Elisa Claps, 16 anni, studentessa. Uccisa con 13 colpi di arma da taglio e lasciata morire dissanguata da un conoscente. Il corpo ritrovato ufficialmente solo dopo 17 anni
Potenza, 12 Settembre 1993
Titoli & Articoli
Elisa Claps (Chil’ha visto? 7 novembre 2012)
La storia di Elisa Claps: l’omicidio, il ritrovamento del corpo e la condanna di Danilo Restivo (Fan Page – 7 novembre 2023)
Il 12 settembre 1993 a Potenza spariva Elisa Claps, una ragazza di sedici anni che, raggiunta la chiesa della Santissima Trinità della città, non fece più ritorno. Il 17 marzo 2010 i suoi resti furono ritrovati nel sottotetto della medesima chiesa, la quale nel frattempo era impegnata in alcuni lavori di ristrutturazione. Condannato per il suo omicidio Danilo Restivo, all’epoca un 21enne dal profilo piuttosto enigmatico e disturbato.
L’omicidio di Elisa Claps, la studentessa di sedici anni scomparsa misteriosamente a Potenza il 12 settembre 1993 e uccisa per mano di Danilo Restivo, è tra i più noti casi di cronaca nera risalenti ai primi anni Novanta. Della giovane si persero le tracce inspiegabilmente per molti anni fino a quando non venne ritrovato il corpo senza vita nel sottotetto della chiesa potentina Santissima Trinità, il 17 marzo 2010. Chiesa rimasta chiusa per anni e riaperta nel 2023. Il suo assassino, Danilo Restivo, 21enne siciliano all’epoca trasferitosi a Potenza con la famiglia, nel 2014 è stato condannato definitivamente a trent’anni di carcere. Il ragazzo inoltre era stato già precedentemente accusato di un altro omicidio avvenuto il 12 novembre 2002, quello di Heather Barnett, una donna britannica e sua vicina di casa.
Chi era Elisa Claps, la studentessa uccisa a Potenza a 16 anni
Elisa Claps è nata a Potenza e insieme con i suoi due fratelli, Gildo e Luciano, apparteneva a una normalissima famiglia, sua madre Filomena infatti era un’impiegata mentre suo padre Antonio, un commerciante. Nell’anno in cui è scomparsa, Elisa frequentava il terzo anno del liceo classico nella sua città natale e sognava di fare il medico: una domenica mattina, esattamente il 12 settembre 1993, la ragazza è uscita di casa per raggiungere la chiesa Santissima Trinità in occasione di una funzione religiosa. Secondo quanto emerso dalle indagini, quel giorno l’ultimo parente che la vide fu proprio suo fratello Gildo al quale comunicò l’intenzione di raggiungere tutta la famiglia che nel frattempo si era recata nella casa in campagna, entro ora di pranzo, intorno alle 13. Successivamente, una serie di testimonianze confidarono che in realtà Elisa si era accordata con un’amica e insieme avevano deciso di raggiungere la chiesa non per prendere parte della funzione religiosa, bensì per andare a un appuntamento durante il quale avrebbe incontrato un amico, il quale le avrebbe dovuto consegnare un pacco regalo in occasione della sua promozione agli esami di recupero scolastico. Quelle furono le ultime ore in cui si sarebbero avute tracce di Elisa, prima che il mistero intorno alla sua scomparsa travolgesse l’intera famiglia per sedici lunghissimi anni.
L’ultimo incontro tra Elisa e Danilo nella chiesa della Santissima Trinità
Nel corso dell’inchiesta giudiziaria si scoprì che la persona misteriosa con la quale quella domenica Elisa doveva incontrarsi nella chiesa della Santissima Trinità, era proprio Danilo Restivo. Sempre nel corso dell’inchiesta venne confermato che la persona ad aver visto per ultimo la sedicenne era di fatto il 21enne. Il giovane venne a lungo interrogato e la versione che diede agli inquirenti rispetto ai suoi spostamenti avvenuti quel 12 settembre, fecero crescere numerosi sospetti tanto da convincere chi indagava a concentrarsi sulla sua figura. Restivo, nelle ore successive al delitto, aveva raggiunto il pronto soccorso di Potenza chiedendo di farsi medicare una ferita alla mano. Ai medici raccontò di un piccolo incidente, una semplice caduta avvenuta nei pressi della stessa chiesa dove all’epoca si stava costruendo delle scale mobili. Ad attirare l’attenzione furono i vestiti che il giovane indossava: questi ultimi presentavano macchie di sangue ma nonostante ciò non furono oggetto di immediato sequestro. Nei giorni successivi di Restivo non si ebbero più notizie e quando si fece vivo di nuovo si giustificò dicendo che aveva raggiunto la città di Napoli per sostenere un esame all’Università.
Solo dopo un lungo interrogatorio con gli inquirenti, il giovane confidò di aver effettivamente parlato con Elisa quel giorno e che aveva chiesto di incontrarla solo perché avrebbe voluto dei consigli su come comportarsi con un’amica in comune, della quale si era perdutamente innamorato. E inoltre aggiunse che in quell’occasione Elisa gli avrebbe confidato di essere molto spaventata per via di un uomo che nell’ultimo periodo la importunava proprio nella chiesa della Santissima Trinità.
Le ricerche dei familiari dopo la scomparsa
Il giorno in cui scomparve, Elisa doveva raggiungere il resto della famiglia che si era riunita nella dimora di campagna in occasione del pranzo domenicale. Trascorse alcune ore, sforato l’orario di rientro che si aggirava intorno alle 13, il primo a preoccuparsi fu suo fratello Gildo. Quest’ultimo allertò il resto della famiglia e decise di contattare la polizia per denunciarne la scomparsa. Da quel momento in poi ebbero inizio quelle che da lì a poco si sarebbero rivelate assidue e instancabili ricerche.
