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Emanuele Ragnedda, 41 anni, imprenditore del vino. Uccide una ragazza con tre colpi di pistola al volto, occulta il cadavere ma poi confessa. Accusato di omicidio volontario

Palau (Gallura), 12 Settembre 2025


Titoli & Articoli

Emanuele Ragnedda, chi è: suo il vino bianco più caro d’Italia (1.800 euro a bottiglia). Fermato per l’omicidio di Cinzia Pinna (il Messaggero – 24 settembre 2025)
L’imprenditore del vino Emanuele Ragnedda è stato fermato per l’omicidio di Cinzia Pinna, la 33enne di Castelsardo di cui non si hanno più notizie dall’11 settembre a Palau. L’uomo, 41 anni, è stato fermato dai carabinieri dopo una rocambolesca fuga e ha poi confessato l’omicidio.
Ragnedda sarebbe fuggito a bordo di un piccolo gommone dal porto di Cannigione. Gommone che è stato poi trovato semi-distrutto a Baja Sardinia, sugli scogli, da una associazione di protezione civile. Ragnedda, rifugiatosi all’interno della villa dei genitori, sempre a Baja Sardinia, è stato infine fermato dai carabinieri. All’arrivo dei militari Ragnedda era armato.
L’imprenditore è figlio di Mario e nipote di Francesco Ragnedda, noti per la produzione di vino d’eccellenza – Mario è uno dei fondatori della cantina Capichera, ceduta di recente -, di cui Emanuele ha seguito le orme fondando l’azienda ConcaEntosa, nelle campagne tra Arzachena e Palau. Lui è diventato famoso per aver messo sul mercato «il bianco più caro d’Italia», il Vermentino Disco Volante Igt 2021 con prezzi a bottiglia sino a 1.800 euro.
Gli investigatori si stanno concentrando sull’analisi di quanto accaduto la sera tra l’11 e il 12 settembre quando Cinzia Pinna è stata vista per l’ultima volta e poi di lei si sono perse le tracce. Alcuni telefoni cellulari sono stati sequestrati dagli uomini dell’Arma e verranno analizzati insieme con un’arma da fuoco.
Sono stati i familiari di Cinzia a lanciare l’allarme, sporgere denuncia di scomparsa e mettere in moto la macchina delle ricerche iniziate dalle prime ore del 12 settembre: coinvolti decine di squadre dei vigili del fuoco, volontari della protezione civili e carabinieri. La sorella ha da subito diffuso vari appelli sui profili social.
L’avvocato di Ragneddu è da questa mattina a Palau nella tenuta vitivinicola ConcaEntosa di proprietà di Ragnedda, dove sono iniziati gli accertamenti irripetibili dei carabinieri del Ris di Cagliari alla ricerca di elementi utili alle indagini. In particolare viene setacciata l’abitazione all’interno della vasta tenuta: è qui, secondo l’accusa, che potrebbe essere maturato il delitto. Il corpo di Cinzia Pinna non è stato ancora trovato.
Indagato per l’occultamento del cadavere è un giovane milanese di 26 anni. Anche i suoi avvocati, Antonello Desini, Nicoletta Mani e Maurizio Mani, sono in queste ore a Palau per seguire gli sviluppi dell’inchiesta. «Oggi iniziano gli accertamenti irripetibili tecnici nella casa del soggetto indagato per omicidio, che per noi sono estremamente importanti. Chiariranno la vicenda che finora è indefinita», hanno sottolineato i legali, che poi precisano: «Il nostro assistito e l”indagato per omicidio non erano amici, ma avevano un rapporto di mera conoscenza, non lo ha frequentato nei giorni della scomparsa e per quello che ci è dato sapere non conosceva la ragazza, quindi non si capisce perché è stato tirato in ballo». I rilievi dei carabinieri del Ris andranno avanti per tutta la giornata, per domani invece è previsto l’arrivo dei Cacciatori di Sardegna.

