Silvia Caramazza, 39 anni, commercialista. Uccisa e messa dentro il freezer dal fidanzato, dopo mesi di stalking e violenze che lei appuntava su un blog
Bologna, 8 Giugno 2013

Titoli & Articoli
Silvia Caramazza: a Bologna donna uccisa e trovata nel congelatore. Il fidanzato non si trova (HuffPost – 28 giugno 2013)
Una profonda ferita alla fronte. Il corpo in posizione fetale in un sacco nero dei rifiuti e poi chiuso nel congelatore a pozzetto in camera da letto: è giallo a Bologna il giorno successivo al macabro ritrovamento, nel suo appartamento di viale Aldini, del cadavere di Silvia Caramazza, 39 anni, la cui scomparsa era stata denunciata da due amiche lo scorso 14 giugno. La squadra mobile è al lavoro per ricostruire le abitudini e gli ambienti frequentati dalla vittima. Sono stati sentiti anche i vicini di casa.
Inquirenti ed investigatori, che mantengono il massimo riserbo sulle indagini, stanno cercando il fidanzato della vittima, attualmente irreperibile.
L’uomo, 34 anni, era già stato ascoltato di persona dalla polizia, martedì scorso, ma il suo racconto sulla scomparsa della ragazza non è risultato convincente. Così, ieri, è stata decisa l’irruzione nella casa della 39enne (la polizia su mandato del pm ha sfondato la porta d’ingresso) con il successivo ritrovamento del cadavere. “Stiamo verificando – ha spiegato il procuratore capo di Bologna, Roberto Alfonso – tutte le frequentazioni dalla ragazza. Il fatto è di una gravità inaudita“. Secondo quanto di apprende, risale allo scorso 7 giugno la certezza che la donna, ospite per alcuni giorni di un amica a Pavia, fosse ancora in vita. Nei giorni successivi alcune amiche provarono a contattarla al telefono senza ottenere però alcuna risposta. Risposte, invece, arrivate via sms. Proprio i messaggi ricevuti al cellulare, però, insospettirono le amiche per lo stile ed il contenuto del testo che sembrava non essere stato scritto dalla Caramazza. Così si rivolsero, il 14 giugno, alla polizia denunciando la scomparsa.
Nella stessa giornata il fidanzato della donna fu sentito telefonicamente dagli investigatori. Questi disse di essere con la fidanzata a Catania ma un successivo sopralluogo della polizia, per rintracciare la coppia, diede esito negativo. L’uomo fu sentito, questa volta di persona, martedì scorso raccontando di non aver più visto la fidanzata, forse partita per la Grecia, dal 16 giugno scorso.
Intanto sarà fondamentale l’autopsia, ritardata per lo stato di congelamento del corpo, per capire la data del decesso. Secondo i primi elementi investigativi si ipotizza che l’omicidio si sia consumato all’interno dell’appartamento. In camera da letto sono state trovate macchie di sangue. E non si esclude che la morte sia avvenuta solo qualche giorno prima del ritrovamento del cadavere. La donna, questa una ricostruzione al vaglio degli inquirenti, potrebbe essere stata isolata in casa dal suo assassino, per qualche giorno, prima di essere uccisa. Al momento non sono stato trovati nell’abitazione né l’arma del delitto né il cellulare della donna. La Procura procede per omicidio volontario. Le indagini, mirate anche a verificare eventuali frequentazioni dell’ultima ora, sono a tutto campo.
Centro antiviolenza: “È femminicidio”. “Silvia è la sessantottesima donna uccisa dalla violenza maschile in Italia, la quarta in Emilia-Romagna”. Il Coordinamento regionale dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna e la Casa delle donne per non subire violenza di Bologna “ribadiscono la necessità di considerare il femminicidio come un fenomeno strutturale della nostra società, che va arginato con politiche efficaci, misure di lungo periodo e un lavoro di prevenzione sul territorio”. Il Coordinamento interviene così nella vicenda della ragazza bolognese uccisa e occultata in un congelatore il cui corpo è stato trovato ieri dalla polizia. Un delitto ancora irrisolto. E’ tra l’altro ancora irreperibile il compagno, e la polizia lo cerca per chiarimenti. Ma per il Centro Antiviolenza si tratta dell’ennesimo femminicidio, spiega una nota, che ricorda come “la violenza sulle donne è un fenomeno endemico, trasversale a ogni livello culturale, sociale ed economico”.