Le indagini e i primi dubbi su Danilo Restivo
Che Danilo Restivo fosse un personaggio enigmatico, agli inquirenti fu chiaro sin dall’inizio e dalle prime indagini. L’uomo infatti era abituato ad importunare le ragazze per le quali perdeva la testa e molto spesso si rendeva protagonista di strani e misteriosi comportamenti. Telefonava anonimamente le ragazze per poi restare in silenzio, tagliava di nascosto alcune delle loro ciocche di capelli per poi conservarle accuratamente talvolta portandosele anche con sé. Grazie ad alcune dichiarazioni delle amiche di Elisa, venne fuori che il 21enne era solito corteggiare le ragazze in maniera insistente, soprattutto quando queste ultime poi lo respingevano. Tra le prime persone ad essere convinte del coinvolgimento di Restivo nella scomparsa della giovane, fu sua madre Filomena. La donna per molto tempo insistette sulla colpevolezza del giovane, ma non ricevendo alcun interesse da parte degli inquirenti. Subito dopo la scomparsa di Elisa, Danilo Restivo fu lasciato libero di andare a Napoli per un concorso e qualche tempo dopo, nonostante continuasse ad essere coinvolto nell’omicidio, fu comunque mandato dalla famiglia fuori città.
Un’altra figura che Gildo Claps, fratello di Elisa, ha più volte definito ambigua è stata poi quella di Don Mimì, il parroco della chiesa della Santissima Trinità all’epoca del delitto. Claps durante un’intervista aveva dichiarato che ricevuta la notizia dell’incontro tra Danilo ed Elisa nella chiesa, si era subito fiondato nel santuario alla ricerca di notizie e dettagli che potessero aiutarlo a ricostruire la vicenda. Sempre in quell’occasione, Gildo ha ricordato di non aver avuto modo di entrare nella chiesa in quanto le chiavi erano nelle mani del parroco che al momento non si trovava a Potenza.
Anche la madre di Elisa, Filomena, nelle ore successive alla scomparsa, chiese a Don Mimì se avesse visto la figlia o se conoscesse Restivo. Quest’ultimo le rispose di no parlando al passato, un dettaglio mai trascurato dalla famiglia Claps, la quale si convinceva sempre più del fatto che il parroco fosse a conoscenza di qualche segreto inconfessabile che non potesse rivelare.
La vita di Danilo Restivo in Inghilterra e l’omicidio di Heather Barnett
Dopo la scomparsa di Elisa Claps, Danilo Restivo (il quale si sarebbe poi scoperto essere il killer della giovane potentina) si trasferì nel piccolo villaggio di Charminster, in Inghilterra, dove era diventato da poco vicino di casa di un donna, Heather Barnett, sarta britannica e madre di due figli. Sarebbero stati proprio questi ultimi a trovare la mamma, il 12 novembre 2002, in una pozza di sangue, con evidenti ferite da forbice e con una ciocca di capelli tra le mani. Il collegamento con Restivo fu imminente e nel 2011, dopo il ritrovamento del corpo di Elisa nel sottotetto della chiesa, il giovane assassino venne condannato all’ergastolo dal Tribunale di Winchester, secondo cui Danilo Restivo era l’unico colpevole dell’omicidio di Barnett.
Il ritrovamento del cadavere di Elisa Claps nella chiesa della Santissima Trinità
Il corpo senza vita della giovane studentessa fu ritrovato diciassette anni dopo, il 17 marzo 2010, nel sottotetto della chiesa Santissima Trinità, proprio dove Elisa si era recata il giorno della sua scomparsa per incontrare il misterioso amico. Scoperti i suoi resti grazie a degli operai che in quel periodo stavano effettuando lavori di ristrutturazione nella struttura, si appurò che il giorno della sua sparizione e quello della sua morte, fosse lo stesso. Insieme con il suo cadavere furono rinvenuti anche diversi oggetti appartenenti alla vittima, un orologio, degli occhiali, degli orecchini, dei sandali e la sua biancheria strappata. Questa avrebbe fatto sempre pensare all’idea che qualcuno l’avesse violentata prima di ucciderla.
Le accuse e il processo contro Danilo Restivo
Ad incastrare definitivamente Danilo Restivo fu il ritrovamento di una macchia di sangue mista rinvenuta sulla maglietta della sedicenne, poco dopo la scoperta del cadavere. L’esito dell’esame del Dna che era stato effettuato anche sulla vittima, confermò l’effettiva presenza di tracce biologiche appartenenti anche al suo aggressore. Il primo processo fu fissato l’8 novembre 2011 nel Tribunale di Salerno con rito abbreviato, tre giorni dopo Restivo venne condannato a trent’anni di carcere con l’obbligo di risarcimento alla famiglia Claps, alla quale avrebbe anche dovuto versare la cifra di settecentomila euro. Successivamente, il processo di appello iniziato il 20 marzo 2013 durante il quale prese parte anche lo stesso Restivo, si concluse definitivamente solo il 24 aprile dello stesso anno, quando venne conferma la precedente condanna a trent’anni di detenzione.
Dove si trova Danilo Restivo oggi
Attualmente Danilo Restivo, il killer di Elisa Claps che negli anni si è sempre dichiarato innocente si trova in Inghilterra dove sta scontando la pena in via definitiva per l’omicidio di Elisa Claps e anche per un altro omicidio, quello di Heather Barnett.