 

«Ho ucciso Cinzia Pinna, lì c’è il corpo». Il video, il sangue in casa, il pericolo di fuga: così è stato incastrato Emanuele Ragnedda (Corriere della Sera – 25 settembre 2025)
Il produttore di vini di lusso, sorvegliato da giorni, aveva tentato di nascondere il cadavere. Il party con alcol e la confessione
Cinzia, 33 anni, scomparsa da due settimane. L’ultima volta l’avevano vista vagare fra un locale notturno e il porto di Palau. «Aiutateci a rintracciarla», invocava sui social la sorella. Ma non c’è un giallo. Accusato di averla uccisa e di aver nascosto il cadavere, Emanuele Ragnedda — famiglia di imprenditori del vino, noto anche per aver prodotto un vermentino, annata 2021, venduto a 1.400/1.800 euro la bottiglia, prezzo record in Italia — è crollato dopo quattro ore di interrogatorio. Ha confessato e ha accompagnato i carabinieri nel punto in cui nella sua azienda aveva nascosto il corpo, fra una radura e una roccia.
Ragnedda, 41 anni, era sorvegliato da giorni. La notte in cui è scomparsa, Cinzia Pinna è stata inquadrata da una telecamera. Barcollava, ubriaca o sotto l’effetto di sostanze tossiche. Le si è avvicinata un’auto e ci è salita su. Attraverso la targa si è risaliti al proprietario: l’imprenditore vitivinicolo di Arzachena.
Il telefono cellulare di Cinzia ha emesso gli ultimi segnali alle 3.20 di venerdì 12 settembre, poi silenzio. A quell’ora era già nella casa dell’azienda di Conca Entosa, poco lontano da Palau, verso Santa Teresa Gallura. Un party con alcol e altro, entrambi in condizioni psicofisiche alterate. Il primo racconto di Emanuele Ragnedda è confuso, cenni a un diverbio degenerato, frequenti «non ricordo».
La svolta martedì, con le immagini delle telecamere, le intercettazioni telefoniche e ambientali, l’apertura di un fascicolo per omicidio, il sequestro dell’auto e dell’azienda di Ragnedda e i rilievi dei Ris: sangue per terra ovunque nella casa, grandi macchie su un divano. Cinzia è stata colpita con brutalità e poi finita con più colpi di pistola. Le indagini hanno avuto una seconda accelerazione ieri mattina, quando è giunta la segnalazione di un pericolo di fuga: un gommone partito dal porticciolo di Cannigione con l’imprenditore a bordo, intercettato dalla Guardia costiera. Nessuna fuga, l’imbarcazione si è fermata dopo poche miglia a Baja Sardinia, dove i genitori hanno una villa. Era lì quando sono arrivati i carabinieri. Nelle stesse ore nell’aziendaè stata ritrovata la pistola con due caricatori.
Ma già prima Ragnedda aveva cominciato a contraddirsi. «Era in casa con me, deve essersi sentita male. Io sono crollato e quando mi sono risvegliato lei era in un lago di sangue». Coinvolgendo Luca Franciosi, milanese di 26 anni, che lavora vicino a Porto Cervo come giardiniere, e che infatti è stato iscritto nel registro degli indagati per occultamento di cadavere. «Lo conoscevo, l’ho chiamato; caricato il corpo sulla sua auto, dovevamo gettarlo in mare». Versione che non ha retto alle contestazioni del procuratore della repubblica di Tempio Pausania Gregorio Capasso.
Emanuele Ragnedda ha infine ammesso: «L’ho uccisa io». Seguito da un «mi sono dovuto difendere», poco credibile (lei era disarmata e lui aveva una pistola) e da un accenno al dolore della famiglia di Cinzia e alla volontà — sottolineata dal difensore Luca Montella — di collaborare con gli inquirenti. E con le sue parole ha scagionato anche Franciosi, che attraverso gli avvocati Antonello Desini, Maurizio e Nicoletta Mani aveva già messo a disposizione l’auto, sicuro che non ci fossero tracce di sangue.
Ma se non è più un giallo ed Emanuele Ragnedda è già in carcere per omicidio volontario, qualche zona d’ombra rimane anche su Cinzia Pinna, che dal suo paese, Castelsardo, era andata a Palau e a fine settembre sarebbe dovuta rientrare a casa dopo aver lavorato come stagionale in un hotel. «Una ragazza d’oro, solare e disponibile», dicono gli amici. Ma qualcuno sussurra: «Quando era in sé», riferendosi a procedimenti penali in corso. Fino a qualche mese fa aveva l’obbligo del «braccialetto» e la diffida a tenersi lontano da persone per le quali poteva rappresentare un pericolo. (di Alberto Pinna)