Silvia Caramazza, le paure in un blog: “Mi dice: ti controllo il telefono” (il Fatto Quotidiano – 3 luglio 2013)
Il sito della donna di 39 anni uccisa e fatta a pezzi dal convivente potrebbe essere analizzato dagli investigatori: “C’è una linea sottile tra sospetto e violenza psicologica. E alla lunga logora chiunque” aveva scritto.
“Violenze e violenze”. Si intitola così l’ultimo post che Silvia Caramazza ha scritto sul suo blog, “Latte versato”. È datato 3 giugno, proprio il giorno prima di quel viaggio a Pavia che l’ha portata a incontrare l’ultima persona, un’amica, che l’ha vista viva. L’ultima, ad eccezione del suo assassino, ovviamente. Perché Silvia non c’è più, è stata uccisa. A trovare il suo corpo, ferito alla testa e rinchiuso dentro al freezer di un appartamento di Bologna, sono state le forze dell’ordine, che ora stanno indagando per ricostruire gli ultimi momenti di vita della ragazza, dichiarata scomparsa prima di essere trovata morta.
Ma a raccontare chi era quella giovane trentanovenne cercata per settimane solo per essere rinvenuta senza vita in un sacco della spazzatura nascosto in una casa di viale Aldini, è Silvia stessa. E’ lei che, attraverso le pagine del suo diario online confida i suoi timori, le sue emozioni, le sue speranze. E lei a raccontare che aveva paura, e che qualcosa, nella sua vita, era cambiato. “C’è una linea sottile tra il sospetto e la violenza, psicologica intendo – recita quell’ultimo post, un susseguirsi di emozioni che forse nemmeno le persone a lei più vicine conoscevano – Va da sé che rompere telefoni cellulari o computer faccia parte di una violenza psicologica ben definita anche penalmente. Ma anche tenere sotto pressione una persona facendole credere di essere controllata non è un’azione che può passare così, senza colpo ferire. Dire a una persona ‘ti controllo il telefono e le mail tramite un investigatore’ è una pressione che a lungo andare logora e sfibra chiunque”.
E’ una storia colma di dolore quella di Silvia, forse uccisa nel sonno, mentre riposava nell’appartamento che, secondo i vicini, condivideva con il compagno, Giulio Caria, 34 anni, originario di Berchidda. Fermato in Sardegna dai Carabinieri del nucleo operativo di Olbia sulla base di un provvedimento di fermo della Procura di Bologna perché, secondo gli inquirenti, qualcosa nelle sue dichiarazioni conseguenti alla denuncia di scomparsa di Silvia non tornava. Il gip di Sassari ha convalidato il fermo e ha disposto la custodia cautelare in carcere.
Delle sue paure, in parte, Silvia avrebbe parlato all’amica incontrata a Pavia. Ma, salita sul treno per tornare a Bologna, quel 3 giugno, di lei non si è saputo più nulla. Qualche sms che per gli inquirenti risulta “strano”, difficilmente attribuibile a Silvia, l’ultimo, datato 14 giugno, la descrive in vacanza a Mikonos con il fidanzato. Nient’altro. Infatti è l’assenza di notizie certe che induce le persone che le volevano bene a rivolgersi alla polizia: il 19 giugno, due amiche ne denunciano la scomparsa
Gli agenti chiamano al telefono Caria, che dice: “Siamo a Catania però ora non ve la posso passare”. All’indirizzo indicato dal compagno di Silvia, i due non ci sono. Allora iniziano le indagini e per diversi giorni di Silvia non si sa nulla. Il compagno viene interrogato dagli investigatori, di nuovo le sue parole non tornano. Infine il 27 giugno la polizia entra nell’appartamento di viale Aldini segando le sbarre alle finestre, e lei è lì. Morta. Ora spetterà agli inquirenti capire se quelle parole scritte da Silvia abbiano un legame con il suo assassinio. Per la Procura l’ipotesi più probabile è che Silvia sia stata picchiata per giorni, settimane prima di quell’ultima aggressione, quella che ha causato la sua morte. Ma a pesare come macigni non saranno più solo le tracce che i medici legali troveranno su di lei, analizzando il suo corpo. “C’è un altro grado di violenza, quella velatamente fisica. Se dico che non ho voglia di rapporti e mi tocchi, non una ma più volte ripetutamente, oltre a darmi un fastidiosissimo senso di repulsione, penso rientri tra le molestie sessuali. Poi mi dici che vuoi essere chiamato amore…”.