La riapertura della chiesa dopo 25 anni dall’omicidio di Elisa
Il 24 agosto 2023, la chiesa della Santissima trinità di Potenza a lungo rimasta chiusa in seguito al coinvolgimento nella morte di Elisa, ha riaperto al culto. Da novembre ogni mattina viene celebrata anche la messa, iniziativa che ha portato a una protesta a Potenza la prima domenica di novembre. Protesta in seguito alla quale ha risposto anche l’Arcidiocesi di Potenza: “L’Arcidiocesi si interroga con amarezza a chi possa mai giovare questa continua contrapposizione da taluni alimentata ad arte e a fini speculativi che lacera la comunità civile e religiosa e conferma la propria volontà, mai venuta meno, di riprendere il dialogo con la famiglia Claps”. La decisione di riaprire la chiesa, nella quale sono stati occultati i resti di Elisa per diciassette anni, non è stata accolta positivamente dalla famiglia Claps. I suoi cari continuano ad opporsi e a non condividere la scelta di riaprire il santuario proprio durante la stagione estiva ma soprattutto a poche settimane dall’anniversario dei trent’anni dall’omicidio della propria figlia.
Le parole del fratello Gildo Claps e della mamma Filomena
Nel corso di un’intervista realizzata da Fanpage.it al fratello di Elisa, Guido Claps, è stato chiesto cosa ne pensasse della riapertura della chiesa potentina e quale fosse stata la reazione dell’intera famiglia alla notizia. Claps ha risposto: “Davvero folle farlo in questo momento, come dobbiamo prenderla?”. E ha aggiunto: “La mia famiglia si è sempre detta disponibile ad assicurare la propria neutralità rispetto alla riapertura della chiesa della Santissima Trinità, a patto che la Chiesa si assumesse, mediante un’unica dichiarazione, le proprie responsabilità sia per i ritardi del ritrovamento e sia per quello che è accaduto all’alba e nelle settimane successive. Negare questo passaggio vuol dire andare a inficiare quella battaglia per la verità e la giustizia che la nostra famiglia ha portato avanti per 30 anni. Che sia la città a dimostrare che non si accontenta di una verità parziale, il primo modo per dimostrarlo è non entrare in quella chiesa”.
Anche Filomena, madre di Elisa, ha commentato la scelta presa ad agosto invitando i cittadini a ricordare cosa è successo a sua figlia tra le mura di quella chiesa: “Tutte le persone che vorranno entrarvi devono farlo e io assicuro loro che avranno la mia benedizione. Ci tengo a dirlo, come tengo a chiedere a tutte loro di non indugiare guardando in alto, dove si trova il sottotetto nel quale il corpo di Elisa è rimasto nascosto per anni e anni. Chiedo a tutti di guardare in basso, perché su quel pavimento vi sono ancora le tracce del sangue di una ragazzina innocente di 16 anni”.
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In memoria di
Il caso di Elisa Claps e Danilo Restivo, dall’inizio: «Com’è stato possibile che nessuno abbia visto quel corpo, in chiesa?» (Corriere della Sera – 2 settembre 2023)
La storia dell’omicidio di Elisa Claps, scomparsa trent’anni fa, nel settembre del 1993 e uccisa da Danilo Restivo, che oggi sta scontando un ergastolo in Inghilterra per un altro assassinio. In occasione del trentennale, la storia di Elisa Claps è stata raccontata nel podcast “Dove nessuno guarda”
Ancora oggi, a tredici anni dal ritrovamento dei suoi resti, scoperti nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità, nel centro storico di Potenza, l’omicidio di Elisa Claps resta intriso di misteri. L’assassinio della studentessa scomparsa trent’anni fa, il 12 settembre del 1993, a 16 anni, è uno di quei casi (o forse l’unico), dove depistaggi, errori giudiziari e investigativi e una cappa di omertà, hanno certificato collusioni che si sono estese dalla Chiesa di Potenza, alla città tutta.
I depistaggi sul caso Claps sono stati tantissimi: ad iniziare dalle attività di sviamento per allontanare dall’inchiesta l’unico sospettato: Danilo Restivo , l’ultima persona a vedere viva Elisa, dopo averle dato un appuntamento in chiesa. Il giovane, figlio del direttore della biblioteca di Potenza, è stato poi condannato a trent’anni di carcere con l’accusa di aver ucciso Elisa, con tredici coltellate.
La scoperta dei resti della studentessa nell’abbaino della chiesa, il 17 marzo del 2010, è avvenuto per puro caso. A scoprire il corpo mummificato, ricoperto da tegole e calcinacci, sono stati alcuni operai chiamati a riparare una perdita d’acqua. Il corpo di Elisa era lì, a due passi da casa sua, mentre tutti la cercavano ovunque. Eppure la “Santissima Trinità” era stata perquisita da cima a fondo, sin da subito. Nessuno, però, si era spinto sino ad arrivare nel sottotetto.
I motivi? Restano un mistero. La ricostruzione fatta dai magistrati e le indagini scientifiche hanno stabilito che Danilo Restivo, la mattina di domenica 12 settembre 1993, giorno della scomparsa di Elisa, le aveva dato appuntamento dentro la chiesa della Trinità (era in possesso delle chiavi), nel tentativo di «ottenere un approccio sessuale». Voleva farle un regalo e farsi presentare un’altra ragazza, Paola, amica di Elisa. Erano le 11,30 don Mimì Sabia, parroco della Trinità per 48 anni, diceva Messa.
«Elisa mi disse:”lascia stare Paola” – fu il racconto di Restivo. Poi uscì dalla chiesa e se ne andò». In realtà non andò così. La ragazza intuì subito le intenzioni del ventunenne e cercò riparo rifugiandosi nel sottotetto della chiesa. Il giovane la raggiunse e la colpì alle spalle. Mentre la colpiva inveiva e urlava e, sicuramente, sputacchiava, lasciando sui vestiti della sua vittima tracce di saliva. La ragazza tentò di difendersi.
Il taglietto sulla mano e la falsa testimonianza. Restivo rimase ferito nella colluttazione ad una mano, giustificando la ferita nel tentativo di entrare in un cantiere. Interrogato nelle ore successive alla scomparsa di Elisa disse di averla incontrata in chiesa e, dopo averla salutata, si era messo a girovagare da solo per la città. Restivo, però, si recò invece in ospedale per farsi medicare la ferita alla mano: un piccolo taglietto. Ci andò alle 13,45. Non seppe mai giustificare quel «buco» tra le 12 (l’ora in cui sarebbe morta Elisa) e le 13,45. Gli inquirenti non credettero alla sua deposizione, visto che nessuno lo vide in giro a quell’ora. In mancanza di altri elementi, però, lo condannarono solo per falsa testimonianza.