Ragnedda alla festa in elicottero dopo il femminicidio di Cinzia Pinna. Del suo vermentino da 1.800 euro diceva: «Meglio di certi Borgogna» (Corriere della Sera – 25 settembre 2025)
Dopo aver ucciso Cinzia Pinna è andato a festeggiare ad Arzachena. Erede della famiglia famosa per i Capichera di Gallura, a Conca Entosa produceva il costosissimo vermentino Disco Volante
Aveva già ucciso Cinzia Pinna quando si è presentato ad Arzachena – allegro, tranquillo, sorridente, almeno in apparenza – alla festa per i 60 anni della madre, al ristorante Vecchio Mulino, dove erano presenti 150 invitati. Emanuele Ragnedda è arrivato in elicottero, ha salutato tutti ed è ripartito. Single, qualche amicizia spericolata, assidue frequentazioni estive nei locali notturni della movida in Costa Smeralda, Ragnedda si era lasciato lo scorso anno con la fidanzata.
Accusato di avere ucciso e di aver nascosto il cadavere di Cinzia Pinna, 33 anni, scomparsa due settimane, Ragnedda — famiglia di imprenditori del vino, noto anche per aver prodotto un vermentino, annata 2021, venduto a 1.400/1.800 euro la bottiglia, prezzo record in Italia — è crollato dopo quattro ore di interrogatorio.
L’orgoglio della famiglia Ragnedda era il vermentino 
«Disco Volante», annata 2021, un bianco che, un anno dopo, ha dato a Ragnedda per qualche giorno visibilità al Vinitaly per il prezzo a bottiglia, ritenuto esagerato, che oscillava fra i 1.400 e i 1.800 euro.Emanuele Ragnedda replicava con fastidio e un po’ di supponenza: «Stupirsi di che? È meglio di certi celebrati vini di Borgogna». Il mercato gli diede ragione.
Delle mille bottiglie commercializzate, ne sono rimaste pochissime, contese dai collezionisti. Figlio unico, dinastia di imprenditori geniali: il nonno Sebastiano si arricchì fra terreni e cemento. Accompagnava Karim Aga Khan alla ricerca degli appezzamenti sul mare e intascava lucrose mediazioni. Fondò un’azienda agricola e cominciò a produrre Capichera, fra i maggiori bianchi di Gallura.
Cento ettari, 42 di vigne, 35 a uve vermentino, 3 mila metri quadrati di strutture per la vinificazione. Al patriarca Sebastiano subentrarono i 6 figli (fra i quali Mario, padre di Emanuele). Che tre anni fa hanno venduto l’azienda a Carlo Bonomi, figlio di Anna Bonomi Bolchini, famiglia illustre della finanza milanese. Negli anni ’80 Bonomi aveva già acquistato in Sardegna la Sella e Mosca, che ha rivenduto una decina di anni dopo. Per Capichera dicono abbia fatto un affare, acquisendola per 18 milioni (varrebbe almeno il doppio).
Uno zio di Emanuele, Alberto, è stato sindaco di Arzachena fra il 2012 e il 2017. Ambizioso, audace, egocentrico, naturalmente portato all’esibizionismo, Emanuele Ragnedda si è fatto le ossa nell’azienda di famiglia, ma da giovanissimo aveva progetti suoi e nel 2016 ha bonificato terreni incolti, granito e macchia mediterranea, di fronte all’arcipelago de La Maddalena a Conca Entosa (Valle Ventosa) 7 ettari, su 50 del compendio agricolo, e ha puntato sempre sul vermentino, produzione limitata, fascia altissima.  (di Alberto Pinna)