E di quel dolore è proprio lei, la vittima, a parlare. “Se solo Dio volesse, ma anche un dio va bene, il fato supponiamo, un accadimento, qualunque cosa possa muovere una virgola e metterla al posto di quel punto sarei vivamente felice. Se questo mio ‘qualcosa’ esiste, che per qualche ora mi renda felice. Questo chiedo. Non di più”. Scriveva poesie, sul suo blog, Silvia. Parlava d’amore, una “parola abusata”, di paura, “tutto questo la spaventava moltissimo, tanto da ricacciare in gola ogni minima reazione alla sua vita attuale”, e di stanchezza, “alla fine, avanti alla grandiosità degli intenti del principio, questa stanchezza che ci si porta addosso come un abito di taglia sbagliata che si incolla alle carni pizzicando e stringendo”. Raccontava lucidamente, senza mai fare nomi, una situazione che, ora dopo ora, assume sempre più i contorni di un caso di stalking. “Non sentirsi sicuri al telefono, sapere che un ex potrebbe in un futuro incerto scrivere una mail mette in allerta, anche se non si ha nulla da nascondere. Trovare telecamere in casa, messe ‘per controllare se qualcuno entra’, potrebbe anche essere lecito, ma se sono in casa mia e nessuno mi ha mai avvertito della loro esistenza la trovo un’intrusione altrettanto fastidiosa rispetto alle precedenti. Andare a cena fuori e sentirsi dire ‘ti ho fatta seguire per sapere se quel maniaco del tuo amico ti seguiva’ mi pare un arzigogolio inutile. Mi hai fatta seguire? Ma siam pazzi”. (di Annalisa Dall’Oca)
«Violenza. E volevi parole d’amore» (Corriere della Sera – 3 luglio 2013)
IL DELITTO DI VIALE ALDINI Il presagio nel blog di Silvia Caramazza «Dire a una persona ti controllo il cellulare o ti ho seguita
è una pressione che logora e sfibra chiunque»
Silvia Caramazza aveva un blog. Un diario su cui appuntava sensazioni, emozioni e soprattutto paure. Le sue ultime parole le ha affidate a questo diario. A rileggerle ora mettono i brividi. Perché suonano non solo angoscianti, ma addirittura profetiche. E ci raccontano meglio di qualsiasi testimonianza quale potesse essere il suo reale stato d’animo pochi giorni prima di essere massacrata e nascosta in un freezer.
L’ultimo post porta la data del 3 giugno, il giorno prima del viaggio a Pavia da un’amica. Un lungo sfogo in cui racconta dei controlli cui era sottoposta, del rapporto conflittuale con il suo presunto assassino, dell’isolamento che viveva in casa e delle violenze fisiche e psicologiche che era costretta a subire. Parole tremende, rimaste in rete in quello che era diventato il suo mondo parallelo che le consentiva di dire ciò che sentiva senza essere spiata e giudicata. Sfuggendo al controllo ossessivo dell’uomo che la perseguitava, ma che voleva essere chiamato «amore»: un comportamento che ha tutti, ma proprio tutti, i contorni dello stalking.
Aveva una personalità complessa, Silvia. In questi giorni è stata descritta come una donna fragile, isolata, in cura per problemi psichici e dipendente dai farmaci. Le pagine del suo diario però raccontano altro e descrivono una persona piena di emozioni, intelligente, colta, mai banale, capace di raccontare con parole e poesie i suoi sentimenti più profondi.