Il ritrovamento del corpo di Elisa Claps e l’impronta. Il ritrovamento del corpo di Elisa segnò un punto a favore delle indagini. Dopo diciassette anni, il golfino che Elisa Claps indossava la mattina del 12 settembre 1993, quando uscì per incontrarsi con Restivo, era diventato uno straccio ma, nonostante ciò, fu un elemento di prova affidabile per incastrare l’assassino. I carabinieri del Ris estrassero un campione del dna da una macchia di sangue trovata sul golfino che risultò sovrapponibile con quello di Restivo. Prova schiacciante perché dopo essersi ferito nella colluttazione l’omicida lasciò l’«impronta» del suo sangue sul vestito di Elisa.
Restivo, però, nel frattempo si era trasferito a Londra, nel tentativo di rifarsi una vita in Gran Bretagna, lontano dai sospetti che a Potenza non l’avevano mai abbandonato. E senza vergogna prima della sentenza della Corte d’Appello di Salerno che lo condannava a 30 anni, si rivolse a mamma Filomena dicendole: «Mi dispiace di cuore della morte di vostra figlia Elisa, vi giungano le mie più sentite condoglianze». La signora non volle sentirlo e lasciò l’aula prima che cominciasse a parlare. Arrivò anche a dire: «Il mio desiderio è quello un giorno di poter portare dei fiori sulla tomba di Elisa e di poter pregare».
L’omicidio di Heather Barnett, a Londra, e la moglie Fiamma. Anni dopo Danilo Restivo finì anche nel mirino degli investigatori inglesi. Il 12 novembre 2002 (il 12 ricorre sempre), venne seviziata e uccisa a Bournemouth, nel Dorset, duecento chilometri a sud di Londra Heather Barnett, una sarta di 48 anni. In mano aveva una ciocca di capelli non suoi. Danilo Restivo era il vicino di casa della donna, viveva a Londra con la moglie Fiamma Basile Giannini: fu arrestato due volte e due volte rilasciato. Negò sempre tutto. La polizia inglese è stata spesso a Potenza per indagare sugli intrecci dei due delitti. Venne fuori che Restivo avesse il «vizio» di tagliare ciocche di capelli alle donne. Per quel delitto fu condannato all’ergastolo che sta scontando in un penitenziario inglese.
L’omertà di Potenza e la chiamata del Papa. La famiglia Claps sin da subito si era detta convinta della responsabilità di Danilo Restivo, quale autore dell’omicidio della ragazza. Filomena Iemma, mamma di Elisa ha sempre puntato il dito sui depistaggi messi in campo dalla chiesa per allontanare i sospetti dal giovane assassino. Alla lettura della sentenza di condanna all’ergastolo per Restivo, mamma Filomena confidò a Fabrizio Caccia del Corriere: «Mi sono pentita di aver fermato la mano di mio marito 18 anni fa. Avremmo dovuto già allora farci giustizia da soli con Danilo Restivo e invece è passato tutto questo tempo…». La mamma della vittima, poi, si è sempre opposta all’apertura della chiesa chiusa dalla magistratura, dopo la scoperta dei resti di Elisa.
Nei giorni scorsi l’arcivescovo di Potenza Salvatore Ligorio ha autorizzato la riapertura al culto della “Santissima Trinità”, scatenando l’ira dei familiari della ragazza uccisa. «Mi aspetto che nessun cittadino di Potenza entri in quella chiesa» — ha tuonato la mamma della vittima. E il figlio Gildo: «Hanno agito come dei ladri, in silenzio. D’altronde da trent’anni sono dei ladri di verità».
Il delitto Claps sconvolse Potenza. In città il clima di omertà, non ha aiutato le indagini. A far sentire la sua vicinanza alla famiglia è stato Papa Francesco. Dopo la condanna a Restivo, telefonò a Filomena, proprio mentre la donna si trovava accanto al marito Antonio, ricoverato in ospedale per una grave malattia. La madre di Elisa gli aveva inviato una lettera dicendo di voler conoscere tutta la verità sulla morte della figlia. E, vicino alla firma, aveva lasciato il numero del telefonino. Il Papa non tardò a farsi sentire e la chiamò. «Sono Papa Francesco, volevo salutarla e dirle che domani reciterò una messa per Elisa, in occasione del suo compleanno», le disse il Pontefice.
Lo scorso 11 luglio il Pontefice si è nuovamente fatto sentire con una lettera indirizzata a mamma Filomena: un invito «al dialogo con la Curia di Potenza per trovare un accordo sulla riapertura della chiesa della Trinità». La signora Claps si era detta disponibile per un nuovo approccio, ma la riapertura nella scorse settimane della chiesa, senza un confronto tra le parti, l’ha fatta andare su tutte le furie. «La Curia deve chiedere scusa prima alla famiglia Claps e poi alla città intera» — ha affermato Filomena Iemma.
La pm Genovese e il mistero della Chiesa della Santissima Trinità. Lo scontro tra la famiglia Claps e la Chiesa di Potenza, negli anni, ha animato tutta la vicenda. Sin dal primo minuto della scomparsa di Elisa, si è avuta la sensazione che qualcosa all’interno della “Trinità” fosse avvenuto. È stato taciuto ogni dettaglio e nascosto ogni possibile indizio che potesse in qualche maniera portare alla scoperta del corpo della ragazza. La scomparsa di Elisa era stata bollata come inspiegabile e misteriosa. Il suo ritrovamento nell’abbaino della chiesa ha aperto, però, scenari oscuri.
