Cinzia Pinna, 33 anni. Uccisa con tre colpi di pistola al volto da un conoscente
Palau (Gallura), 12 Settembre 2025
Titoli & Articoli
L’ultima notte di Cinzia Pinna, uccisa dal re del Vermentino e sepolta vicino alle vigne (La Stampa – 25 settembre 2025)
Il delitto in Gallura. L’imprenditore Emanuele Ragnedda tenta la fuga via mare poi confessa
Alla fine ha portato i carabinieri dove l’aveva sepolta. Cinzia Pinna, 33 anni, scomparsa nella notte dell’11 settembre. Sorride da una foto. Sorridono tutte, dalle foto. È qui sotto, ha detto.
Nella sua tenuta di Conca Entosa, sette ettari di vigna nelle campagne di Palau, dove lui, Emanuele Ragnedda, produce solo vino di grande qualità, il bianco più caro d’Italia, da 1300 a 1800 euro, il Disco Volante dell’annata 2021, un vermentino in edizione limitata, poco più di mille bottiglie. Perché lui è un imprenditore famoso, anche fuori dalla Gallura. Lei invece è una vittima, solo l’ennesima vittima di femminicidio.
Sepolta qui sotto, tra i graniti e la macchia mediterranea, a due passi dalla tomba dei giganti, vicino alle cortine dei filari da lavorare a tralcio fra quelle foglie che nascondono tesori sotto le nubi sode di settembre, che è il mese eterno delle vigne, quello che ritorna sempre ad aprire la sua porta verso il cielo.
È in questo silenzio sommesso del vento nei sentieri dei filari, fra questo miele dell’anima, come lo chiama Cesare Pavese, che si compie la morte di Cinzia. Ma nell’ultima immagine che abbiamo di lei, consegnata da una telecamera di sorveglianza, la vediamo avanzare barcollante lungo una strada con una bottiglia in mano prima di chinarsi al finestrino di una macchina che l’ha appena affiancata, per parlare con il conducente. E poi infilarsi dentro.
I carabinieri fanno presto a risalire al proprietario. Emanuele Ragnedda, 41 anni, imprenditore viticolo di una famiglia molto importante, la più conosciuta di Arzachena.
Il padre, Mario, negli Anni 70 si rimboccò le maniche per dare forma e sostanza a una delle cantine più prestigiose in assoluto, la Capichera. Lo zio, Alberto, è stato sindaco di Arzachena fino al 2017. E lui pochi anni fa aveva fondato Conca Entosa.
Cinzia è una ragazza di Castelsardo. Ha passato la serata con gli amici, da un locale all’altro. Bevendo molto. Poi è rimasta da sola, prima di incontrare Emanuele. Qualche giorno dopo, il 16 settembre, sua sorella Carlotta lancia un appello attraverso i social: «È sparita nel nulla. Non riusciamo a contattarla perché ha il cellulare spento. Aiutateci». Ma quell’immagine del video di sorveglianza ha già indirizzato le indagini.