Nella tenuta di Ragnedda feste a base di sesso e cocaina anche dopo l’uccisione di Cinzia Pinna (la Nuova Sardegna – 1 ottobre 2025)
Il cadavere della 33enne di Castelsardo gettato tra i rovi. E l’assassino continuava a invitare altre donne adescate online
Uno, due, dieci: ma quante sono le ragazze in Gallura che Emanuele Ragnedda ha cercato di adescare online accompagnando con foto hard l’invito a visitare la tenuta di Conca Entosa? Le segnalazioni (tardive) si moltiplicano come un fiume in piena nelle bacheche di Facebook e tutto lascia supporre che la trappola mortale in cui è cascata Cinzia Pinna sia solo la punta dell’iceberg di una specie di “zona franca”, neanche troppo sommersa e misteriosa, fatta di festini a base di sesso, strisce di cocaina e pistole sempre cariche a portata di mano. Tutto nel nome di un delirio di onnipotenza e di una presunta impunità venute meno drammaticamente dopo il colpo di pistola al viso che ha ucciso la ragazza 33enne di Castelsardo e infine la resa con la confessione dell’omicidio e il buio del carcere a Nuchis e poi a Bancali.
Un dato è certo: le feste a Conca Entosa si facevano già prima dell’uccisione di Cinzia Pinna, ma Ragnedda ha continuato a farle anche dopo, quando il corpo senza vita della ragazza si trovava nascosto tra i rovi nella tenuta. I carabinieri che svolgono le indagini in questi giorni stanno sentendo decine di persone e tra queste ci sono anche ragazze che conoscevano l’imprenditore di Arzachena e che magari avevano respinto le sue avances fin troppo esplicite. Insomma, tutto l’orrore di Conca Entosa sta venendo a galla pezzo dopo pezzo.
Tra le persone interrogate in questi giorni dai carabinieri del reparto territoriale di Olbia ci sono anche amici e conoscenti – uomini e donne – che con i festini non c’entrano nulla e che nelle ultime settimane per un motivo o per un altro sono andate spesso nella tenuta ad accompagnare Emanuele Ragnedda. Sono parecchie e, con il senno di poi, si potrebbe anche pensare che l’imprenditore avesse quasi bisogno di portare in quella casa il maggior numero possibile di persone per far vedere che tutto era in regola e che lì non c’era nessuno. Tutto come al solito. Invece il cadavere di Cinzia Pinna era proprio lì, a due passi, non più dentro la casa ma nascosto malamente, seminudo, tra i rovi e le erbacce nella tenuta. A tutti lui mostrava la casa, l’azienda, i vigneti, persino il cinghiale addomesticato che scorrazzava dentro la tenuta. Scene che oggi, visto quello che è accaduto, sembrano a dir poco surreali. Un film dell’orrore dove la realtà per una volta ha superato, e per distacco, la fantasia.  (di Marco Bittau)