Gli inquirenti sospettarono che dietro l’omicidio della giovane ci fosse un coinvolgimento di personaggi mai sfiorati dall’inchiesta. Fu all’epoca l’ex questore Romolo Panico a riaprire il caso. L’ex arcivescovo di Potenza Ennio Appignanesi fu il primo a sospettare che qualcosa dentro la chiesa era accaduto. «C’è stata tanta, troppa omertà dietro la scomparsa di Elisa» — disse all’epoca il monsignore.
La domanda ricorrente in quegli anni era: com’è stato possibile che quel corpo sia potuto restare così tanto in quel posto senza che nessuno se ne fosse accorto?
All’epoca della scomparsa della giovane la titolare delle indagini era il sostituto procuratore Felicia Genovese. «Tutto quello che era di mia competenza è stato fatto» affermò la pm, accusata da un pentito, Gennaro Cappiello, di aver insabbiato alcune indagini, tra le quali quelle sull’omicidio di Elisa Claps. Addirittura si disse che Michele Cannizzaro, marito della pm, avesse stretto un accordo con il padre di Restivo: cento milioni di lire per far insabbiare l’inchiesta sul figlio. «Accuse infondate» hanno accertato i magistrati di Salerno, competenti ad indagare sui colleghi di Potenza. Scrissero i magistrati di Salerno: «Sin dai primi giorni le indagini sono state svolte in maniera penetrante e rigorosa. Sono state anche disposte intercettazioni ambientali e telefoniche sull’utenza di Danilo Restivo, unico indagato per la morte di Elisa».
Per la scomparsa di Elisa Claps si mobilitarono anche i Servizi segreti. Il loro intervento ha reso più fosco lo scenario dell’inchiesta già di per se ricca di depistaggi e omertà. Un rapporto del Sisde del 18 novembre del 1997, firmato dall’allora direttore Vittorio Stelo, faceva riferimento alla figura di un prete che avrebbe avuto un ruolo nella scomparsa di Elisa Claps. Il sostituto procuratore Felicia Genovese, fece formale richiesta per ottenere l’informativa, ma non ricevette nessuna risposta. Anzi,in un primo momento, i Servizi negarono l’esistenza del documento con il nome del confidente. Le richieste della pm, furono però insistenti, tanto da costringere un’altra struttura dell’organismo segreto a consegnare il documento all’accusa. Nella relazione dei Servizi c’era scritto che si stavano facendo indagini su un prete di Potenza. L’attività segreta, però, non portò però a nessun risultato. Le stranezze, in questa vicenda, si moltiplicarono di giorno in giorno.
Don Mimì Sabia e le perquisizioni «tragiche». Un ispettore di polizia Mario Leone, aveva anche lui ricevuto una confidenza che gli indicava che «sarebbe stato opportuno ispezionare la chiesa della Santissima Trinità. Il corpo di Elisa è ancora lì e lì che dovete controllare». Anche in questo caso l’attendibilità della relazione di servizio del poliziotto non fu tenuta in considerazione. Era il 10 maggio 2001. Solo due mesi dopo, il 20 luglio, i magistrati decisero di dare un’occhiata dentro la chiesa e iniziarono a ispezionare negli scantinati e nelle case diroccate che si trovavano nelle vicinanze. Non trovarono nulla. Nessuno, però, cercò nell’abbaino. A distanza di anni alcuni poliziotti che parteciparono a quei sopralluoghi definirono quelle perquisizioni una «tragedia».
Nella chiesa della Trinità, infatti, i sopralluoghi della polizia evidentemente, non furono fatte in maniera approfondita. Parroco del’epoca era don Mimì Sabia, deceduto nel corso delle indagini, all’età di 84 anni. Don Mimì fu l’unico sacerdote a governare la chiesa della Trinità. Aveva un carattere allegro, ma non ha mai permesso a nessuno di celebrare Messa nella sua chiesa che considerava la sua casa. Nelle ore successive alla scomparsa di Elisa – qualcuno disse di averla vista per l’ultima volta proprio in chiesa a parlare con Restivo – don Mimì chiuse al culto il Tempio e partì per Fiuggi a farsi i bagni termali. Sul ruolo e sulle responsabilità avute da don Mimì, però, non si è mai voluto andare a fondo, nonostante un particolare suona ancora oggi come un terribile indizio, forse all’epoca sottovalutato.
Don Vagno ruolo delle donne delle pulizie. Nel sottotetto della Trinità, gli inquirenti trovarono un bottone rosso porpora dai contorni tondeggianti a alcune fibre rifrangenti. Dello stesso tipo di quello che mancava all’abito del sacerdote, all’epoca sequestrato dalla polizia. Un’altra incongruenza che mette a dura prova la credibilità della Chiesa potentina furono allora le parole del vice parroco della Trinità, il brasiliano don Vagno. Quaranta giorni prima del ritrovamento dei resti di Elisa nel sottotetto, il sacerdote fu informato dalle due donne delle pulizie Margherita Santarsiero e sua figlia Annalisa Lo Vito, della presenza di un cadavere nell’abbaino della chiesa.
Don Vagno decise di controllare personalmente quella notizia. Si precipitò sopra e vicino a quei resti scorse un paio di occhiali e un teschio. Don Vagno pensò ai riti satanici e di quel ritrovamento il vice parroco non fece cenno con nessuno. Quando la polizia lo interrogò, si affrettò a sostenere che avrebbe voluto informare monsignor Agostino Superbo, vescovo di Potenza e vicepresidente Cei, ma dopo qualche tentativo per rintracciarlo, la cosa gli passò di mente. All’epoca la polizia ipotizzò anche che il sottotetto negli anni precedenti la scoperta dei resti fu frequentato assiduamente: addirittura ci furono feste come dissero alcuni ragazzi del centro Newman. «I ragazzi erano soliti appartarsi in quei luoghi e avrebbero utilizzato il buio del sottotetto per qualche momento di intimità».
