasmissione, in onda su Rai4 dal 18 maggio, è ispirata ai crimini di veri serial killer. E seppure “su quella vicenda non furono mai diradati”, sottolinea Ciambetti, “rimase, di certo, la vita spezzata di una ragazza di 24 anni assassinata in modo barbaro: davanti alla memoria di Margherita Magello, la scelta della Rai di affidare a Carlotto l’introduzione di programmi dedicati agli assassini seriali è agghiacciante e credo che il responsabile di questa scelta debba assumersi le sue responsabilità per quello che è molto più di un errore”.

Real Criminal Minds: Episodi, Trama e Cast - TV Sorrisi e Canzoni

Da omicida a conduttore tv, i parenti delle vittime contro Carlotto (Dire – 12 maggio 2018)
Lo scrittore, condannato per l’omicidio di Margherita Magello, voluto dalla Rai per condurre la nuova serie sui serial killer ‘Real Criminal Minds’.
“Riteniamo che la scelta della Rai sia irrispettosa e grottesca, perché per la conduzione di un programma sui serial killer ha deciso di arruolare Massimo Carlotto, un ex omicida. La scelta, secondo noi, non è stata casuale ma voluta ed è assolutamente offensiva verso la vittima e ciò che le è stato fatto”. A parlare con l’agenzia Dire è Matteo Oriani, parente di Margherita Magello, la ragazza di 24 anni ritrovata morta il 20 gennaio 1976 nella sua casa di Padova, uccisa da 59 coltellate.
All’epoca dei fatti venne accusato dell’omicidio Massimo Carlotto, oggi scrittore di fama internazionale. Carlotto durante il processo scappò dall’Italia, per essere infine estradato dal Messico. Al termine di un lungo iter processuale l’uomo venne ritenuto colpevole e condannato a 18 anni di carcere. Nel 1993 l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro gli concesse la grazia su istanza presentata dai genitori. Carlotto, che si è sempre dichiarato innocente, un anno dopo pubblicò ‘Il Fuggiasco’, l’autobiografia dei suoi anni da latitante. Il libro fu un successo e sarà il primo di una lunga serie che faranno di Massimo Carlotto un apprezzato scrittore di noir. Dal prossimo 18 maggio, quindi, Carlotto condurrà ‘Real Criminal Minds’, un programma dedicato alle storie dei serial killer, che sarà trasmesso ogni venerdì alle 21 su Rai4.
“Siamo contrari alla messa in onda della serie- prosegue Matteo Oriani- oppure, se non dovesse essere sospesa, l’unica condizione (minima) per accettare che una tv di Stato la trasmetta per noi è quella di aggiungere, mentre Carlotto parla, la didascalia ‘Massimo Carlotto è stato condannato dallo Stato italiano per l’omicidio di Margherita Magello, avvenuto il 20 gennaio 1976’. Non vogliamo che Carlotto sia definito semplicemente uno scrittore noir, ma ritenuto uno scrittore noir che ha avuto successo perché è stato l’assassino di Margherita Magello”.
Oriani ricorda poi ‘Il fuggiasco’, l’opera prima che segna l’avvio della carriera di Carlotto, da cui nel 2003 è stato tratto anche un film diretto dal regista Andrea Manni, di cui lo stesso Carlotto curò la sceneggiatura. “Sulla vicenda di Margherita lui ebbe da subito un ritorno economico e ci ha costruito la sua carriera- sottolinea- Ora, questa è una scelta di etica morale che attiene a lui e a lui soltanto. Quella ritratta nel libro e nel film è sempre stata la sua versione e i media l’hanno sempre accettata, senza ricordare che lo Stato italiano lo ha condannato in ogni grado di giudizio per l’omicidio di Margherita. E adesso Carlotto, grazie a questa nuova trasmissione televisiva, sarà retribuito persino con i soldi dello Stato”.
