Gianluca Lotti, 24 anni. Massacra con un bastone, una spranga e una trivella la fidanzata. Condannato a 16 anni perchè gli viene riconosciuta una seminfermità mentale, uccide a colpi di ascia il compagno di stanza in casa famiglia
Montecatini (Pistoia), 20 Settembre 1998
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In memoria di
“Mi dava noia” e uccide con l’ascia il compagno di stanza (la Repubblica – 17 gennaio 2014)
E’ accaduto in una casa famiglia in provincia di Pistoia. Gianluca Lotti, nel 1998 aveva ucciso con un bastone e una trivella la fidanzata ventenne. Avrebbe dovuto scontare 24 anni di carcere, gli fu riconosciuta la seminfermità mentale. La vittima colpita da 15 fendenti
“Mi dava noia, non spegneva mai la luce, non faceva le pulizie” così ha detto Gianluca Lotti, 38 anni, ai poliziotti dopo aver assassinato a colpi di ascia il suo compagno di stanza. Lotti aveva già ucciso a bastonate nel 1998 la fidanzata, una ragazza di vent’anni che festeggiava il compleanno con un gruppo di amici in pizzeria. Era stato condannato e poi i magistrati gli avevano riconosciuto l’infermità mentale. Dopo 6 anni trascorsi nel carcere di Prato e 8 nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino, nello scorso ottobre Lotti aveva ottenuto la libertà vigilata dal tribunale di sorveglianza che lo aveva assegnato alla struttura di recupero “Un popolo in cammino” di Massa e Cozzile. Si tratta, come hanno spiegato gli inquirenti, di una “struttura adibita a chi ha disturbi di lieve entità”. Ma lì è tornato ad uccidere.
Ha aspettato che il compagno di camera andasse a letto dopo aver visto la televisione. Aveva già in testa cosa fare, infatti nel pomeriggio di ieri era andato nel capanno degli attrezzi (aveva libero accesso perché il recupero prevedeva lavori di giardinaggio) e ha preso un’ascia con una lama di 20 centimetri. Ha aspettato che il compagno si addormentasse, intorno alle 20 tutti gli ospiti della struttura vanno a dormire (sono 4 persone in due stanze). Lotti aspetta un paio d’ore prima di agire. Poi entra in camera e cin un colpo d’ascia colpisce Massimo Tarabori, 54 anni alla trachea. Il ferito fa in tempo appena a lanciare un rantolo e gli arriva un secondo colpo. Poi Lotti indossa dei guanti di lattice e con questi impugna di nuovo l’ascia e fa partire ben quindici fendenti. Una furia disumana.
Lascia il compagno di stanza morto, in un lago di sangue. Schizzi ovunque: sulle pareti, sui letti, sui vestiti. A questo punto l’uomo va nella stanza vicino dove nessuno si è accorto di nulla, sveglia uno degli altri ospiti della struttura e gli dice: “Vieni a vedere cosa ho fatto”. Quello si alza e va nella stanza accanto vede il cadavere sfigurato, le dita mozzate a terra e gli dice: “L’hai ammazzato”. E lui: “Sì, sì l’ho fatto”. Poi chiede di aspettare a chiamare la polizia: “Ci penso io, prima però mi lavo, mi faccio la barba e mi vesto”. L’omicidio secondo una prima ricostruzione fatta dalla polizia di Pistoia è avvenuto intorno alle 22,40 la chiamata al 113 è delle 23,30 da parte dello stesso killer.
Il pm che si occupa del caso è Luigi Boccia che ha già disposto l’autopsia. Lotti è invece in arresto per omicidio premeditato e aggravato. Fin dal suo arrivo nella casa famiglia nel pistoiese tra Lotti e Tarabori erano sorti dissapori, poi sempre più frequenti. I motivi, ha raccontato l’omicida al pm di turno Luigi Boccia, erano sempre futili: l’accensione o lo spegnimento della luce, la regolazione del riscaldamento, la pulizia della cucina, il riordino della stanza. Fino al raptus della scorsa notte.