Le risposte evasive dell’amica del cuore di Elisa, Eliana De Cellis. La stessa amica del cuore di Elisa Claps, Eliana De Cellis fu evasiva nelle sue risposte date nel processo per falsa testimonianza dov’era indagato Danilo Restivo. Messa alle strette dal pubblico ministero Felicia Genovese disse: «Ho paura che quello che è successo a Elisa possa capitare a me». Il presidente del collegio dell’epoca, Michelini, non intese approfondire quelle risposte. Nessuno, poi, si è mai preoccupato di indagare su quella pagina del diario di Elisa, strappata di netto quasi a voler cancellare quale mistero? Evidentemente il corpo di Elisa Claps doveva rimanere nascosto per sempre, sepolto da travi e pietre. Così sperava chi l’ha uccisa.
La scoperta dei resti della studentessa, però, è stato come se parlassero. E, a ridar voce a questa vicenda è un podcast di Sky Italia e Sky Tg 24, realizzato da Chora Media e scritto da Pablo Trincia, Riccardo Spagnoli e Alessia Rafanelli dal titolo Dove nessuno guarda — Il caso Elisa Claps. A novembre il podcast è diventato una docuserie di quattro episodi per Sky Tg24 (a cura di Pablo Trincia e con la regia di Riccardo Spagnoli). Sempre in novembre, su Rai 1 è andata in onda la serie Per Elisa — il caso Claps. (
Elisa Claps, 15 anni fa la scoperta del corpo. Danilo Restivo «rimarrà in prigione per sempre»: l’omicidio della sarta e il sospetto sulla studentessa Oki (Leggo – 17 marzo 2025)
Era il 12 settembre 1993 quando Elisa Claps, 16 anni, scomparve nel nulla a Potenza. L’ultima volta fu vista entrare nella Chiesa della Santissima Trinità, dove aveva appuntamento con Danilo Restivo, un ragazzo poco più grande di lei. Da quel giorno, nessuno ha più avuto sue notizie e per anni la sua famiglia ha combattuto per conoscere la verità, scontrandosi con indagini lacunose e depistaggi. Il caso è rimasto irrisolto fino al 17 marzo del 2010, quando il corpo di Elisa è stato ritrovato nel sottotetto della stessa chiesa in cui era entrata l’ultima volta. Per l’omicidio della ragazza è stato condannato in via definitiva Danilo Restivo, incastrato dal suo sangue ritrovato sul golfino che indossava la 16enne. Oggi è detenuto in carcere in Inghilterra, dove ha subito un’altra condanna per il delitto della vicina di casa Heather Barnett.
Gildo Claps, uno dei due fratelli di Elisa, ha denunciato più volte la gestione delle indagini e la lunga attesa per ottenere giustizia: «Parte della verità è ancora sepolta tra quelle mura, coperta da una cortina impenetrabile di omissioni e colpevoli silenzi», ha detto in occasione della riapertura al culto della chiesa che ne ha custodito il corpo per 17 anni, avvenuta nel 2023.
Anna Esposito, dopo 22 anni restano ancora dubbi sul “suicidio” del capo della Digos che stava indagando su Elisa Claps (Il Fatto Quotidiano – 5 dicembre 2023)
Il giorno in cui è stata ritrovata suicida, Anna avrebbe dovuto incontrare il fratello di Elisa, Gildo Claps, a cui lei stessa aveva chiesto un incontro
Un giallo nel giallo continua a tingere di nero la città di Potenza. È incastonato da 22 anni nel destino tragico di Elisa Claps, la sedicenne uccisa da Danilo Restivo nella chiesa della Santissima Trinità dov’è rimasta sepolta per 17 anni, fino al ritrovamento, nel marzo del 2010. È il caso di Anna Esposito, dirigente della Digos di Potenza, morta in circostanze ambigue l’11 marzo del 2001, otto anni dopo l’omicidio di Elisa. Anna è salernitana, di Cava de’ Tirreni, e nel 2001 ha solo 35 anni. Da quando è a capo della Digos del capoluogo potentino, alloggia all’ultimo piano della caserma Zaccagnino dove rientra quella domenica, giorno che tristemente la lega alla protagonista di questa storia oscura, Elisa, morta anche lei nel giorno di festa settimanale. Anna l’ha trascorso con le sue figlie, i genitori e l’ex marito.Sono quasi le otto di sera quando rassicura sua madre di essere arrivata a Potenza, le dice che sta per andare a Matera perché invitata a una festa a cui però Anna non prenderà parte. All’indomani tarda ad arrivare in ufficio, e non risponde al telefono. I suoi colleghi fanno irruzione nel suo appartamento dove la trovano distesa, sul pavimento del corridoio, senza vita. La sua casa si riempie di poliziotti che però non hanno cura di salvaguardare la scena del tragico ritrovamento. La compromettono irreversibilmente. Anna è vestita e intorno al collo ha il cinturone della divisa con cui si sarebbe impiccata alla maniglia della porta. Eppure c’è un dettaglio, rilevato dai medici legali della sua famiglia, che stride con il suicidio: l’osso cricoide è spezzato. Un osso di piccolissime dimensioni che difficilmente si potrebbe essere rotto attraverso l’impiccagione ma che indica un’altra ipotesi, lo strangolamento alle sue spalle.