3 giugno 2013: violenza — C’è una linea sottile tra il sospetto e la violenza, psicologica intendo. Va da se che rompere telefoni cellulari o computer faccia parte di una violenza psicologica ben definita anche penalmente. Ma anche tenere sotto pressione una persona facendole credere di essere controllata non è un’azione che può passare così, senza colpo ferire. Dire a una persona «ti controllo il telefono e le mail tramite un investigatore» è una pressione che a lungo andare logora e sfibra chiunque. Non sentirsi sicuri al telefono, sapere che un ex potrebbe in un futuro incerto scrivere una mail mette in allerta, anche se non si ha nulla da nascondere. Trovare telecamere in casa messe «per controllare se qualcuno entra» potrebbe anche essere lecito, ma se sono in casa mia e nessuno mi ha mai avvertito della loro esistenza la trovo un’intrusione altrettanto fastidiosa rispetto alle precedenti. Andare a cena fuori e sentirsi dire «ti ho fatta seguire per sapere se quel maniaco del tuo amico ti seguiva» mi pare un arzigogolio inutile, mi hai fatta seguire? Ma siam pazzi. Ma c’è un altro grado di violenza. Quella velatamente fisica. Se dico che non ho voglia di rapporti e mi tocchi non una, ma più volte ripetutamente, oltre a darmi un fastidiosissimo senso di repulsione, penso rientri tra le molestie sessuali. Poi mi dici che vuoi essere chiamato amore…
3 giugno 2013: Dio — Se solo Dio volesse/ ma anche un dio va bene/ il fato supponiamo, un accadimento/ qualunque cosa possa muovere una virgola/ e metterla al posto di quel punto/ sarei vivamente felice./ Perché non doveva esserci un punto ma un verbo all’infinito/ come per le cose che non devono finire/ altrimenti ci si ritrova, come ieri, come domani/ con le persone sbagliate al momento giusto./ Se questo mio ”qualcosa” esiste,/ che per qualche ora/ mi renda felice./ Questo chiedo. Non di più. 19 aprile 2013: amore — amore, amore, amore, che parola abusata!/ bisognerebbe trovare un sinonimo, per ogni tipo d’amore/ quello geloso lo chiamerei salsabilla piccante/ quello lagnoso, «mi vuoi? mi vuoi?» asfissia permanente./ L’amore lontano sarebbe eterno sogno/ L’amore appiccicoso tatto abusivo/ Se è questo che mi sai dare, non amarmi perfavore/ puoi salsabillarmi quanto vuoi con asfissia permanente/ ma nulla vale a resuscitare/ un impegno a vita costante/ giorni costruiti a due più due/ figli, parole, cucina e pulizie/ viaggi e ritorni, luoghi comuni/ parlar di tutto e niente per tacer il silenzio/ lutti e coraggio, lasciar sbagliare e perdonare./ Continua a salsabillare,/ io resto qui a sbadigliare/ aspettando un fragore lontano/ una piccola eco che mi chiami/ e finalmente tornare a sognare.
10 febbraio 2013: timori — Rigirandosi le dita cincischiava, quasi a non volerlo ammettere. Non ho il coraggio di riprendere in mano la mia vita. Questo doveva dire, per farlo avrebbe dovuto passare attraverso abbandoni, nuove routine, rischi. Tutto questo la spaventava moltissimo, tanto da ricacciare in gola ogni minima reazione alla sua vita attuale.
7 febbraio 2013: stanchezza — Al risveglio la solita desolazione di piatti sporchi, fazzoletti dimenticati tra le pieghe del divano. Le ombre dell’attrazione che fu son scomparse dietro la polvere che solleviamo ad ogni passo, come un resuscitar di morti. Alla fine, avanti alla grandiosità degli intenti del principio, questa stanchezza che ci si porta addosso come un abito di taglia sbagliata che si incolla alle carni pizzicando e stringendo.
27 novembre 2011: ansia — L’ansia è forfora che esce dal naso/ Dalla bocca/ Si deposita cambiando colore alle cose/ Dei mostri di questi giorni/ Ci son sculture/ Che con un colpo di vento van giù/ L’ansia è questo mio stare/ Sospesa/ Tra l’essere e il sarò/ Nel divenire un mondo/ Dove le note a margine son lame acuminate/ Di minacce di forfora/ Parole di forfora/ Che con una buona spazzola/ Vanno via/ Quel che resta son piccoli fatti, mancanze, concretezze/ Che nell’insieme non contano per nulla/ Nel mio mondo sono assolutamente tutto/ Tutto quanto possa essere dolore o amore/ Da me per te.
19 maggio 2011: ammazzare — Non si può ammazzare il prossimo. È vietato. E lo sapeva molto bene, infatti non aveva ammazzato nessuno. Soffiava vento forte tra i suoi capelli sfilacciati, lei si aggirava come sempre allampanata, famelica, con gli occhi rapaci sopra ogni cosa riuscisse a scorgere. «giorno el». Lei continuava imperterrita, come una sorda, verso il mercato. Distrattamente prese due mele, una manciata di fagioli, senza proferire parola a nessuno, nessuno la notava. Non si può ammazzare il prossimo pensava, tornando a casa. Ello nel suo torpore dormicchiava, lei si cambiò in fretta per tornare a guardarlo. Gli soffiò sulle labbra e lui nel sonno istintivamente scacciò mosche immaginarie. Indisturbata giracchiò per la stanza, si mise alla finestra, osservando il vento, i tetti e quel cielo sovrastante, azzurro come ghiaccio pronto a spaccarsi in mille schegge sopra la testa di ognuno. Nuvole che scorrono, gente che passa, tutto è ancora vivo al mondo. Non si può ammazzare il prossimo. Ma fargli molto male si.
