Anxhela Meçani, 20 anni, prostituta. Travolta da un auto in corsa, muore in ospedale dopo un giorno di agonia
Nichelino (Torino), 10 Giugno 2018
Titoli & Articoli
Picchiata e gettata sull’asfalto in tangenziale, muore in ospedale (Torino Today – 11 giugno 2018)
Si indaga per omicidio
Una prostituta albanese di 20 anni, Anxela Meçani, è morta nella serata di ieri, domenica 10 giugno 2018, all’ospedale Santa Croce di Moncalieri dopo essere stata gettata da un’auto in corsa sulla tangenziale sud di Torino, nella zona di Nichelino, la sera prima. Per un giorno è stata ricoverata in condizioni disperate. Secondo i medici non basta il trauma della caduta per averla uccisa: prima è stata picchiata selvaggiamente.
Nella serata di sabato un automobilista l’ha trovata esanime sull’asfalto. E’ intervenuta una pattuglia della polizia stradale che ha poi ceduto il caso agli investigatori della squadra mobile. Per ora non è chiaro che cosa sia accaduto anche se le ipotesi sono due: che sia stata eliminata dall’organizzazione per cui lavora o che abbia incontrato il cliente sbagliato. (di Davide Petrizzelli)
Ventenne picchiata a sangue e gettata dall’auto: aveva vissuto a Ravenna (Ravenna Today – 12 giugno 2018)
Sabato sera un automobilista l’ha trovata esanime sull’asfalto
Aveva vissuto in passato a Ravenna. Poi si è trasferita a Torino, dove è stata brutalmente uccisa. Una prostituta albanese di 20 anni, Angjela Meçani, è morta domenica all’ospedale Santa Croce di Moncalieri dopo essere stata gettata da un’auto in corsa sulla tangenziale sud di Torino, nella zona di Nichelino, la sera prima. Per un giorno è stata ricoverata in condizioni disperate. Secondo i medici non basta il trauma della caduta per averla uccisa: prima è stata picchiata selvaggiamente. Sabato sera un automobilista l’ha trovata esanime sull’asfalto. E’ intervenuta una pattuglia della polizia stradale, che ha poi ceduto il caso agli investigatori della Squadra Mobile. Per ora non è chiaro che cosa sia accaduto anche se le ipotesi sono due: che sia stata eliminata dall’organizzazione per cui lavora o che abbia incontrato il cliente sbagliato. Nella città bizantina aveva vissuto in via Cairoli. Era regolare in Italia per essersi sposata con un italiano.
Prostituta uccisa: l’autopsia esclude che sia stata picchiata (Torino Today – 13 giugno 2018)
Caduta oppure investita
Non è stata presa a botte né bastonata Anxhela Meçani, la prostituta albanese 20enne morta all’ospedale Santa Croce di Moncalieri, dopo un giorno di agonia, la sera di domenica 10 giugno 2018. Lo ha stabilito l’autopsia eseguita oggi, mercoledì 13, dal medico legale Roberto Testi incaricato dalle pm Anna Maria Loreto e Livia Locci, che coordinano l’indagine per omicidio condotta dagli investigatori della squadra mobile. Resta dunque da stabilire con precisione che cosa sia potuto accadere. E’ caduta in malo modo, magari dopo una lite? E’ stata investita da un’auto (volontariamente o involontariamente)? Sono ipotesi aperte che andranno verificate. I medici dell’ospedale di Moncalieri sono convinti che in tangenziale, dove è stata trovata in fin di vita, fosse comunque giunta già ferita. Quindi l’episodio traumatico è da collocare altrove, magari nel luogo in cui batteva. (di Davide Petrizzelli)
Il giallo di Anxela, travolta e uccisa mentre stava scappando da un cliente (la Repubblica – 14 giugno 2018)
Torino, svolta dall’autopsia sulla ventenne. Il papà dall’Albania: chiedo giustizia
Anxhela Meçani, la giovane prostituta trovata agonizzante in tangenziale e morta domenica in ospedale, non è stata picchiata prima di morire, ma potrebbe essere stata investita da un’auto in corsa.
E’ quello che emerge dall’autopsia eseguita ieri mattina all’ospedale di Moncalieri dal medico legale Roberto Testi incaricato dai pm Livia Locci e Anna maria Loreto che hanno aperto un fascicolo per omicidio. Le lesioni trovate sul corpo della giovane donna sono compatibili con un investimento ed escludono, invece, che la ragazza possa essere stata pestata in modo brutale da uno o più uomini. Il quadro delle indagini, dunque, potrebbe cambiare radicalmente.
