Loading

Giulio Caria, 34 anni, manovale con precedenti per stalking. La sua fidanzata viene ritrovata morta nel freezer di casa. Condannato a 30 anni confermati in appello, distrugge la cella e minaccia medici e agenti

Bologna, 8 Giugno 2013

image


Titoli & Articoli

Donna trovata morta nel congelatore (La Stampa – 29 giugno 2013)
La vittima, 39 anni, viveva a Bologna
È finita nella sua Sardegna, mentre si nascondeva dietro un cespuglio di macchia mediterranea, la fuga di Giulio Caria, 34 anni, compagno di Silvia Caramazza, la 39enne uccisa, messa in un congelatore e trovata dalla polizia giovedì nel proprio appartamento in viale Aldini, a Bologna. A carico dell’uomo, il Pm di Bologna Maria Gabriella Tavano aveva emesso un provvedimento di fermo per le ipotesi di omicidio volontario e occultamento di cadavere.
Il fermo è stato eseguito dai Carabinieri: Caria, originario di Berchidda, piccolo comune della provincia di Olbia-Tempio, è stato rintracciato in zona, nella campagne di Padru, altro piccolo comune adiacente. Alla sua individuazione le forze dell’ordine sono arrivate anche con la collaborazione della squadra Mobile di Sassari. Le indagini condotte dalla Mobile di Bologna, infatti, avevano permesso di capire che Caria si era rifugiato nella sua terra d’origine. E a Padru è stata notata la Yaris grigia che usava Silvia, con la quale Caria ha raggiunto l’isola. Il mezzo è stato trovato poco distante da dove poi l’uomo verso le 13 è stato fermato. Caria non ha opposto resistenza, ma ha mostrato meraviglia per il provvedimento di fermo.
Silvia Caramazza, ragazza della Bologna bene, figlia di un noto ginecologo (entrambi i genitori non ci sono più), sarebbe stata colpita da un corpo contundente alla fronte, dove c’era una ferita profonda, forse più di una volta. Poi il cadavere nascosto nel freezer. Il conferimento per l’autopsia è in programma martedì mattina.
La polizia l’altro ieri aveva sfondato la porta della casa di Viale Aldini dopo che amici e parenti si erano insospettiti. Da giorni non rispondeva al telefono. Arrivavano sms, ma i suoi messaggi sembravano, a chi le voleva bene, non scritti da lei. Però a mettere in allerta gli inquirenti era stato il fatto che il compagno aveva fornito due volte versioni lacunose e contraddittorie su dove fosse Silvia. E di lui (che ha precedenti di polizia per stalking ma non nei confronti di Silvia Caramazza) si erano perse le tracce da qualche giorno.
Nei racconti di Caria agli inquirenti c’erano state incongruenze. Il 19 giugno, quando un’amica di Silvia aveva denunciato la sua scomparsa, era stato contattato telefonicamente dalla polizia. Aveva sostenuto di essere a Catania con la donna. Ma, aveva aggiunto, lei non poteva rispondere al telefono. Aveva anche fornito l’indirizzo di dove alloggiavano, ma la polizia lì non ha trovato nessuno. Giorni dopo, il 25, l’uomo era stato sentito dalla polizia di Bologna. Questa volta aveva raccontato che aveva visto Silvia per l’ultima volta il 16 giugno, e che poi lei «era partita per la Grecia».
«Costui fino ad ora ha detto solo menzogne – ha commentato il fermo l’avvocato Fabio Pancaldi, che assiste i familiari di Silvia Caramazza – Non abbiamo ancora la prova processuale che abbia ucciso Silvia. Speriamo che quando sarà davanti al gip dirà la verità su quel che è successo». Proprio da quello che dirà Caria gli inquirenti sperano di ottenere una serie di dettagli sulla dinamica dei fatti e sul movente, che potrebbe essere legato all’intenzione di lei di troncare il rapporto.