Eppure le istituzioni, soprattutto negli ultimi anni, sono state sensibili al tema del femminicidio… “Se Margherita fosse stata uccisa lo scorso anno, e non 42 anni fa- commenta ancora all’agenzia Dire Oriani- sarebbe diventato un caso nazionale, di cui tutte le cronache avrebbero parlato”. E nonostante le istituzioni siano oggi “giustamente” impegnate sul fronte del femminicidio, anche “con campagne ad hoc”, il 18 maggio la Rai “infliggerà a Margherita la 60esima coltellata– dice Matteo- affidando al suo assassino, Massimo Carlotto, una trasmissione sui serial killer. Si tratta di un’assoluta mancanza di coerenza, per questo speriamo che la Rai faccia una riflessione… Non ci aspettiamo nulla, ma non potevamo rimanere in silenzio e per noi era quantomeno doveroso ricordare Margherita, anche per un rispetto più ampio nei confronti di tutte quelle donne vittime di omicidio”.
Carlotto ricevette però la grazia dal presidente della Repubblica. “La grazia fu richiesta dai suoi genitori per motivi di salute– racconta Oriani- perché sembrava che Carlotto fosse morente e il suo stato di salute era stato definito incompatibile con il regime carcerario. Per sua fortuna, probabilmente uscendo dal carcere, è improvvisamente guarito da ogni malattia e patologia che gli era stata riscontrata. Scalfaro diede la grazia naturalmente contro il parere della famiglia Magello, senza nemmeno sentire il suo parere. È vero che non era tenuto a farlo, ma ha fatto una scelta a cui la famiglia si è sempre opposta”.
Avete mai avuto un confronto con Massimo Carlotto? “Assolutamente no, Carlotto non ha mai cercato la famiglia di Margherita e ha sempre sostenuto la sua totale innocenza ed estraneità ai fatti- risponde ancora Matteo Oriani all’agenzia Dire- mentre noi abbiamo invece sempre sostenuto la sua piena colpevolezza, così come è stato dimostrato durante il processo. Insomma, né da parte sua né da parte nostra c’è stata la volontà di ricercare un confronto”. Attualmente tra i parenti diretti e in vita di Margherita Magello c’è solo un fratello “che però vive all’estero”, fa sapere infine Oriani, ed è voluto andare via dall’Italia “per prendere le distanze dallo Stato italiano, soprattutto dopo la grazia a Carlotto”.

 

Massimo Carlotto e il delitto di Margherita: «La presi tra le braccia, era ancora viva» (Corriere della Sera – 31 gennaio 2020)
Nel gennaio 1976, l’uomo, oggi affermato scrittore, entrava in una casa di Padova trovandovi il corpo coperto di sangue di una ragazza che conosceva. Verrà poi arrestato e condannato per l’omicidio e poi graziato dal Presidente Scalfaro
Sono gli anni di piombo
che investono anche il Veneto. Gli anni in cui, a cavallo tra il 1970 e il 1979, si registra un lungo elenco di gambizzati e sprangati. Soprattutto a Padova, dove le «notti dei fuochi» sull’ultimo scorcio del decennio incendiano la città, mentre la polizia scheda i militanti della Sinistra extraparlamentare. È in questa atmosfera arroventata che si consuma un delitto passionale le cui indagini però risentono di quel clima e si macchiano del pregiudizio politico.