La Procura apre un fascicolo per istigazione al suicidio ma in dieci mesi il Pm Claudia De Luca chiede di archiviare le indagini, nonostante alcune coincidenze decisamente inquietanti. La prima: dal suo diario di lavoro sono state strappate delle pagine. L’altra è ancora più oscura: il giorno in cui è stata ritrovata suicida, Anna avrebbe dovuto incontrare il fratello di Elisa, Gildo Claps, a cui lei stessa aveva chiesto un incontro. Cosa avrebbe dovuto dirgli? Lo scrive un coraggioso cronista, Fabio Amendolara, che aveva approfondito il caso nelle pagine della Gazzetta del Mezzogiorno, nel libro “Il segreto di Anna. Inchiesta su un suicidio sospetto“. Amendolara ha riportato nel suo libro ciò che gli aveva raccontato Gildo Claps: “Proprio il giorno prima che Anna venisse trovata senza vita, mi chiamò. Al telefono mi disse: “Ciao Gildo, vorrei fare un corso d’inglese e avrei bisogno di alcune informazioni sulla tua scuola, ma preferirei che me ne parlassi di persona. Se per te non è un problema potremmo incontrarci domani pomeriggio?’. In effetti mi sembrò una richiesta strana. Ma le risposi che non avevo impegni e per questo rimanemmo d’accordo che ci saremmo visti l’indomani”. A quell’appuntamento però Anna non è mai potuta andare.
“È un delitto al cento per cento e d’altro canto è la medesima Cassazione a sostenerlo”: è l’ipotesi di Amendolara. Perché dice questo? Nel 2017, la Corte di Cassazione ha respinto l’opposizione al proscioglimento da parte del giudice delle indagini preliminari di Potenza delle indagini presentata dai familiari di Anna ma ha affermato, nella motivazione della sentenza – si è scritto sul giornale online L’Ora Legale – “che il giudizio del gip non è affatto basato sulla manifesta erroneità o insostenibilità delle tesi scientifiche sostenute dai consulenti nominati dalla persona offesa” e cioè l’omicidio. Però non si indagò più, nemmeno sulle minacce di morte ricevute dalla Esposito. C’è ancora un fatto e non è trascurabile: a farlo emergere è stato, in un’intervista, don Marcello Cozzi, il sacerdote che insieme al presidio di Libera della Basilicata ha combattuto insieme alla famiglia Claps per ottenere verità e giustizia su Elisa, una verità ancora coperta da una coltre spessissima di omertà. Don Marcello avrebbe raccontato che all’indomani del duplice omicidio di un malavitoso locale, Pinuccio Gianfredi e di sua moglie Patrizia Santarsiero avvenuto a Potenza il 29 aprile del 1997, Anna avrebbe convocato un vicino di casa della vittima a cui avrebbe mostrato le foto di alcuni criminali locali, nonché di politici e notabili della città.
Gianfredi era stato ritenuto legato al comitato politico al centro dell’inchiesta – poi archiviata – sulle “Toghe Lucane”, condotta al tempo da Luigi De Magistris, tesa a smascherare i legami poco chiari tra la magistratura lucana e alcuni politici. Secondo quanto emerso all’epoca dalle dichiarazioni di un pentito, Gennaro Capiello (poi ritenute non attendibili), Gianfredi era stato tirato dentro anche nell’occultamento del corpo di Elisa Claps, nascosto sotto tegole e materiale di risulta per 17 anni nel sottotetto della centralissima chiesa di via Pretoria sul cui soffitto erano stati magistralmente praticati dei fori per far fuoriuscire i miasmi che ne avrebbero segnalato la presenza. Perché il vice parroco di quella chiesa testimoniò all’epoca sul suicidio di Anna Esposito? Perché la poliziotta voleva incontrare Gildo Claps nel giorno stesso in cui si sarebbe suicidata? La madre di Anna, Olimpia Magliano, ha inoltre sempre affermato che pochi giorni prima di morire la figlia le avrebbe confidato che in questura qualcuno sapeva dov’era nascosto il corpo di Elisa. Questo Anna, non ha fatto in tempo a scoprirlo perché è morta ben nove anni prima. (di Alessandra De Vita)
Elisa Claps, i nuovi dettagli sull’omicidio: “I depistaggi, quei due biglietti anonimi e l’incontro del parroco con una 18enne alle terme” (Il Fatto Quotidiano – 29 aprile 2024)
Tutte le novità raccolte dai giornalisti Fabio Amendolara e Fabrizio Di Vito in “Indagine nell’abisso della Chiesa della Trinità”, il libro inchiesta sul caso di Elisa Claps
“Indagine nell’abisso della Chiesa della Trinità”, il libro inchiesta sul caso di Elisa Claps, pubblicato da EdiMavi è stato presentato ieri del complesso di San Giovanni di Cava de’ Tirreni insieme agli autori, i giornalisti Fabio Amendolara e Fabrizio Di Vito, nell’ambito della campagna di sensibilizzazione “Posto Occupato”, contro la violenza sulle donne a cura di Maria Andaloro. Un incontro con una forte valenza simbolica perché Cava de’ Tirreni era anche la città di origine di Anna Esposito, la poliziotta che indagò sul caso Claps, apparentemente impiccata nell’appartamento della caserma di Potenza dove sera in servizio. Amendolara, sulla Esposito ha scritto una coraggiosa inchiesta per la Gazzetta del Mezzogiorno all’epoca poi confluita nel libro, “Il segreto di Anna. Inchiesta su un suicidio perfetto”.
Racconta il giornalista a FqMagazine: “Quella è stata la mia battaglia più grande. Nel 2011 mi sequestrarono tutto, vennero a casa, in ufficio. Volevano tagliare i ponti con le mie fonti primarie sul caso Claps. L’inchiesta su Anna si è scritta da sola. Sono arrivato a Potenza nel marzo del 2002, nel giorno dell’anniversario della sua morte. Mi sembrò assurdo sin da subito che i suoi colleghi le avessero sfondato la porta di casa dopo appena mezz’ora di ritardo in ufficio. Quando poi ho visto le foto e le relazioni autoptiche non ho avuto dubbi: non poteva trattarsi di suicidio a partire da quello zigomo livido a seguito di una colluttazione, per non parlare delle costole rotte e dell’osso cricoide spezzato. Purtroppo le indagini sono state archiviate ma il gip nella sua relazione finale ha scritto che “si propende per un’ipotesi omicidiaria”. Da suicidio certo si è passati a probabile omicidio. Purtroppo non si è mai più indagato”.