Caria rimase una settimana in casa con il corpo di Silvia Caramazza (Corriere della Sera – 23 agosto 2013)
La ragazza era diventata sospettosa del fidanzato e registrava le loro conversazioni,
ora in mano alla Mobile
Il mondo dorato nel quale si era faticosamente inserito, le agiatezze impensabili per i suoi mezzi, il denaro che girava con stupefacente facilità. Un castello che si stava lentamente sgretolando e che è crollato definitivamente quando Silvia ha deciso di chiudere una relazione che le toglieva il respiro. È questo il movente del delitto di viale Aldini, economico e passionale al tempo stesso. Si è sentito in un vicolo cieco Giulio Caria, 34enne manovale sardo in carcere a Sassari dal 26 giugno con l’accusa di aver ucciso la fidanzata Silvia Caramazza, commercialista bolognese di 39 anni, e di aver poi nascosto il cadavere in un freezer in camera da letto.
LE INDAGINI – Un delitto commesso, secondo gli inquirenti che hanno incrociato indizi e riscontri, nella notte tra l’otto e il nove giugno, poco dopo il ritorno di Silvia da un viaggio a Pavia. Le indagini degli investigatori della sezione omicidi della squadra Mobile, coordinati dalla pm Maria Gabriella Tavano, hanno permesso di ricostruire il puzzle del delitto di viale Aldini. Di sicuro Silvia era ancora viva l’otto sera, quando all’ora di cena è stata vista uscire con Caria. Dal giorno dopo, invece, nessuno la vede o riesce a contattarla. C’è un altro particolare. I contatti tra Caria e il rivenditore del freezer, un mercatone di Idice, risalgono proprio all’otto. Il giorno seguente Caria avrebbe telefonato per la consegna dell’elettrodomestico, usato e non più in commercio, avvenuta il dieci. Caria si è presentato a suo nome ma ha chiesto che la fattura fosse intestata a un ex di Silvia, un tentativo maldestro di sviare le indagini.
LA CONSEGNA – Sono stati due fattorini tunisini a consegnarlo in viale Aldini, una circostanza riscontrata dai detective e irrobustita dalla testimonianza di un vicino che li avrebbe visti scaricare il freezer. Tempi e modalità dell’acquisto rappresentano un passaggio decisivo che potrebbe fare da spartiacque nell’eventuale aggravante della premeditazione. In base agli elementi emersi dalle indagini, gli investigatori si sono convinti che Caria sia rimasto in casa fino al 14 giugno, circostanza che ha sempre negato. Silvia, come detto, era morta da tempo. In quei giorni avrebbe tentato di cancellare le tracce di sangue sui muri con una vernice che poi ha versato anche sul materasso che fece ritirare. L’ultima ad avere avuto accesso alla camera da letto dove è stato commesso il delitto è stata la colf. «Stirami la camicia viola che vado a prendere il mio amore», le disse il 7. Successivamente la contattò e le comunicò che le avrebbe lasciato i soldi dal fioraio. Una stranezza che per gli inquirenti serviva a tenerla lontana da casa.
FACEBOOK – Dalle indagini telematiche sugli account di Silvia sarebbe poi emerso che il 10 il profilo facebook era stato cambiato. Per chi indaga era ormai Caria a gestirlo e a mantenerlo in vita. Sarebbe stato sempre lui a spedire una mail a nome di Silvia a un hotel in Sardegna per chiedere il preventivo del catering di un matrimonio che, sono convinti gli inquirenti, era solo nella sua testa. Silvia invece aveva detto basta. Da tempo si sentiva sottoposta a pressioni psicologiche e a vessazioni. Era sorvegliata, spiata e, forse, si era resa conto delle decine di migliaia di euro che, col pretesto dei lavori di ristrutturazione della casa di via Vallescura, uscivano dal suo conto. Preventivi che crescevano a vista d’occhio, pavimenti in buono stato improvvisamente da rifare. Era più di un sospetto, se è vero che a un certo punto Silvia aveva preso a registrare le discussioni sui soldi con Caria. Nastri che la badante del defunto padre ha poi consegnato alla Mobile. Denaro uscito a ritmi sostenuti dai conti di Silvia anche dopo il 16 giugno, quando risultano corposi prelievi effettuati col suo bancomat da Sestola, proprio dove il manovale sardo aveva affittato una casa. Silvia era già morta. (di Ginaluca Rotondi)

