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Dalia Anabela Paz, 38 anni, mamma. Strangolata, cosparsa di acido e infine murata dal compagno

Velate (Brianza), 8 Giugno 2018


Titoli & Articoli

«Questo bambino non è tuo» Lui la uccide e la mura in casa (il Giornale – 13 giugno 2008)
Per sei lunghissime ore ha tenuto duro. Poi ha fissato negli occhi il comandante della compagnia carabinieri di Desio e gli ha detto: «Capitano, se mi lascia fumare una sigaretta e mi fa bere un bicchiere d’acqua possiamo cominciare a discutere». I militari l’hanno accontentato. Lui, Luigi Gennaro, 49 anni, napoletano d’origine, si è acceso la sigaretta che da un’ora teneva in mano. Una boccata profonda, quasi liberatoria e ha confessato tutto. «Dalia Anabel, la mia compagna, l’ho ammazzata io. – ha iniziato l’uomo – . Poi sconvolto ho deciso di eliminarla, di farla sparire. Ero accecato dalla gelosia. Impazzito per i suoi atteggiamenti, che cosa potevo fare? Volevo solo spaventarla. Ma sa, lei mi avrebbe denunciato ».
Tutto comincia venerdì scorso. Sono le undici del mattino. Il campano, una faccia che non dice niente alle forze dell’ordine, un lavoro, una vita normale, forse perfino felice, parte dal suo appartamento di Muggiò (Milano). In macchina c’è Dalia Anabel, 38 anni, peruviana: è la sua compagna, una donna che si è lasciata alle spalle un matrimonio andato a rotoli. Sono diretti a Usmate Velate, un paesotto alla periferia nord di Milano. Lì hanno comprato qualche locale ritagliato in una vecchia corte. È completamente da ristrutturare. Luigi Gennaro, dopo anni passati a guidare autobus delle linee di trasporto pubblico a Monza, sbarcava il lunario con qualche lavoretto nel settore dell’edilizia. A rimettere in sesto quella casa ci pensava lui. La coppia entra. I due, all’improvviso, cominciano a litigare. Nonostante nella casa manchino ancora vetri e persiane, nessuno vede, nessuno immagina e nessuno può evitare il massacro. Luigi, ha il sangue bollente, passare dalle parole alle mani per lui è fin troppo semplice: accusa la moglie di guardare con troppo interessi altri maschi, è ossessionato. La peruviana è una donna d’oro, generosa, ma decisa replica per le rime: «Il figlio che pensi tuo in realtà l’ho concepito con un altro». Il muratore scatta come una molla, è preso da un raptus: afferra Dalia Anabel per il collo e la getta sul pavimento. Non si placa. Con forza, le stringe la gola e la poveretta muore strangolata.
Fin qui a guidare il napoletano è più l’istinto che la ragione. Poi torna in sé: pianifica un piano diabolico. Lascia la compagna – che dieci anni prima aveva portato in casa come domestica – e va a comprare due taniche d’acido. Deve distruggere il cadavere. Dieci minuti ed è di ritorno: versa il micidiale solvente sul corpo della donna e la infila in un sacco. Il piano però non funziona: il corpo non si scioglie. Non è finita. Il finale da film dell’orrore arriva adesso: Luigi trascina quella sacca con dentro il cadavere fino nel sottotetto. Sono due rampe di scale. Cos’ha in mente? Un’altra pazzia. In fretta e furia, mattone su mattone e parecchio cemento, costruisce una specie di sarcofago: dovrà essere la tomba di Dalia.

Delitto di Muggiò, i vicini: “Mai sentiti litigare” (il Giornale – 13 giugno 2008)
Gli ex colleghi: «Era un gran lavoratore, sempre puntuale e con noi mai diverbi»
«Non meritava di finire così. Nessuno deve morire così, e poi lei era una brava ragazza, una mamma premurosa». Giovanna, la vicina di casa a Muggiò, dove vivevano Luigi Gennaro e la sua Dalia Anabel, è sconvolta. Sta uscendo dal negozio del panettiere ed è visibilmente commossa. Ma l’incredulità e il pensiero di quel bambino di 4 anni senza più genitori, e per questo finito in comunità, è il pensiero dominante dei vicini della coppia. «Cosa mi dite? Siete sicuri? Mi sembra impossibile – mormora la signora Enza – Li vedevo spesso. Sembravano una coppia normale, due persone tranquille. Da poche settimane ho saputo che avevano preso la decisione di trasferirsi ad Usmate Velate. Forse cercavano una zona più tranquilla, una casa ampia per ricavare la cameretta per il loro bambino. Un bimbo bellissimo, un visino dolce, un faccino simpatico».
Il caso è chiuso, ma qui la gente che conosceva la coppia non sì da pace, gli inquilini della palazzina di via Fermi, 4 sono sconvolti. Alcuni erano molto legati alla famiglia. «E Luigi in particolare  – aggiunge Mario – mi è sempre sembrato un tipo a posto. Non li ho mai sentiti urlare, litigare. Mai una volta qui si sono presentati i carabinieri, anche solo per un semplice controllo. Si volevano bene. Luigi deve aver proprio perso la testa. In ogni modo non ha mai fatto trasparire quella sua spasmodica gelosia. Eppure, l’ha uccisa in modo raccapricciante. Poi quell’acido, il tentativo di fare sparire il corpo, la messinscena della denuncia per scomparsa. Pazzesco. Non riesco ancora a capire cosa gli sia passato per la testa. Mi sembra un incubo. Stanotte faro fatica a prendere sonno. Statene certi. Anche mia moglie è ancora confusa da quello che abbiamo sentito alla televisione» Gli autisti dei pullman di Monza, i vecchi compagni di lavoro del napoletano preferiscono non azzardare giudizi. «Quando lavorava con noi – sussurrano a mezza voce – si è sempre comportato bene. Con lui non abbiamo mai avuto un diverbio. In servizio si presentava sempre puntuale. Poi ha deciso di cambiare mestiere e nessuno di noi ha mai capito il vero motivo». (di Franco Sala)


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