Un enigma perfetto
. Questo non è un cold case. Almeno ufficialmente non è un delitto irrisolto: la verità processuale ha il suo colpevole. Eppure, è un caso che presenta una tale quantità di elementi contraddittori che potrebbe sembrare un enigma perfetto. Tutto comincia il 20 gennaio 1976 in via Faggin, nel quartiere di Arcella, a pochi passi dalla stazione di Padova. Manca meno di un quarto d’ora alle 18 e nella villetta al civico 27 Margherita Magello, una bella ragazza di 24 anni, laureanda in Lingue e prossima al matrimonio, sta chiacchierando al telefono con l’amica Silvia Rigotti, quando suonano alla porta. «Aspetta, sarà mia madre», dice Margherita all’amica, che rimasta con la cornetta appoggiata all’orecchio coglie brandelli di conversazione tra la ragazza e uno sconosciuto: «Non so», la sente dire, «se vuole ritornare…». Poi, la voce di Margherita di nuovo perfettamente udibile che la congeda: «Silvia, è una cosa lunga. Ti richiamo più tardi». Quando Maria Giuseppina, mamma di Margherita, scende dal taxi che dalla stazione l’ha portata in via Faggin sono da poco passate le 18. Le basta alzare lo sguardo verso l’abitazione per capire che qualcosa non va: luci accese e porta di casa spalancata. Una paura improvvisa le impedisce di entrare. Mentre arretra, incrocia il tenente Paolo Cesare Cagni, che sta rincasando.
Una strana confessione. L’uomo vive con la moglie all’ultimo piano della stessa villetta. Maria Giuseppina gli chiede di entrare con lei. Nella casa regna un silenzio spettrale reso più sinistro dalle luci accese che suggeriscono una presenza negata dai fatti. Salgono al primo piano e su un letto vedono una camicetta tagliata e sporca di sangue. La donna inizia a urlare, mentre Cagni scorge un corpo spuntare da una cabina armadio: è Margherita, nuda e lorda di sangue. Cagni chiama un’ambulanza, che arriva subito. «Presero la ragazza e la portarono via», ricorderà l’uomo anni dopo nel programma Telefono Giallo. «Quando toccai Margherita era ancora calda. Non seppi dire se fosse morta, ma secondo uno dei barellieri era ancora viva». Che Margherita sia morta subito o durante il trasporto verso l’ospedale non è un macabro dettaglio: farà la differenza tra una condanna o un’assoluzione per il ragazzo che si presenta in caserma intorno alle 22 di quel 20 gennaio. È Massimo Carlotto, il futuro scrittore di gialli, all’epoca diciannovenne studente e militante di Lotta Continua. Davanti all’ufficiale di servizio, Carlotto racconta tutto d’un fiato: «Margherita è morta tra le mie braccia, ma non sono stato io a ucciderla».
In caserma come testimone, poi ammanettato.
Quel pomeriggio il ragazzo è in via Faggin perché sta facendo un’inchiesta sulla droga. Il quartiere di Arcella pullula di spacciatori ai quali il Movimento degli studenti ha dichiarato guerra e Carlotto conosce la zona perché sua sorella vive col marito proprio al civico 27: il tenente Cagni è il cognato di Carlotto. «Quando ho sentito le urla», racconta il ragazzo, «sono corso in casa e ho trovato Margherita in fin di vita». La ragazza balbetta frasi sconnesse: «Che fai? Io ti ho dato tutto»; e poi: «Massimo, Massimo!». Carlotto davanti a questa sorta di accusa si spaventa e fugge. «È andata così», piange: la sua colpa è l’omissione di soccorso. Ma i carabinieri non gli credono. Il ragazzo ha incontrato spesso Margherita quando faceva visita alla sorella e questo combacia con le conclusioni a cui sono giunti gli inquirenti: l’assassino conosceva la vittima. Inoltre, difficile che dalla strada si siano sentiti i lamenti della ragazza. Per chi lo accusa, le ultime parole di Margherita sono state pronunciate all’inizio dell’aggressione e non dopo. Carlotto, entrato in caserma come testimone, ne esce ammanettato.