Caramazza: “Sulla scena del crimine un terzo DNA, un dente e una forchetta insanguinati” (Bologna Today – 26 settembre 2013)
La difesa ci svela particolari inediti, che potrebbero essere decisivi: “Il DNA di una terza persona e le impronte sulla chiave del freezer”. Caso tutto da rivedere?
Giulio Caria, l’ex compagno di Silvia Caramazza e unico sospettato per l’omicidio della donna (il cui corpo è stato poi rinvenuto in un freezer all’interno del suo appartamento di viale Aldini) è stato trasferito dal carcere di Sassari a quello di Bologna: l’uomo, di origini sarde ma bolognese di adozione, si troverebbe in condizioni di forte depressione e avrebbe persino tentato il suicidio, motivo per cui è stato posto in isolamento. Abbiamo parlato con il suo difensore, l’Avvocato Lupo, che ci ha chiarito alcuni punti e svelato nuovi oggetti di indagine scientifica: spunta infatti un dente insanguinato, una forchetta e una chiave con le impronte dell’assassino.
Quando è avvenuto il trasferimento a Bologna di Caria e in quale stato lo ha trovato? E’ stato trasferito alla Dozza sabato scorso dal carcere di Sassari. E’ in uno stato di forte depressione e pare abbia tentato il suicidio: per questo motivo continua a restare in una cella di isolamento e gli sono state tolte lenzuola e tutto ciò che si possa considerare pericoloso. Ha spesso delle crisi di pianto e continua a dichiararsi innocente, chiedendomi di approfondire le analisi degli elementi che potrebbero rivelare l’identità del vero assassino.
In Sardegna aveva l’appoggio dei famigliari mentre qui è solo? In realtà ha qualche familiare anche in zona, ma la cosa più importante è che qui a Bologna può contare sull’assistenza dello psicologo che aveva richiesto fin dall’inizio.
Come hanno reagito gli altri detenuti? Sanno di chi si tratta? Non ha avuto modo di essere visto nè di vedere altri detenuti: avverrà quando potrà godere dell’ora d’aria.
Come procedono le indagini? Ci sono elementi nuovi? La Scientifica sta proseguendo con gli accertamenti su tutti i reperti comparsi sul luogo del delitto. Per la difesa abbiamo assunto un investigatore scientifico che ha fatto ulteriori scoperte: attendiamo gli esami dattiloscopici sulla chiave che chiudeva il freezer e sulla quale contiamo di trovare impronte nuove. Poi è stata trovata una forchetta insanguinata e anche un dente insanguinato. Sono stati analizzati anche i sifoni del lavandino (nel caso sia stato buttato qualcosa) e sotto esame ci sono le unghie della povera Silvia, sotto le quali potrebbero esserci tracce utili.
Un dente? Si sa di chi è? Sì un dente, che era sul pavimento.
Un incisivo? Un molare? Se fosse stato un incisivo di Silvia si sarebbe notata la sua assenza? Non so di che tipo di dente si tratti.
Quindi qualche certezza in più? Sembra proprio che ci sia un terzo DNA nella camera da letto. Noi sospettiamo ci sia di mezzo un altro uomo e i risultati degli esami ci diranno chi è il killer.
Quando avremo i risultati? A breve. Questione di qualche settimana.