Addio a Silvia, uccisa e messa nel freezer: “Simbolo della lotta al femminicidio” (il Fatto Quotidiano – 26 luglio 2013)
Il funerale a Bologna della donna trovata morta nella sua abitazione ha raccolto decine di persone. In piazza anche il sindaco Virginio Merola. L’associazione Casa delle donne: “Ora gli uomini facciano la loro parte: non basta dire io non sono così. Devono cominciare a impegnarsi in prima persona”
Ora gli uomini facciano la loro parte: non basta dire io non sono così, vadano in piazza e facciano una manifestazione urlando ‘Io non sono uno stupratore’”. E’ lapidaria Grazia Negrini, una dei membri del Tavolo delle Donne di Bologna che questo pomeriggio ha partecipato ai funerali di Silvia Caramazza, la ragazza uccisa il 27 giugno scorso, la cui foto è stata donata ai partecipanti con offerta libera per la Casa delle Donne di Bologna e che diventerà simbolo della lotta contra il femminicidio. Con la Negrini nella chiesa di Santa Caterina di via Saragozza erano presenti un centinaio di persone, tra cui le associazione Udi, Donne in nero, Casa delle Donne, il sindaco di Bologna Virginio Merola, il presidente del consiglio comunale Simona Lembi, amici e parenti della donna il cui corpo è stato ritrovato nel suo appartamento nascosto dentro un freezer da chi l’ha uccisa colpendola alla testa. “Una bestia, chiunque sia stato è una bestia”, ha ripetuto una delle amiche della Caramazza all’uscita del feretro dalla chiesa, dopo una cerimonia sobria e toccante che ha portato i presenti ad ascoltare la canzone preferita da Silvia, Che cos’è l’amor di Vinicio Capossela.
Il sospettato numero uno dell’efferato omicidio continua ad essere Giulio Caria, il fidanzato della ragazza, in carcere a Sassari, catturato proprio nella sua Sardegna dopo una fuga durata 48 ore. Dell’uomo, che si dichiara innocente, solo nelle ultime 24 ore gli investigatori hanno scoperto un paio di impronte sui sacchi in cui era stata nascosta la giovane vittima. “E’ un personaggio che controllava molto la fidanzata, metteva microspie dappertutto, isolava la donna in casa, un grande manipolatore”, spiega una rappresentante della Casa delle Donne, “chi stava vicino a Silvia, le amiche, non dovevano sottovalutare quello che stava accadendo. Anche se uno non ti picchia può avere la meglio su di te. Bisogna sconfiggere il meccanismo di potere e del controllo maschile nel suo complesso”.
I parenti della Caramazza, poco dopo il ritrovamento del cadavere, avevano contattato la Casa delle Donne di Bologna, che offre quotidianamente servizi di prevenzione e aiuto nei casi di stalking e violenze subite dalle donne, e si sono subito accordati per una presenza dell’associazione il giorno delle esequie. “Gli uomini devono fare un passo indietro”, continua, “e l’esempio più immediato a cui mi rifaccio è nella politica. Pensiamo al caso del ministro Kyenge, una persona che combatte i pregiudizi, le minacce e la violenza, sia perché è nera, poi perché è donna, infine perché è ministro. In Italia il potere non va d’accordo con l’essere donna. Chi ottiene posti così importanti nelle istituzioni viene vista come un’usurpatrice”.
Il Comune di Bologna, infine, non esclude di costituirsi parte civile nel processo sul delitto Caramazza. “E’ un delitto che ha sconvolto la comunità bolognese – ha spiegato il sindaco Merola – e l’Italia intera, per la brutalità dell’omicidio e l’inquietante modalità operata dall’assassino per nascondere il corpo della giovane donna. Un’ulteriore vittima del femminicidio, l’uccisione di donne per il semplice fatto che sono donne e non sono le donne che l’uomo e la società vorrebbe che fosse. Sono troppe le vittime di femminicidio che dobbiamo contare ogni anno in questo Paese, e l’omicidio di Silvia Caramazza ci mostra come nessuna comunità possa sentirsi al riparo”. (di Davide Turrini)
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In memoria di
Che cos’è l’amor? Giulio Caria e la tragica fine di Silvia Caramazza (Sardegna Notizie – 11 febbraio 2025)
L’amore ha mille volti. Può essere un rifugio oppure una prigione soffocante, salvezza o una morsa letale. Ci sono storie d’amore che non si raccontano con fiori e promesse, ma con paura, terrore, ansia, serrature chiuse dall’esterno e messaggi che non sembrano più scritti dalla stessa mano.