Cosa aggiunge il vostro libro a quanto già emerso sull’omicidio di Elisa Claps compiuto da Danilo Restivo?
Risponde Di Vito: “Ci sono nuovi elementi che danno una chiave interpretativa diversa. Il primo è quel biglietto anonimo, ritrovato a Parco Montereale pochi giorni dopo la scomparsa di Elisa, vicino al tabacchino del padre. Quel biglietto era in una nota a piè di pagina di una delle prime informative della Questura di Potenza. C’era scritto: ‘Avevo una gatta. Cantava troppo. L’ho uccisa. Elisa l’ho fatta sotterrare con una pietra’, prova evidente che chi ha ucciso Elisa Claps non l’ha fatto da solo. Se avessero fatto una perizia su quel foglio, avrebbero potuto già indagare su chi ha aiutato Danilo Restivo a occultare il corpo di Elisa. Ormai anche il reato di concorso per occultamento di cadavere è andato in prescrizione. Sono stati fatti tanti errori durante le indagini”.
L’errore più grande secondo voi?
Amendolara: “La procura di Salerno ha fatto scadere i termini per le indagini preliminari dopo il ritrovamento del corpo di Elisa. Tutti i reperti presi sono rimasti inutilizzati. Mentre è stata fatta un’inchiesta incredibile sulle due signore dell’impresa di pulizie che hanno ritrovato il corpo. Avranno anche sbagliato ma intanto hanno pagato solo loro. C’è un altro biglietto anonimo, inviato all’avvocato Maria Bamundo che difende le due donne in questione, in cui è citato un sacerdote della Diocesi, tale De Sortis: ‘Lui potrebbe raccontare cose importanti’ è scritto. Chi lo ha inviato ha commesso un errore: non l’ha spedito all’indirizzo del suo studio né presso l’abitazione ma è indirizzato presso una casa di proprietà di un collega della Bamundo, la stessa dov’erano stati convocati dieci testimoni sul caso. L’anonimo è uno di loro. Adesso, tocca alla procura indagare. Che sia intervenuta la Curia a coprire Danilo Restivo è pacifico, bisognerebbe capire chi è e se è ancora vivo”.
La vostra ipotesi è che Danilo Restivo non sia stato soccorso solo dalla famiglia…
“Non ce lo vedo il padre di Restivo, direttore della Biblioteca Nazionale di Potenza, a fare lavori di falegnameria e praticare fori nel soffitto del sottotetto della Trinità. E infine, la Procura di Salerno ha aiutato chi ha aiutato Restivo. Perché non sono stati in grado di risolvere il caso, dai Carabinieri che per primi hanno preso la denuncia di scomparsa alla Squadra Mobile ai magistrati stessi. Tutti avevano un nervo scoperto sul caso Claps quindi poi si sono coperti a vicenda”.
Aggiunge Di Vito: “C’è un altro elemento mai venuto fuori. Dopo la scomparsa di Elisa, il parroco della Trinità com’è noto andò alle terme, a Fiuggi, come era solito fare ogni anno. Lì incontrò una ragazza di Potenza che gli chiese di poter festeggiare i 18 anni sulla terrazza della Trinità, in data 18 settembre, pochi giorni dopo, a dieci metri da dov’era sepolta Elisa. Forse non era già a conoscenza di quanto accaduto. Quei ragazzi da allora non sono mai stati sentiti. Questa festa, resa nota durante al processo delle due signore delle pulizie che “trovarono il corpo”, ci porta a fare una riflessione sul ruolo della comunità potentina in cui nessuno ha mai visto nulla quel giorno, nonostante fosse mezzogiorno di una domenica di settembre e Elisa fosse scomparsa nella centralissima via Pretoria”.
Il libro parla anche dei depistaggi…
Di Vito: “A poche ore dalla scomparsa, il lunedì sera, un ragazzo poco più grande di Elisa, Giuseppe Carlone, andò spontaneamente dagli inquirenti dicendo di averla vista quella domenica alle 13,40 ai piedi della scalinata 4 novembre. Peccato che in quel momento anche il fratello di Elisa, Gildo Claps, era in quello stesso posto e la sua testimonianza fu poi smentita. Carlone, dopo il ritrovamento del corpo, non è mai stato riconvocato. Così come dieci operai che nel 1996 hanno fatto dei lavori nel sottotetto a 15 centimetri, com’è emerso, dal corpo di Elisa. Lavoravano con fari alogeni, Elisa è stata ritrovata con la torcia di un cellulare. Se qualcuno durante quei lavori ha visto Elisa Claps, non può non averlo detto al parroco Don Mimì Sabìa. Questo libro è un manuale sulle cose da non fare in un’inchiesta per omicidio”.
Oltre agli inquirenti anche la comunità locale è stata sempre tacciata di essere omertosa, da lucano cosa ne pensa?
“Fino alla recente riapertura della Chiesa in cui è stata uccisa Elisa senza il confronto da parte della Diocesi con la famiglia Claps auspicato anche da Papa Francesco penso ai pregiudizi di razza e di genere degli inizi. Durante la prima veglia di preghiera si vociferava che Elisa fosse scappata perché incinta, gli inquirenti credettero a questi pettegolezzi infondati e andarono prima in farmacia e poi in Ginecologia all’ospedale San Carlo e cercare prove. Poi fu messo sotto torchio l’albanese Eris Gega, se avessero indagato allo stesso modo su Restivo avrebbero trovato tutti i suoi precedenti penali. Da potentino dico che se oggi, malauguratamente, dovesse esserci un altro caso Claps, non sono certo la comunità reagirebbe meglio di come ha fatto 30 anni fa”. (di Alessandra De Vita)