La madre di Ragnedda: “Mio figlio merita l’inferno, Cinzia perdonami” (La Stampa – 2 ottobre 2025)
Nicolina Giagheddu, la mamma dell’imprenditore vinicolo accusato di omicidio: «Sapevo della sua vita sopra le righe. Con lui ho sbagliato, chiedo perdono»
«Non perdono mio figlio, se ha fatto quello che ha fatto deve pagare: per me merita l’inferno». Ha raggiunto Conca Entosa nel pomeriggio di mercoledì, con discrezione, mentre gli investigatori svolgevano l’ennesimo sopralluogo nell’enorme tenuta vinicola tra Palau e Arzachena, dove Emanuele Ragnedda ha assassinato la 33enne Cinzia Pinna, all’alba del 12 settembre. Nicolina Giagheddu è la madre di quell’imprenditore che in una notte di follia, tra alcol e droga, si è trasformato in killer. È una donna distrutta dal dolore, ma capace di trovare la forza per scandire parole nette: «Cinzia perdonami di non averti salvato. Non ti conoscevo, ma posso sempre chiedere perdono».
Voleva esserci, Nicolina Giagheddu. Mentre il pool di esperti nominati dalla Procura di Tempio svolgeva i nuovi accertamenti nel casolare e negli ettari di terra teatro del delitto, in tanti hanno notato una presenza insolita. Una donna minuta, con indosso un piumino leggero. Zainetto in spalla. Soprattutto, a colpire i presenti è stato quel volto tirato, specchio di un dramma interiore. «A mio figlio non intendo dire assolutamente niente. Solo Dio può parlare con lui», sentenzia la madre di Emanuele Ragnedda. «Gli ha dato il libero arbitrio, ma non vuol dire che sia autorizzato a uccidere una ragazza, un bambino, un gatto, un’anima vivente».
Concetti chiari. La madre del “re del Vermentino” aggiunge: «Sono venuta a Conca Entosa perché questa tenuta è il mio cuore, era di mio padre. Ho creduto nel progetto di mio figlio e gliel’ho affidata. In questo ho sbagliato». E sulla vita fatta di eccessi, attribuita al figlio Emanuele, Nicolina Giagheddu puntualizza: «Sì, sapevo della vita più che sopra le righe di mio figlio. Comunque, in questi giorni non l’ho visto». Lo sfogo va avanti, non si placa.
La condanna materna arriva già, è più di una sentenza: «Mi chiedete se mio figlio merita l’inferno? Immagino lo stia già vivendo. Comunque, se ha fatto quello che ha fatto, lo merita. Una volta a un bambino autistico che è venuto qui, e mi ha chiesto se questo posto fosse il paradiso, gli ho detto: “Tu pensi che sia il paradiso?”. Lui mi ha risposto di sì. Bene, mio figlio lo ha trasformato in un inferno».
Le indagini vanno avanti a ritmi frenetici. Emanuele Ragnedda, l’imprenditore di Arzachena reo confesso dell’omicidio di Cinzia Pinna, continua a parlare con gli investigatori. Dal carcere sassarese di Bancali, dove è stato trasferito dopo una permanenza nella casa circondariale di Nuchis, avrebbe ribadito ancora una volta la posizione della sua amica e confidente, Rosamaria Elvo, accusata di favoreggiamento e per questo iscritta nel registro degli indagati. E sebbene Ragnedda ripeta di continuo l’estraneità della donna a qualsiasi fase del delitto («lei non c’entra niente con questa storia»), gli inquirenti sono di diverso avviso. Le attenzioni sulla ristoratrice 50enne di San Pantaleo, sorta di donna-ombra e factotum per l’imprenditore, restano alte. Il sospetto, infatti, è che abbia aiutato Ragnedda a disfarsi degli effetti personali della vittima e a ripulire la scena del crimine nei dodici giorni intercorsi tra l’assassinio, nella casa della tenuta di Conca Entosa, e il ritrovamento del corpo di Cinzia Pinna, in un angolo della vasta proprietà (70 ettari, di cui 7 vitati). Con la ristoratrice – difesa dall’avvocato Francesco Furnari – èindagato sempre per favoreggiamento un giovane lombardo di 26 anni, Luca Franciosi,manutentore stagionale con impieghi in Costa Smeralda. Un conoscente di Emanuele Ragnedda, sebbene non un amico stretto. Il giovane, attraverso i suoi legali Nicoletta Mani e Maurizio Mani, ha chiesto di essere interrogato al più presto.
Nella giornata di oggi è in programma a Sassari l’autopsia sul corpo di Cinzia Pinna, la donna di Castelsardo uccisa a colpi di pistola (una semiautomatica Glock). Il medico legale Salvatore Lorenzoni dovrà accertare due aspetti, principalmente: quanti proiettili hanno raggiunto il corpo della donna (per ora la Tac ha fatto emergere un foro in pieno volto, vicino al naso); poi, se vi sia stata violenza sessuale prima del femminicidio. «La famiglia di Cinzia Pinna eserciterà tutte le facoltà che sono consentite in questa fase – fa sapere l’avvocata Antonella Cuccureddu – con l’obiettivo di raggiungere quanto prima, ma sapendo che i tempi non saranno brevi, una verità il più possibile completa». (di Gianfranco Locci)