Le lacune delle indagini e i 7 processi. Non è mai stato schedato come attivista politico, ma ormai ha il marchio dell’estremista e gli inquirenti non indagano altre piste, lasciando troppe lacune: dalle impronte digitali non rilevate alle agende di Margherita e della madre restituite già il giorno seguente, senza un’indagine sulle loro frequentazioni. Il 21 gennaio 1976, 24 ore dopo la morte di Margherita, viene firmato il rapporto che segnerà la condanna di Carlotto. Nel 1977 il ragazzo entra in un’aula di tribunale, dopo aver superato tutti i test psichiatrici. L’autopsia conferma che Margherita è stata raggiunta da 59 coltellate. Non c’è stata violenza sessuale, ma il sangue è scorso a fiumi. Eppure, gli abiti di Carlotto sono stati sporcati solo da poche gocce. E questa non è l’unica cosa che non torna. Perché Carlotto si è presentato in caserma? Perché non ha omesso le parole della vittima che sembrano inchiodarlo? L’acqua nella vasca era tiepida all’arrivo dei soccorsi e sotto il corpo di Margherita c’era un asciugamano: se la ragazza era nuda e stava per fare il bagno quando è stata assalita, perché viene trovata una camicetta insanguinata? E ancora: se l’aggressione era premeditata come vuole l’accusa perché Carlotto avrebbe scelto di agire nell’orario consueto in cui rientrava a casa il cognato? Tra la telefonata con l’amica e l’arrivo della madre sono trascorsi circa 10 minuti. Quindi l’assassino probabilmente è lo sconosciuto alla porta. Se fosse Carlotto perché Margherita gli avrebbe dato del lei, dato che lo conosceva ed era anche più giovane?
L’omicida forse nascosto nell’armadio. Per la difesa Carlotto ha interrotto l’aggressione. Sentendo i passi lungo le scale, l’omicida si sarebbe nascosto nell’armadio, lasciando la ragazza ferita ma viva. Carlotto infatti giura di aver visto sul corpo solo 6 o 7 pugnalate, ma fuggendo avrebbe dato all’assassino il tempo di terminare il suo crimine. I periti ammettono che Margherita, non lucida, possa aver ripetuto come un disco rotto l’ultima frase detta all’assassino («Cosa mi fai?») intervallandola col nome del suo soccorritore. Un esperimento giudiziale dimostra la possibilità dell’omicidio in due tempi, come si legge nei verbali: «Si dà atto che una persona nascosta dietro i vestiti dell’armadio a muro non è visibile». Il 5 maggio 1978 arriva la sentenza: assoluzione per mancanza di prove. Ma i Carabinieri accusano la Corte di aver assecondato il «clima di provocazione che si è creato a Padova». Inizia così una lunga storia giudiziaria che vedrà Carlotto subire 7 processi e 11 sentenze.
La fuga in Messico e ritorno a Linate. Davanti all’imminente condanna, il ragazzo fugge prima in Francia e poi in Messico, dove vivrà per tre anni. Fino a quando, espulso, si costituirà alla dogana di Linate. Intanto, lo scrittore Jorge Amado lancia un appello per la revisione del processo. E sui nuovi documenti raccolti dalla difesa, la Corte concede il riesame. Tre anni dopo, la Cassazione annulla la condanna sulla base di una nuova prova: l’impronta di una persona che non era Carlotto sul piede della vittima. Altre prove però vengono smarrite e mentre alcuni funzionari di polizia stranieri si presentano in aula chiedendo di testimoniare a favore dell’imputato, la corte rifiuta le loro memorie e il giudice condanna Carlotto di nuovo. Nel 1993, infine, il presidente Scalfaro concede la grazia. Il resto, è cronaca degli ultimi 25 anni. Carlotto debutta come scrittore nel 1995 con l’autobiografia Il fuggiasco. Da allora ha pubblicato decine di libri (il 22 gennaio è uscito il suo ultimo: La signora del martedì) e nel 2018 ha condotto tra le polemiche una stagione di Real Criminal Minds. I genitori di Margherita hanno sempre detto che la figlia non ha avuto abbastanza giustizia, ma se la versione di Carlotto fosse vera, di giustizia Margherita non ne ha avuta alcuna. (di Massimiliano Jattoni Dall’Asén)