Uccise e nascose nel freezer la compagna, condanna a 30 anni (SkyTg24 – 20 settembre 2014)
Giulio Caria, 35 anni, era stato arrestato in Sardegna due giorni dopo il ritrovamento del cadavere della fidanzata Silvia Caramazza, nella casa di lei a Bologna. La Procura: “Sentenza che spazza via tutte le insopportabili bugie dette dall’imputato
Trenta anni per aver ucciso la sua compagna nascondendola poi in un freezer a pozzetto in casa. E’ questa la condanna inflitta, con rito abbreviato, a Giulio Caria, 35enne sardo di Berchidda che a Bologna aveva una relazione con Silvia Caramazza, 39enne, bolognese. Una relazione che, per l’accusa, era in realtà punteggiata di molestie, vessazioni, intrusioni nella vita della donna, controlli ossessivi: in una parola, stalking.
Il gup Gianluca Petragnani Gelosi è rimasto in camera di consiglio per circa quattro ore, la richiesta iniziale del pm Maria Gabriella Tavano era stata ergastolo. La lite, al culmine della quale Silvia è stata uccisa, massacrata con un corpo contundente, sarebbe nata per gli inquirenti dalla decisione della donna di rompere quella relazione diventata difficile. Gli atti giudiziari raccontano la storia di una ragazza fragile. Curata da anni per un disagio che sia era, giocoforza, approfondito dopo la morte della madre e di un padre molto amati, e un matrimonio finito. Una giovane donna che piano piano si era isolata dagli altri familiari, che avevano anche cercato di starle vicino, e metterla in guardia da quella relazione, che ai parenti non sembrava disinteressata da parte dell’uomo. Un tentativo di metterla in avviso che aveva avuto però solo l’effetto di raffreddare i rapporti tra familiari.
Cosi’ quando tra la tarda serata dell’8 e il 9 giugno 2013 Silvia fu uccisa nel suo appartamento, era di fatto sola. Al punto che solo dopo alcuni giorni parenti e amici denunciarono la sua scomparsa. Non li tranquillizzavano infatti gli strani sms che arrivavano dal suo telefono. Non era il suo tono, non era il suo linguaggio. C’erano errori di grammatica che Silvia non avrebbe fatto. Dopo alcuni giorni di ricerche, la sera del 27 giugno, la squadra mobile della polizia entrò in casa. C’era un congelatore a pozzetto. Aprendolo, la macabra scoperta: dentro sacchi del pattume il corpo congelato di Silvia. Lui, Giulio Caria, diventò subito un ricercato. Fu arrestato due giorni dopo nella sua Sardegna. Negò, fin da subito, come ancora fa oggi, ogni addebito. La sentenza, per la procura, “spazza via tutte le insopportabili bugie dette dall’imputato”.
Le indagini successive avrebbero poi messo in luce quello che i parenti sospettavano: dai conti di Silvia erano spariti 104.000 euro per far ristrutturare a Caria due bagni. Per le ‘spese di casa’ verso il conto del ragazzo in un anno e mezzo erano transitati 125.000 euro. Sulle buste in cui era stato infilato il corpo di Silvia c’erano le impronte di Giulio, come anche sul freezer. La squadra Mobile rintracciò poi un venditore che riconobbe in Caria l’uomo che aveva scambiato un materasso sporco del sangue di Silvia con quello nuovo trovato nella camera della ragazza. Fu rintracciato anche il commerciante che gli consegnò tra il 9 e il 10 giugno il congelatore.
Oggi in aula la difesa ha annunciato appello sul fatto che ci sia stato stalking. Ma oggi idealmente al fianco di Silvia in aula, oltre ai suoi parenti, c’erano anche l’Udi, l’Unione delle donne italiane, e soprattutto c’era il Comune di Bologna, che per la prima volta ha deciso di essere parte civile in un caso di ‘femminicidio’. La provvisionale ottenuta sarà devoluta al sostegno di politiche contro la violenza di genere. “La lotta contro la violenza alle donne è la lotta di tutta la nostra città”, ha detto il sindaco Virginio Merola.

Sardo, già condannato a 30 anni, di nuovo a processo (Alghero Eco – 22 marzo 2015)
Il muratore 36enne Giulio Caria affronta un secondo processo con l’accusa di aver installato furtivamente una telecamera nel bagno di due studentesse allorquando nel 2011 gli era stato commissionato un intervento per riparazioni all’impianto idraulico.
Il muratore sardo Giulio Caria, 36enne, era già stato condannato a 30 anni di carcere in primo grado per aver ucciso nel 2013 la compagna Silvia Caramazza e averne nascosto il corpo nel freezer di un appartamento a Bologna. Ora si ritrova nuovamente nei guai perché imputato in un ulteriore processo con l’accusa di aver installato furtivamente una telecamera nel bagno di due studentesse allorquando nel 2011 gli era stato commissionato un intervento nell’appartamento per riparazioni all’impianto idraulico. In questo nuovo processo dovrà rispondere assieme ad un aiutante di intromissioni illecite nella vita privata dei residenti nell’appartamento.