L’omicidio di Cinzia Pinna, gli esami del Ris fanno traballare la versione di Ragnedda (Rai News – 16 maggio 2026)
Gli specialisti hanno raccolto una grande quantità di dati
Il materiale raccolto dal Ris è vastissimo. Migliaia di pagine, decine di fotografie e poi ancora verbali, accertamenti chimici, balistici, rilievi e sopralluoghi eseguiti dagli specialisti di Cagliari all’interno della casa nella tenuta vitivinicola di Concaentosa, tra Palau e Arzachena in cui, la notte tra l’11 e il 12 settembre del 2025,  è avvenuto l’omicidio di Cinzia Pinna. Per l’omicidio della 33enne di Castelsardo, uccisa con tre colpi di pistola al volto, è in carcere Emanuele Ragnedda, imprenditore di Arzachena e proprietario della tenuta, reo confesso del delitto accusato di omicidio volontario.
Le informazioni sono state acquisitr dalla pm Noemi Mancini e rese note anche ai legali di Ragnedda e degli altri due indagati, il manutentore Luca Franciosi e Rosa Maria Elvo, compagna di Ragnedda. Stando a quanto trapela dai risultati degli specialisti, verrebbe messa in discussione la versione del reo confesso che ha sostenuto di essere stato aggredito da Cinzia Pinna con un coltello e di averle sparato dopo l’aggressione. Se, da un lato, la presenza di tracce ematiche dell’imprenditore è stata confermata dai rilievi, dall’altra la perizia balistica metterebbe in discussione ciò che lui sostiene: stando agli specialisti infatti la donna non si trovava in piedi al momento degli spari, bensì seduta e Ragnedda potrebbe averle sparato da una distanza di circa un metro e mezzo.
Intanto l’avvocato Francesco Furnari, che rappresenta Rosa Maria Elvo, ha dichiarato che “la presenza e posizione della signora Elvo è stata scientificamente e geneticamente esclusa”. Sembrerebbe dunque che nessuna traccia biologica della donna sia stata ritrovata sulla scena del delitto, niente che possa ricondurla, nelle ore successive all’omicidio, all’interno dell’abitazione. Resta da capire la posizione del secondo indagato Franciosi: dai rilievi sarebbero risultate tracce con profili genetici compatibili con il suo.

 

Cinzia Pinna, chiuse indagini: omicidio volontario per Ragnedda (SkyTg24 – 8 giugno 2026)
La Procura di Tempio Pausania ha chiuso le indagini preliminari nell’inchiesta per l’omicidio di Cinzia Pinna, la 33enne di Castelsardo uccisa con tre colpi di pistola in faccia, il 12 settembre 2025, da Emanuele Ragnedda, nello stazzo di Conca Entosa, nelle campagne di Palau, in Gallura, nella tenuta dell’imprenditore vitivinicolo.
La pm, Noemi Mancini, ha escluso l’ipotesi di legittima difesa e accusa l’indagato di omicidio volontario, con le aggravanti dei motivi abbietti e futili, sevizie e crudeltà. Ragnedda è accusato anche di occultamento di cadavere e porto abusivo di pistola. Gli avvocati difensori di Emanuele Ragnedda, Gabriele Satta e Luca Montella, sostengono con forza la tesi della legittima difesa: “Accogliamo positivamente la conclusione delle indagini perché questo significa avvicinarsi al processo reale dopo mesi di processo mediatico. A commento dell’incolpazione provvisoria, possiamo manifestare lo sconcerto per la trasformazione finanche di un’allegazione di legittima difesa nell’aggravante del motivo futile, laddove l’intero complesso dell’accusa non riesce ad individuare una sola valida ragione per spegnere la vita della giovane donna alternativa alla necessità per il Ragnedda di difendersi da un’aggressione armata – dichiarano i due legali, all’ANSA – Dopo otto mesi di silenzio, motivati dal rispetto delle persone offese e del lavoro degli inquirenti, è venuto il momento di affermare a chiare lettere che Emanuele Ragnedda non è il mostro che viene dipinto dalle indagini e confidiamo che lo sviluppo processuale della vicenda, sulla base degli ottimi elementi di cui la difesa dispone, saprà dimostrarlo”. A supporto della tesi difensiva (Ragnedda ha dichiarato agli inquirenti di essere stato aggredito con un coltello) gli avvocati porteranno la relazione del perito, Dario Redaelli, che proprio poche settimane fa nella tenuta di Conca Entosa, ha raccolto diversi elementi che proverebbero la presenza di sangue dell’indagato sulla scena del delitto. 