Quindici anni fa, nel 1998, Lotti aveva ucciso la fidanzata a Pistoia. Si chiamava Silvia Gianni, aveva 20 anni, venne colpita con un bastone e finita con una trivella: “Non so cosa mi è capitato, l’ho lasciata per terra e sono andato via” raccontò ai carabinieri che l’avevano rintracciato. La ragazza era uscita dalla casa in cui viveva con i genitori dicendo che andava con gli amici a festeggiare il suo compleanno in pizzeria. Non tornò più, venne trovata sul selciato a lato di una strada da un uomo che portava a spasso il cane Era sfigurata dalle bastonate. In primo grado a Lotti fu riconosciuta la seminfermità mentale e venne condannato a 24 anni di carcere.
(di Laura Montanari e Massimo Mugnaini)
Offrì anche il caffè ai genitori della ragazza che aveva ucciso (il Tirreno – 18 gennaio 2014)
Nel settembre 1998 il primo terribile delitto di Gianluca Lotti: la fidanzata Silvia Gianni venne massacrata a colpi di bastone sul sentiero dove i due si erano appartati
Il mattino dopo aver massacrato la sua ragazza, accolse in casa i genitori di lei, stravolti e preoccupatissimi perché non l’avevano vista tornare a casa e li rassicurò che si sarebbe presto fatta viva. Offrì loro persino un caffè. Solo il giorno successivo, davanti al magistrato, e dopo alcune ore di interrogatorio, ammise di aver selvaggiamente ucciso Silvia, che proprio quella terribile domenica avrebbe compiuto 21 anni. Una freddezza agghiacciante quella che dimostrò, allora, Gianluca Lotti. Era il 20 settembre 1998. A rileggerle oggi, le pagine di quell’efferato delitto, è impossibile non provare un brivido, pensando al massacro del povero Massimo Tarabori nella casa famiglia di Massa e Cozzile.
La vittima di quella domenica di settembre di quindici anni fa si chiamava invece Silvia Gianni, proprio il 20 avrebbe compiuto 21 anni. Lavorava come centralinista in una associazione per l’assistenza agli invalidi: piccola, mora, con la zazzera fin quasi sugli occhi. Quella sera aveva deciso di festeggiare il compleanno con gli amici in pizzeria. Naturalmente c’era anche lui, il suo Gianluca, il ragazzo con il quale stava insieme da sette mesi . Negli ultimi giorni – ricordarono poi gli amici – la coppia sembrava addirittura più unita del solito: Silvia era felice perché Gianluca aveva finalmente trovato un lavoro, da carrozziere. Insieme facevano progetti, parlavano di andare a vivere insieme. Le solite cose di tante coppie di innamorati.
La serata volò via tranquilla fin dopo le 23, quando il gruppo di amici si sciolse. Silvia, però, non fa ritorno a casa. E per i genitori è una notte di angoscia, attraversata da mille pensieri atroci. La mattina babbo e mamma si recano a casa di Gianluca, per chiedergli notizie. Lui, gelido, gli spiega di non preoccuparsi, che Silvia tornerà presto. È stato lui stesso ad accompagnarla vicino casa la sera prima. Si era fermato un po’ distante, come faceva sempre, perché sapeva che i genitori di lei non vedevano di buon occhio la loro relazione.
Poche ore dopo il cadavere di una ragazza coperto di sangue verrà trovato nello stradello vicino a via della Quiete, in un angolo appartato del quartiere delle Casermette, accanto ad un campo di granturco. Il corpo è quello di Silvia Gianni, toccherà allo zio il terribile compito dell’identificazione. Le indagini puntano immediatamente su Gianluca Lotti, che viene fermato: e dopo un paio d’ore, ammette il delitto.