La scomparsa, Bologna, 19 giugno 2013
Marina Gironi e Maudi Gentile si guardano attorno nervosamente, le porte della questura si aprono, si avvicinano al banco delle denunce. Sono dieci giorni che Silvia Caramazza, la loro cara amica, non risponde alle chiamate. Però sta succedendo una cosa alquanto strana: risponde ai messaggi ma con un linguaggio che non è il suo. Marina e Maudi sono costrette a leggere frasi completamente sgrammaticate, errori di ortografia e parole senza senso. Non può essere Silvia.
“È scomparsa” dice Marina con la voce incrinata guardando le piastrelle della questura. Il poliziotto prende nota: “Da quanto non la sentite?”. “Dal nove giugno – risponde Maudi- ma qualcuno risponde ai messaggi con il suo telefono”. L’agente mette a verbale ogni cosa. Silvia non è la tipa che sparisce nel nulla. È una donna brillante, colta, benestante. Poi c’è lui: Giulio Caria, il suo compagno. Un uomo “terra terra” ossessivo, geloso, possessivo. Le indagini si mettono in moto, ma nessuno è pronto a quello che sta per emergere.
“Latte Versato”
Silvia Caramazza ha 39 anni e possiede un’eleganza innata, si veste sempre con stile, ama la letteratura. È laureata in economia ed è un agente immobiliare. Ma la sua più grande passione è la scrittura tanto che nel 2005 apre un blog: “Latte Versato”. Scrivere la aiuta a dare un senso al dolore soprattutto dopo la perdita della madre: “Mi sento come un naufrago nell’oceano”. Dopo la scomparsa della madre Silvia si aggrappa ancora di più all’unico punto di riferimento ormai rimasto: suo padre, noto ginecologo bolognese che, ormai, l’Alzheimer trascina lentamente nel buio. Per accudirlo Silvia decide di ristrutturare la sua casa ed è così che conosce Giulio Caria.
L’amore, la sua prigione Giulio ha 35 anni, è di Berchidda, ha trovato lavoro come muratore a Bologna. Ha messo in piedi una piccola impresa di ristrutturazioni insieme ad un suo amico. Ma Giulio è un truffatore: si insinua nella vita dei clienti e ne carpisce la fiducia. È l’opposto di Silvia: è un uomo rozzo. Però è capace di ascoltarla. In un momento di profondo dolore legato alle condizioni del padre, Giulio riesce a strapparle un sorriso. Silvia ha bisogno di qualcuno, si sente sola e abbandonata. Il loro incontro si trasforma subito in una relazione.
La loro storia divampa in fretta: Giulio si trasferisce a casa sua, la sostiene e la fa sentire protetta. Ma il controllo di Giulio verso Silvia comincia ad insinuarsi come un sottile veleno. Le crisi di gelosia aumentano: Giulio vuole sapere dove va, con chi parla e che cosa fa tutto il giorno. Silvia comincia a soffrire di attacchi d’ansia a causa dei continui litigi con i suoi cugini che non condividono la scelta di lei di trasferire il padre in un istituto. Assume costantemente tranquillanti, sfoga le sue angosce nel cibo e ingrassa a dismisura. Giulio le propone di far installare delle cimici in casa dei suoi cugini per spiarli ed usare le registrazioni contro di loro. Ma non ce ne sarà bisogno perché a dicembre del 2011 Silvia perde suo padre. Il dolore è straziante. Giulio è l’unico punto fermo rimasto. E lei si fida.
Il panino alla nutella.Primavera del 2012. Silvia rientra a casa prima del previsto e dato che ha un’ora libera, chiama la sua estetista che arriva subito a casa. Le due donne dovrebbero essere sola ma Silvia percepisce qualcosa di insolito. Come una presenza. E infatti appena l’estetista va via, Silvia sente un rumore provenire dalla camera da letto. Apre l’armadio. Giulio Caria è lì dentro, rannicchiato, con un panino alla nutella in mano. Questo è un segnale. È il segnale che dovrebbe farle capire tutto: Silvia deve scappare. Ma non lo fa. Ormai è intrappolata in una spirale tossica e Giulio la sta lentamente isolando dal mondo.