Uccisa nel freezer, confermati a trent’anni (Ansa – 30 marzo 2016)
La Corte di assise di appello di Bologna, presieduta dal giudice Pierleone Fochessati, ha confermato la condanna inflitta dal Gup a Giulio Caria, muratore sardo di 37 anni a processo per l’omicidio aggravato della compagna convivente Silvia Caramazza. Il corpo della commercialista fu trovato in un congelatore nell’appartamento di viale Aldini dove la coppia viveva, il 25 giugno 2013. La donna era stata uccisa tra l’8 e il 9, con più colpi di un oggetto contundente. Caria fu fermato in Sardegna, due giorni dopo la scoperta del cadavere. In carcere a Pesaro, non ha presenziato al giudizio di secondo grado dove era assistito da un difensore d’ufficio, Monica Varricchio.

Caria ricoverato in ospedale. “Ho bevuto acido” (il Resto del Carlino – 8 aprile 2016)
L’allarme del sardo condannato per l’omicidio di Silvia Caramazza e detenuto a Pesaro Sottoposto ad analisi, non ha nessun sintomo ed è controllato a vista da due agenti
Dice di aver bevuto detersivo o forse acido nella sua cella del carcere di Pesaro. Come sia accaduto non si sa. Quel che è certo è che Giulio Caria – 37enne di origini sarde e condannato anche in appello a 30 anni per aver ucciso la fidanzata Silvia Caramazza prima di nasconderla in un freezer – è ricoverato dall’altra sera nell’ospedale di Pesaro. Non avrebbe particolari problemi sanitari, anche se i medici lo hanno sottoposto a gastroscopia. Due agenti della penitenziaria stanno presidiando la stanza (con inferriate alle finestre) in cui è stato rinchiuso.
C’è il sospetto, infatti, che Caria abbia inscenato un tentato suicidio per ottenere il trasferimento in qualche struttura meno afflittiva del carcere, ma per sgombrare il campo da ogni equivoco, i medici dell’azienda ospedaliera Marche nord hanno sottoposto l’uomo ad una serie di terapie per arginare gli effetti deleteri che può provocare una soda caustica o un detersivo, se ingerito.
Caria è stato condannato il 30 marzo dalla Corte d’Assise d’appello a 30 anni per l’omicidio, nel giugno del 2013, della convivente che voleva lasciarlo. Dopo averla uccisa colpendola al cranio, presumibilmente con un attizzatoio (ma l’arma del delitto non fu mai trovata), nascose la salma in un congelatore a pozzetto, dove fu rinvenuta dagli inquirenti il 27 giugno 2013 mentre l’omicida si era rifugiato in Sardegna. Dopo lacondanna d’appello, dove era difeso da un legale d’ufficio al termine di un ‘balletto’ di nomine e contronomine di difensori di fiducia, subito dopo Caria è tornato ad affidare l’incarico a Savino Lupo, suo difensore nel processo di primo grado. Lupo, che attende le motivazioni, ha già fatto sapere di voler predisporre con il suo staff il ricorso in Cassazione.
«Ci troviamo di fronte ad un omicidio che mediaticamente e sotto certi aspetti anche giustamente ha avuto un risalto molto negativo – ha commentato nei giorni scorsi l’avvocato Lupo –. Dal punto di vista umano c’è massima comprensione e massimo rispetto. Io faccio il penalista e mi limito a guardare se il diritto viene applicato». Nel merito del processo Lupo ha spiegato di non essere «assolutamente d’accordo sulla sussistenza delle aggravanti di stalking e di aver agito con crudeltà, e ritengo di poterne motivare giuridicamente l’infondatezza».