Dopo aver lasciato gli amici, i due si erano diretti in quello stradello appartato. Una volta giunti lì, qualcosa era scoppiato nella testa di Gianluca, che aggredì con violenza selvaggia la ragazza, sbattendole la testa contro un albero e poi prendendola a bastonate. Poi, mentre lei era a terra agonizzante in una pozza di sangue, si allontanò per cercare un oggetto con cui finirla. Gianluca trovò una trivella metallica, di quelle per scavare i fori nel terreno: tornò e con quello strumento concluse il suo terribile lavoro.
Un omicidio agghiacciante, quello che Lotti confessò ai carabinieri e al magistrato che lo interrogava. Molti dei loro amici, sconvolti per la terribile fine di Silvia, si ricordarono però che quel ragazzo aveva grossi problemi psichici. Qualche mese prima aveva tentato di suicidarsi gettandosi dal terrazzo di casa, ma un albero aveva attutito la caduta e lui se l’era cavata con una gamba rotta. «Appena tornato a camminare – raccontò un amico – mi disse semplicemente “sai, ho ho fatto il voletto…”. Adesso ha fatto questa cosa terribile. Sono sconvolto, ma non più di tanto».
Massacrò il compagno di stanza, la perizia: “Insensibile e privo di rimorsi, ma lucido” (Quotidiano Nazionale – 9 gennaio 2015)
Un anno fa, nella notte fra il 16 e il 17 gennaio, nella casa famiglia dove entrambi vivevano, Gianluca Lotti, 39 anni, di Pistoia, uccise a colpi d’accetta Massimo Tarabori
Quasi un anno fa, nella notte fra il 16 e il 17 gennaio, nella casa famiglia dove entrambi vivevano, Gianluca Lotti, 39 anni, di Pistoia, uccise a colpi d’accetta, mentre dormiva, il suo compagno di stanza, Massimo Tarabori, 55 anni, di Pescia. Entrambi si trovavano nella casa della comunità evangelica “Un popolo in cammino” che ospitava, quale associazione onlus, persone con problemi psichiatrici. Gianluca Lotti, sedici anni prima, aveva massacrato a sprangate la sua fidanzatina, Silvia Gianni. Per il secondo, spaventoso, delitto compiuto da Gianluca Lotti, al termine delle indagini e dopo una perizia psichiatrica stilata dal professor Rolando Paterniti che attesta la sua seminfermità mentale e la sua pericolosità sociale, il pubblico ministero Luigi Boccia ha chiesto per lui il processo immediato cautelare.
C’è l’udienza fissata per il 24 febbraio, alle 9.30, davanti alla prima sezione della Corte d’Assise, in aula bunker, a Firenze. Ma Lotti non ci andrà, perché il legale che lo assiste da sempre, l’avvocato Cecilia Turco del foro di Pistoia, presenterà, oggi, la richiesta di rito abbreviato che Lotti, ritenuto dal perito in grado, nonostante la gravità del suo quadro psicopatologico, di comprendere la vicenda giudiziaria che lo riguarda, ha firmato ieri. Lotti è in carcere, a Prato. Vuole espiare la sua pena, se possibile lavorando. Ha espresso anche il desiderio di essere trasferito a Volterra, o a Porto Azzurro.
Incapace, come ha rilevato il professor Paterniti, di una “autentica partecipazione”, “distaccato emotivamente, centrato su stesso, insensibile e privo di rimorsi, privo di empatia”, nella sua freddezza e nel suo distacco emotivo non ha mai perso, in questa seconda, terribile tragedia, la sua lucidità. Con lucidità ha premeditato, e lo ha detto e ribadito nella sua confessione al magistrato e al giudice, di uccidere il suo compagno di stanza “perché non collaborava, non faceva le pulizie, non rigovernava i piatti”. Non lo sopportava più.