Omicidio di Cinzia Pinna: Emanuele Ragnedda chiede la giustizia riparativa, il giudice dice no (La Nuova Sardegna – 13 luglio 2026)
L’udienza preliminare proseguirà il 17 luglio con la decisione sulla richiesta di rinvio a giudizio
Slitta a venerdì prossimo 17 luglio la decisione sulla richiesta di rinvio a giudizio per Emanuele Ragnedda, l’imprenditore di Arzachena accusato di aver ucciso con tre colpi di pistola al viso la 33enne di Castelsardo, Cinzia Pinna. Nell’udienza preliminare di oggi 13 luglio, celebrata davanti alla gup Federica Distefano, i difensori dell’imputato, gli avvocati Luca Montella e Gabriele Satta, hanno sollevato diverse eccezioni, tutte rigettate dalla giudice. In particolare, è stata rigettata la richiesta di accesso alla giustizia riparativa presentata dai legali. La gup ha  sentito in aula il padre, la madre e la sorella della vittima che, in lacrime, hanno detto no alla richiesta dell’imputato. Si sono costituiti parte civile con gli avvocati Antonella e Nino Cuccureddu, oltre ai genitori e alla sorella, anche sei zii.

 


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In memoria di

Il figlio uccise Cinzia Pinna, madre di Ragnedda denuncia il marito: “Violenze da 30 anni” (Sky Tg24 – 9 settembre 2026)
La donna è la madre di Emanuele Ragnedda, reo confesso dell’omicidio della 33enne. “Ho trovato il coraggio di denunciare grazie a lei”, ha detto in un’intervista nella quale ha raccontato di essere perseguitata dal marito, nonché padre di Ragnedda
È stata presentata ieri ed è arrivata questa mattina alla Procura della Repubblica di Tempio Pausania la denuncia di Nicolina Giagheddu nei confronti del marito Mario Ragnedda. La donna, madre di Emanuele Ragnedda, reo confesso dell’omicidio di Cinzia Pinna – la 33enne di Castelsardo uccisa con tre colpi di pistola al volto all’interno della tenuta Concaentosa tra Palau e Arzachena la notte del 12 settembre 2025 – ha nominato come legali le avvocate Angela Corda e Rosalia Deiana. Nelle 21 pagine depositate, alle quali sono stati allegati numerosi video e registrazioni audio, la donna racconta le violenze subite nel corso di trent’anni dal marito e padre di Emanuele Ragnedda, affermando di aver trovato la forza e il coraggio di denunciare proprio dopo che suo figlio ha ucciso Cinzia Pinna.
Giagheddu, in un’intervista rilasciata a “la Repubblica”, ha parlato della “volontà di rendere giustizia a tutte le donne vittime di violenza e di femminicidio, come Cinzia Pinna, ma anche di vedere riconosciuta giustizia per se stessa”. E proprio sulla ragazza uccisa ha detto: “Sulla terra di mio padre, sulla mia terra, a Conca Entosa, è stato versato il sangue di Cinzia. Il suo corpo è stato gettato tra i rovi della tenuta dove è rimasto per 12 giorni. Tutti hanno definito quella ragazza fragile e invece non è così. È talmente forte da avere dato anche a me il coraggio di denunciare e di non restare più in silenzio”.
Nicolina Giagheddu, che ha ripudiato suo figlio dopo l’arresto, ha parlato del fatto che anche lui avrebbe assistito per anni alle violenze da lei subite all’interno delle mura domestiche.
“Ha già tentato di uccidermi in passato”, ha detto del marito Mario Ragnedda.
La donna ha affermato di essersi separata dal marito dopo il ritrovamento del corpo di Cinzia Pinna. “Dal 7 ottobre 2025 ho lasciato la casa coniugale, la notizia l’ho tenuta riservata. Da novembre ho rotto ogni rapporto ma lui continua a perseguitarmi. Lo trovo appostato sotto la mia nuova residenza o davanti ai ristoranti che frequento. Questo mi crea una continua tensione. È stata annullata la mia identità. Lui ha messo in atto un sistema di dominio, orientato a limitare la mia autonomia fino a rendermi incapace di esprimere liberamente la mia volontà. Anche sulle mie proprietà. Ha fatto crescere nostro figlio in un clima di odio e violenza”.
La donna ha raccontato nei dettagli le violenze subite negli anni: “Sono stata picchiata per trent’anni, lui mi dava pugni in testa per banali disguidi, venivo rinchiusa in casa, umiliata, minacciata di morte. Una sera mi picchiò poco prima di un evento con Peter Gabriel in una delle mie tenute. Sul divano del salotto c’era sempre una pistola in bella vista con il caricatore inserito che più volte mi è stata puntata contro. Un giorno ha cercato di buttarmi giù da un terrazzo, in un audio mi ha annunciato che mi avrebbe impiccata. Dopo che è morta Cinzia, mi ha detto che mi avrebbe fatta sparire e mi avrebbe dato in pasto ai maiali perché sono una gatta randagia. Nei confronti delle donne ha sempre avuto parole di disprezzo, definendo le vittime di femminicidio colpevoli perché se la vanno a cercare”.