Ragnedda è nel panico, racconterà poi di essersi fatto aiutare da un amico, un giovane milanese di 26 anni, a seppellire il corpo senza vita della ragazza. Sa che se i carabinieri vengono da lui non ha scampo. Ci sono macchie di sangue su un divano e sul pavimento in altre parti della casa. Così quando capisce che stanno arrivando, decide di anticipare i tempi. Carica poca roba su un gommone e si butta per mare. È una fuga disperata, dal porto di Cannigione, solcando a velocità folle l’ascissa scintillante di questa distesa d’acqua verso Baja Sardinia. Ha così fretta che finisce contro le rocce quasi senza accorgersene. Intorno sciaborda il mare scuro, e l’imbarcazione della guardia costiera si ferma con le luci di navigazione accese, oscillando sulle onde a qualche metro dal gommone tutto ammaccato per lo schianto contro gli scogli, mentre più a Nord si scorgono i fari delle auto lungo la strada rialzata, la vita che continua con i suoi ritmi indifferenti. A tratti il mare si accende di un debole chiarore sulfureo, come se dal cielo piovessero raggi di stelle. Come aveva fatto a non vedere la riva e andarci a sbattere così? Emanuele Ragnedda doveva essere davvero in un grave stato di agitazione. I carabinieri lo hanno trovato nella casa dei suoi genitori. «Deve venire con noi», gli hanno detto. Aveva una pistola, ma non ha opposto resistenza. Gli hanno chiesto perché aveva tentato di scappare. «Non sono scappato», ha detto. «Sono qui». Gli hanno sequestrato l’arma, i telefonini, sono arrivati i Ris da Cagliari per eseguire tutti gli esami e gli accertamenti necessari nel suo casolare di Conca Entosa, dove si presume che sia avvenuto il delitto. L’hanno portato in caserma a Palau. E hanno cominciato a interrogarlo.
Forse ha cercato di resistere, di negare l’evidenza. Ma non è che avesse molto scampo. I carabinieri continuavano ad accumulare tutta una serie di prove, il sangue nella casa, quello sul divano, il video che lo immortalava mentre caricava in macchina la sua vittima, la scia dei telefonini che mettevano sempre insieme lui e Cinzia. Così alla fine li ha portati lì, dove le vigne si distendono per aprirsi sotto il cielo, e vi regnano il giorno e la notte. E il tempo non passa, ma ritorna. È lì sotto, dove il tempo non passa, anche oggi che è settembre. (di Pierangelo Sapegno)
Funerali di Cinzia Pinna, Castelsardo avvolta nel dolore: «Preghiamo per la giustizia e un sincero pentimento» (l’Unione Sarda – 4 ottobre 2025)
Cattedrale di Sant’Antonio Abate piena, folla anche all’esterno per l’addio alla trentatreenne uccisa da Emanuele Ragnedda
La cattedrale di Sant’Antonio Abate di Castelsardo è gremita. Fuori tanta gente. Nessuno parla, dentro e fuori le mura,lungo la scalinata e nel terrapieno a picco sul mare davanti alla chiesa.
Arriva la bara di Cinzia Pinna. Dietro, la sua famiglia. Il padre Renato, la mamma Diana e la sorella Carlotta, che hanno vissuto l’ansia della scomparsa dopo l’11 settembre e poi l’atroce dolore alla scoperta del delitto, quando hanno saputo che la loro ragazza era stata uccisa, e il suo corpo nascosto, da Emanuele Ragnedda, nel terreno di Conca Entosa, tra Arzachena e Palau. Un omicidio che, per ciò che è successo nei giorni successivi, presenta ancora dei punti oscuri.
Ma oggi non c’è spazio per i punti interrogativi. Il silenzio nel pomeriggio di Castelsardo è rotto dal suggestivo ingresso in chiesa della confraternita di Santa Croce, dal coro che intona il canto funebre. E dal vento. Quindi la cerimonia funebre, celebrata da don Pietro Denicu, parroco di Castelsardo, con don Paolo Pala, parroco di Palau, e don Santino Cimino, originario di Castelsardo e ora parroco di Cannigione. Nell’omelia di don Denicu l’appello alla giustizia per Cinzia Pinna, la vicinanza ai familiari devastati dal dolore, ma anche una preghiera per la redenzione e il pentimento sincero da parte del carnefice. E un appello a tutti i giovani a perseguire la luce, la vita, a non inseguire i mercanti di morte. «Facciamo tacere le nostre parole, i nostri giudizi, questa è l’ora della preghiera, dell’affidamento della misericordia», ha detto il sacerdote. Una vicenda che ha ferito tre comunità, quelle di Castelsardo, Palau e Castelsardo – rappresentate dai tre sindaci – ma anche tutta la Sardegna. (di Caterina De Roberto)