Il pomeriggio del 16 gennaio prese un accetta che, in casa famiglia, veniva utilizzata per tagliare la legna. Se la nascose sotto la giacca e la portò in camera. Quando tutti furono a letto e quando Massimo si fu addormentato lo colpì più volte, senza scampo. Tarabori provò a difendersi con una mano, la lama gli amputò due dita. Dopo la mattanza Lotti avvisò un altro ospite della casa famiglia e gli disse di chiamare la polizia. Si fece la doccia e preparò la borsa per andare in carcere.
Dopo aver ucciso Silvia Gianni, il 19 settembre del 1998, Lotti fu prima rinchiuso nel carcere di Prato e poi trasferito nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino, dopo episodi di aggressevità sia verso se stesso che verso gli altri. Fu assegnato, in emergenza, all’Opg nel 2004. Gli fu diagnosticata una psicosi maniacale in disturbo schizoide di personalità. Fu dimesso nell’ottobre 2012 e affidato alla comunità terapeutica Le Querce di Firenze. Un anno dopo fu inserito nella casa famiglia di Massa e Cozzile, nell’ambito di un progetto riabilitativo elaborato dall’Unità funzionale di salute mentale di Pistoia. (di Lucia Agati)
Uccise il compagno a colpi di accetta. Pena ridotta a 16 anni per Lotti (La Nazione – 24 giugno 2016)
L’uomo negli anni 90 uccise anche la sua fidanzatina. Riconosciuta la seminfermità mentale
Massacrò con dodici colpi di accetta, tutti mortali, il suo compagno di stanza, nella casa famiglia di Massa e Cozzile, l’ultima residenza che lo aveva accolto dopo il primo atroce delitto. Era la notte tra il 16 e il 17 gennaio 2014 e Gianluca Lotti, 40 anni pistoiese, era tornato ad uccidere, esattamente 16 anni dopo l’omicidio della fidanzatina, Silvia Gianni, ammazzata con una spranga, il 19 settembre del 1998 a Pistoia, la sera del suo ventunesimo compleanno. Sotto i suoi fendenti era finito Massimo Tarabori, 53 anni di Pescia, anche lui ospite della casa famiglia, colpevole, secondo Lotti, di essere un convivente disordinato, che non rispondeva alla sua mania di igiene e che troppo spesso gli accendeva la luce di notte, come aveva spiegato lo stesso omicida al magistrato che lo interrogò, Luigi Boccia.
Dopo i primi colpi, aveva indossato i guanti di lattice, per non rischiare di contrarre malattie, e poi aveva concluso la sua opera. Finita la mattanza, aveva avvisato un altro ospite dicendogli di chiamare la polizia e si era preparato all’arrivo degli agenti, facendosi una doccia. Per questo secondo, terribile omicidio, Gianluca Lotti era stato condannato un anno fa dal giudice per le udienze preliminari Roberto Tredici a trent’anni di reclusione. Si era partiti dall’ergastolo, considerando la riduzione di un terzo per la scelta del rito abbreviato. A Lotti erano state riconosciute le aggravanti: la recidiva, reiterata e specifica, l’essersi approfittato del rapporto di coabitazione con la vittima, la premeditazione e i futili motivi. Aspetti che erano stati ritenuti prevalenti sull’attenuante della seminfermità mentale. Ieri i giudici della Corte d’Assise di Appello di Firenze, dopo oltre un’ora di camera di consiglio, hanno ridotto la pena a 16 anni. La famiglia di Massimo Tarabori non si è costituita parte civile. «I giudici della Corte d’Assise di Appello di Firenze, due togati e sei popolari, hanno accolto la tesi difensiva – spiega l’avvocato difensore, Cecilia Turco – A Lotti è stata riconosciuta la seminfermità mentale, un aspetto che annulla di fatto sia la premeditazione che i futili motivi. Al contrario, i futili motivi come causa scatenante dell’omicidio e la premeditazione sono proprio aspetti della stessa malattia mentale di cui è affetto. Una malattia per la quale Lotti non potrà mai smettere di essere curato, nella struttura carceraria nella quale si trova ora, a Prato, e così per sempre». (di Martina La Vacca)