La risposta di Ragnedda
“Le accuse della signora Nicolina Giagheddu sono destituirete di qualsiasi fondamento e gravemente lesive della propria onorabilità”. Lo scrivono gli avvocati Gabriele Satta e Luca Montella, legali di Mario Ragnedda, padre di Emanuele. Ragnedda ha affidato a una nota stampa diffusa questo pomeriggio dai suoi legali la smentita riguardo l’intervista a Nicolina Giagheddu, pubblicata oggi dal quotidiano “la Repubblica”. “Pur nella piena consapevolezza della falsità, gravità e ferocia delle accuse – si legge nella nota dei due avvocati – il sentimento prevalente in Mario Ragnedda è quello di una profonda e infinita tristezza: la tristezza di un uomo mite che ha dedicato l’intera vita, il proprio lavoro e innumerevoli sacrifici alla propria famiglia, alla moglie e al figlio Emanuele”. I legali di Ragnedda parlano di una “descrizione fornita e di fatti raccontati, frutto di pura invenzione e di una gravissima alterazione della realtà”, e replicano descrivendo un quadro opposto a quello raccontato nell’intervista dalla donna che ha accusato l’ex marito di 30 anni di violenze e vessazioni. “È la signora Giagheddu ad aver mantenuto negli anni condotte aggressive, minacciose e prevaricatrici anche di fronte a testimoni, rivolte non solo nei confronti del marito ma anche del figlio. Di fronte ad esse la reazione del signor Ragnedda è sempre stata un imbarazzato e doloroso silenzio. Non sono chiare le reali motivazioni che spingono oggi la Giagheddu a tali esternazioni: non possono escludersi tuttavia ragioni di natura economica, collegate ad ingenti somme di denaro sottratte al marito e al timore di dovute e necessarie azioni di tutela e reintegrazione patrimoniale”. I legali concludono la nota ribadendo la fiducia di Mario Ragnedda nella magistratura, e riservandosi di denunciare per calunnia e querelare per diffamazione Nicolina Giagheddu “al pari di tutti coloro che riterranno di diffondere e commentare aderendovi le falsità che la donna scrive e propala con ogni mezzo a suo carico”.