Delitto del freezer, nuovo processo per Caria (il Resto del Carlino – 8 giugno 2018)
E’ imputato per aver piazzato ‘cimici’ e aver spiato la compagna
L’ha uccisa e poi nascosta nel congelatore prima di cercare di sfuggire alla giustizia, invano. E ora Giulio Caria, condannato in via definitiva a 30 anni per aver ammazzato la fidanzata Silvia Caramazza nel giugno 2013, è di nuovo protagonista in tribunale. Di nuovo sul banco degli imputati. E per uno strano caso del destino, è stata proprio Silvia, senza immaginarlo, a spedirci il suo assassino, pochi giorni prima di essere uccisa. Ieri, infatti, è cominciato il processo che vede Caria accusato di aver installato ‘cimici’ e aver così spiato la compagna (il reato è cognizione di conversazioni altrui). A far partire il procedimento sono state proprio alcune denunce contro ignoti della Caramazza, commercialista 39enne, nel maggio 2013, pochi giorni prima di morire.
Il 24 maggio di quell’anno, accompagnata da Caria, si era presentata ai carabinieri di viale Panzacchi raccontando che il 16, mentre era in camera da letto, la sua attenzione era stata attirata dal tappo del contatore dell’acqua, sotto il termosifone. Svitandolo, aveva trovato nella scatola del contatore un apparecchio, uno strumento idoneo a captare le conversazioni. Silvia aveva subito avvisato Caria, il quale aveva fatto esaminare il congegno a un investigatore privato da cui era arrivato un responso netto: «È una microspia, con la batteria della durata di due anni e una sim card con i codici parzialmente abrasi». Lo strumento fu subito consegnato ai carabinieri che cercarono di approfondire meglio i contorni della vita di quella donna che si rivolgeva per la prima volta a loro. Lei non sapeva indicare chi avesse potuto piazzare quelle microspie e del compagno disse «è geloso, ma tende a controllarsi. Come persona è molto curiosa riguardo i miei fatti personali però allo stesso tempo mi concede molta libertà». In realtà, è emerso nel processo sul delitto, Caria era tutt’altro. Silvia con le amiche si era sfogata e confidata, dicendo che la soffocava e che voleva lasciarlo. Ma non ne ha avuto il tempo. (di Cristina Degliesposti)


Link


In memoria di

L’assassino distrugge anche la cella: condannato (il Resto del Carlino – 21 giugno 2017)
Ammazzò la compagna e la nascose in freezer. Ora fa danni al carcere di Villa Fastiggi.
Ha devastato la cella e spaccato oggetti, ridotto a pezzi il lavandino con i cui cocci si è fatto tagli su gambe e braccia. Atti di autolesionismo culminati in un tentativo di suicidio con l’ingerimento di soda caustica. Ma quella furia cieca non la sfogava solo contro di sé. Ce ne aveva per tutti. Agenti della polizia penitenziaria e medici dell’ospedale, bersagli delle sue continue minacce e insulti. L’Attila di Villa Fastiggi è Giulio Caria, 37enne muratore sardo, conosciuto anche per il «delitto del freezer» per il quale stava scontando la pena a 30 anni di reclusione. Caria è accusato dell’omicidio della convivente, Silvia Caramazza, una commercialista di 39 anni, e di aver nascosto il cadavere in un congelatore a pozzetto nella loro casa a Bologna. E ieri il Tribunale di Pesaro ha aggiunto una nuova condanna al suo casellario giudiziale. Un anno di reclusione è la pena che il giudice Elisabetta Morosini ha inflitto a Caria per violenza a pubblico ufficiale e danneggiamento aggravato. Il pm Valeria Cigliola aveva chiesto 2 anni.
Il sardo era stato trasferito nel carcere di Villa Fastiggi a Pesaro nel 2016, mentre era in attesa del processo d’appello per il delitto della convivente, uccisa a Bologna l’8 giugno del 2013 con un corpo contundente, mai ritrovato. Il 37enne cercò di sbarazzarsi del cadavere della donna nascondendolo nel congelatore. A marzo 2016 l’appello conferma i 30 anni. E qualche giorno dopo, Caria comincia a dare in escandescenze. In appena 5 giorni, dal 2 al 7 aprile, mette a soqquadro la cella, finge il suicidio e, oltre agli agenti, minaccia anche i medici dell’ospedale di Pesaro dove viene ricoverato. Scatta la denuncia e poi il processo. Fino alla sentenza di ieri. Che si aggiunge a quella di 30 anni appena diventata definitiva con la pronuncia della Cassazione.