Se ad investire Anxhela è stata la stessa auto che poco dopo averla travolta, l’ha scaricata come un oggetto vecchio in tangenziale, tra La Loggia e Stupinigi, potrebbe averlo fatto di proposito ma potrebbe anche averla investita per errore e aver cercato di far ritrovare la ragazza perché qualcuno la soccorresse caricandola sulla sua auto e scaricandola vicino all’area di servizio di Nichelino Sud prima di fuggire. Gli investigatori hanno sequestrato tutte le immagini delle telecamere di sorveglianza della tangenziale che potrebbero aver immortalato l’auto in fuga e i suoi occupanti.
Intanto la famiglia di Anxhela, che in Albania aveva un padre e una sorella chiedono giustizia attraverso le televisioni albanesi. Dicono di aver appreso dai giornali della morte della ragazza che era partita a dicembre. “Diceva di aver conosciuto un ragazzo”, racconta il padre Dritan Meçani, a Balkanweb. “Sapevamo che si era sposata ma non conoscevamo niente di lui se non che era un po’ più grande di Anxhela”. Nessuno, in Albania, sapeva che la giovane aveva iniziato a prostituirsi. “Sua mamma è morta cinque mesi fa, io ho altri quattro figli. Ora voglio giustizia per Anxhela”. (di Carlotta Rocci)
Piazza Massaua, la legge del silenzio: «Anxhela? Non l’abbiamo mai vista» (Corriere della Sera – 17 giugno 2018)
Viaggio nei locali frequentati dalla giovane prostituta albanese assassinata
Via De Sanctis, piazza Massaua, via Pietro Cossa. Comunque sia andata, il calvario di Anxhela è iniziato qui. Dalla rotonda assolata davanti a un cinema multisala. Lo rivelano i tabulati telefonici del suo telefonino. La ventenne di Fier era una delle schiave del sesso gestite dalla mafia albanese che nella periferia tra Torino e Collegno ha costruito il suo quartier generale. Il venditore di angurie all’angolo con via Pietro Cossa le vede comparire ogni sera dopo le 20: «Sono tutte in fila indiana». Il kebap è aperto 24 ore su 24. Passano di qui clienti e papponi protetti dall’omertà. Il venditore dietro al bancone guarda la foto di Anxhela, sussulta. Confabula col collega e dice: «Mai vista». La ragazza che fa il caffè al bar Cossa — dehors con vetri opachi e poltrone in finto vimini — recita: «Sono straniera, non ho mai visto prostitute, la sera dormo». Fuori dal locale campeggia la scritta: «Aperto tutta la notte». Anxhela Mecani lavorava a due passi dalla Pellerina. Girava in questi locali. Dentro al Caffé Extro, dietro a tendoni rosa e blu, una bionda in tubino di lattice dice: «C’è così tanto traffico che stanno cercando una commessa in più per il turno di notte. C’è il cartello fuori».
Non era censita tra le prostitute Anxhela, perché era arrivata a Torino da poche settimane. E’ stato grazie al suo telefonino che gli agenti hanno scoperto dove lavorava. E le strade in cui sostava portano alla «mafia» che la gestiva. La tratta degli albanesi. Le ragazze qui arrivano tutte dallo stesso paese. Anxhela è maggiorenne quando varca il controllo di frontiera nel 2017 col fidanzato. Direzione Ravenna, corso Cairoli. Ad Anxhela lui, un uomo più vecchio di lei e con precedenti di polizia, promette che farà la ballerina. Le presenta un italiano che bazzica nei night e che si accompagna con giovani straniere. Un italiano che lei sposerà per ottenere la cittadinanza. Prima di essere probabilmente venduta in Piemonte.
I legami tra i suoi presunti sfruttatori sono impressi sul citofono della casetta emiliana. Ci sono scritti tre cognomi oltre al suo: quello del fidanzato, del marito e di una quarta donna. Sono loro che l’hanno fatta arrivare in piazza Massaua? La pm Livia Locci segue anche questo filone: quello dello sfruttamento della prostituzione. E intanto il cerchio dei sospettati di omicidio si stringe.