Il 6 gennaio 2013 la situazione degenera. Giulio chiude in casa Silvia mentre gli operai lavorano per terminare le ristrutturazioni della casa. Non vuole che la vedano. La controlla, la minaccia, le impedisce di respirare. Silvia è allo stremo. A maggio la ragazza scopre qualcosa di agghiacciante: la casa è invasa da cimici e da microspie. Giulio nega ogni responsabilità e dà la colpa ai cugini con cui non hanno un buon rapporto. Le crisi d’ansia aumentano e aumentano anche i chili.
Il rifugio. A maggio del 2013 Silvia fugge a Pavia a casa della sua amica Claudia. Quando Claudia la incontra, capisce che non è più lei. È ingrassata, si muove in modo diverso. Ha lo sguardo spento. “Silvia, devi lasciarlo!”. Silvia non risponde. Quella decisione non dipende più da lei.
Il telefono squilla senza tregua. Giulio è ossessivo. Arriva una tempesta di chiamate, decine, centinaia di messaggi. “Silvia, ti sta manipolando” Claudia la avverte, è preoccupata. Il 6 giugno succede qualcosa di terribilmente strano: Giulio, fingendosi un vicino, chiama il pronto intervento gas, segnalando una fuga nell’appartamento di Claudia. Silvia deve liberarsi di lui. Per la prima volta è convinta. Vuole tornare a Bologna e chiudere definitivamente quella porta ma non sa che sta andando incontro al suo assassinio.
Il freddo dell’addio È il 9 giugno del 2013. Silvia ha deciso di affrontare Giulio e gli dice che vuole lasciarlo. Lui non accetta la fine della relazione, la rabbia esplode. Prende un attizzatoio e la colpisce con una violenza inaudita, per sette volte, sul viso. La massacra ma Silvia respira ancora. E l’orrore non finisce qui: Giulio le strappa un anello dal dito, prima fratturandolo e poi scarnificandolo mentre è ancora in vita. Infine, tutto si compie: la ragazza muore. La mattina dopo, Caria ordina un congelatore a pozzetto, c’è questo pensiero lucido e agghiacciante che brilla nella sua mente come una moneta che affonda sott’acqua: nascondere il corpo per un po’ e poi farlo sparire pezzo dopo pezzo. Ordina un nuovo materasso e ricopre di vernice le macchie di sangue presenti sul muro.
La scoperta dell’orrore. Esattamente dieci giorni dopo, le amiche di Silvia vanno in questura e denunciano la sua scomparsa. Le forze dell’ordine iniziano le indagini e arriva il giorno in cui entrano nella casa di Silvia e Giulio. È il 27 giugno del 2013. Lui non c’è. Dentro una stanza, chiusa a chiave, gli agenti trovano un freezer bloccato da un lucchetto. Lo aprono. Dentro c’è Silvia, in posizione fetale, avvolta da due sacchi neri e da un gelo che rappresenta l’orrore della sua fine.
La caccia all’uomo. Giulio ha organizzato tutto, anche la fuga. Fugge in Sardegna con la macchina di Silvia. La sua Yaris grigia viene trovata abbandonata. Dentro: attrezzi metallici, un trolley, del nastro adesivo e alcune foto della ragazza. La faccia di Giulio è su tutti i telegiornali: è ricercato, si muovono anche gli elicotteri. Per Caria la fuga è finita. La polizia lo scova nelle campagne vicino Padru. Lo arrestano, lui si dichiara innocente ma le prove parlano chiaro.
La forza delle donne. Giulio Caria viene condannato a trenta anni di carcere, per omicidio aggravato da stalking e crudeltà. In prigione diventa ingestibile. Devasta la cella, si taglia, ingerisce soda caustica tentando il suicidio, aggredisce guardie e infermieri.
Silvia ha perso i genitori troppo presto e le è quindi mancato il sostegno della famiglia, ha avuto delle vere amiche. Al suo funerale non c’è silenzio, solo una canzone: “Che cos’è l’Amor” di Vinicio Capossela, la canzone preferita di Silvia. La stessa domanda che Silvia si era sempre fatta.