Si cercano le auto dei suoi ultimi clienti per capire chi l’ha abbandonata in tangenziale. Il suv di un pensionato di Fossano, un habitué di escort, è stato portata alla Scientifica ieri pomeriggio. L’uomo, che è uscito dalla tangenziale a La Loggia intorno alle 3 di notte, ha imboccato la circonvallazione e si è diretto verso Carignano. Durante il percorso sulla regionale 20 hanno ripreso la sua targa. I filmati sono stati acquisiti dagli inquirenti. «Non sono stato io a caricarla, non ho investito quella donna», ha ripetuto. Ma non è l’unico ad avere incrociato la ragazza durante le sue ultime ore di vita. Nel telefonino di Anxhela c’è la traccia di un’altra persona. Qualcuno che forse la controllava, che in qualche modo disponeva della sua vita. Qualcuno che forse vive nella zona Sud di Torino. E’ qui che ieri mattina gli uomini della squadra Mobile hanno fatti l’ennesimo sopralluogo con perquisizione. Prima di portare in questura altri sospetti. (di Elisa Sola)
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In memoria di
LETTERA DALL’ALBANIA: LE RAGAZZE COME ANXHELA MECANI (Chiesa di San Rocco – 1 luglio 2018)
Riceviamo da don Bartolomeo Rolfo, giuseppino del Murialdo, missionario a Fier in Albania, già parroco a Nostra Signora della Salute a Torino, la testimonianza di una giovane ex allieva a partire dalla vicenda di Anxhela, la ragazza albanese massacrata a Torino
Gentile Redazione, ci chiedete cosa significa essere adolescente, giovane, donna in Albania. È una domanda a cui ho pensato a lungo in questi giorni ricordando Anxhela, la giovane come me, di Fier, uccisa vicino a Torino. In questo Paese solo per il fatto di essere femmina sei condannata ad essere messa da parte, a non contare nulla, dalla nascita fino al momento in cui chiudi gli occhi, quando, solo allora, potrai riposare in pace.
Dico condannata, perché non sei libera: libera di scegliere la vita che vorresti vivere, condannata perché già da bambina ti insegnano ad essere sottomessa e ad obbedire a tutti gli uomini, anche ai tuoi fratellini maschi. Sono gli altri che scelgono al tuo posto, sempre e solo gli altri conoscono quale sia la cosa migliore per te bambina, adolescente, giovane, donna… Quando scrivo altri, intendo dire: i genitori, i fratelli e poi i mariti. Giovani vite alle quali mai viene chiesto ciò che desiderano, fa loro piacere, vogliono, quali siano i loro sogni, i loro desideri, come vogliono vivere la loro vita. E se come persone hanno dei sogni… se li scordino, perché nessuno ne terrà conto o desidera conoscerli.
Mi sono spesso domandata: perché noi giovani donne albanesi accettiamo di vivere in questo modo? Come si può sopportare così tanto e a lungo, senza ribellarci? Dove troviamo la forza di alzarci ogni mattina e di iniziare un’altra giornata di sofferenza? Non lo so e continuo a soffrire sempre in silenzio.
È terribile sentire, leggere ogni giorno le cose orribili che ci vengono fatte. Quelle di noi che poi si suicidano, vengono violentare, martirizzate, spesso tengono nascosto nel loro cuore di essere state vendute ancora giovani e serene adolescenti, trapiantate dai loro villaggi per mandare a casa qualche euro alla famiglia in estrema povertà. Comprate dalla famiglia povera del villaggio, che non può mandarle a scuola, dar loro un’educazione diversa da quella che i genitori hanno avuto, vendute a Durazzo o Valona a un mafioso che poi le rivenderà a un altro criminale all’estero. E se qualcuna non si assoggetta a fare quello che il delinquente vuole da lei viene anche picchiata a sangue e/o chiusa in una stanza come in prigione finché…. Sono trafficanti di carne umana senza scrupoli, che le ingannano e le obbligano a fare quanto solo Dio sa, ma che l’animo umano non riesce a sopportare. Ragazze violentate, umiliate che non riescono neanche a raccontare le loro sofferenze, perché tanto nessuno le capirà, portandosi dentro il dolore, perché la colpa viene data a loro e nessuno potrà capire cosa portano dentro.
E quando iniziano i sogni per condividere l’amore grande che portano dentro come ogni persona umana? Un altro momento della vita di sofferenza delle giovani in Albania è appunto il matrimonio. Chi può decidere sul futuro delle giovani vite nel scegliere il marito, cioè, l’amore per la vita? Sono i parenti, i famigliari e l’ultima parola definitiva è del papà. E se gli sposi non riusciranno ad amarsi? Ancora violenza, la giovane buttata fuori casa, ritorno dai genitori o divorzio, quando non altri gesti più crudeli. Come gli ultimi casi recenti di Fier: Anxhela, uccisa vicino a Torino, Lara (19 anni) suicidatasi perché non poteva pagare le tasse dell’università e sostenere gli esami. E alla fine, siamo sempre noi a pagare spesso con la vita il fatto di essere nate femmine in questo paese. Più ci penso e più mi convinco che, essere una donna in Albania è una condanna.
Marsela
Segretaria d’azienda diplomata nel Centro professionale «Murialdo» di Fier e impiegata in un call center italiano a Fier
