Pashko Gjelaj, 54 anni, disoccupato, padre. Dopo anni di maltrattamenti, uccide la moglie a coltellate e colpi di pietra. Ritenuto semi-infermo di mente e condannato a 14 anni di carcere, dopo 12 è fuori e chiede una seconda possibilità
Moniego di Noale (Venezia), 27 Marzo 2012
Titoli & Articoli
Albanese uccisa nel Veneziano, il marito l’ha finita con la pietra (Corriere del Veneto – 27 marzo 2012)
La donna sarebbe stata uccisa con più sassate alla testa. Il movente sarebbe l’immotivata gelosia
Ha colpito la moglie, forse in preda a una immotivata gelosia, con un coltello al torace e alla schiena poi ha raccolto una grossa pietra e le ha sfondato la testa, forse appoggiandosi a lei quando era già a terra: sono le accuse che hanno portato in carcere Pashko Gjelaj, 54 anni, albanese, per l’omicidio di Hane Gjelaj, 46, avvenuto nella tarda serata di lunedì in una strada di Noale (Venezia), cittadina dove la coppia abitava.
L’arresto è avvenuto dopo un lungo interrogatorio nella notte all’interno della caserma dei carabinieri, nel corso del quale però l’uomo, che era stato fermato poco dopo l’omicidio, non avrebbe fatto alcuna ammissione. Una serie di testimonianze e le tracce di sangue sui vestiti, oltre al coltello usato per colpire la donna, hanno però portato all’emissione del provvedimento. Secondo quanto ricostruito dai carabinieri, l’albanese, disoccupato, ha atteso in strada lunedì sera il rientro della moglie dalla casa di riposo dove lavorava come inserviente. tra i due è scoppiato un violento litigio e a un certo punto è avvenuta l’aggressione mortale. A scatenare la follia omicida dell’uomo, sempre secondo una prima ricostruzione, una immotivata gelosia, forse all’origine anche delle difficoltà che da parecchio tempo segnavano il rapporto tra i due coniugi. (Ansa)
L’agguato, i fendenti e una pietra per finirla (il Mattino di Padova – 28 marzo 2012)
Sequenza choc: cinque coltellate a schiena e addome, poi un colpo alla testa: così Pashko Gjelaj, 54 anni, ha ammazzato per la strada la moglie Hane di 46
Cinque coltellate all’addome e alla schiena e poi le ha sfondato la testa con una grossa pietra raccolta sul marciapiede. Erano le 21.20 di lunedì e su un marciapiede di Moniego, piccola frazione di Noale, finiva la vita di Hane Gjelaj, 46 anni, albanese, madre di tre figli e da dieci anni in Italia. Ma è finita anche la vita del suo assassino, il marito Pashko Gjelaj, 54 anni, disoccupato da tre anni.
È in galera con un’accusa da ergastolo: omicidio volontario, con l’aggravante dei futili motivi e del legame di parentela. Ma una condanna, ancora più pesante di quella che rischia in tribunale, è quella dei figli per i quali è morto. Ma se per la madre ci sono le lacrime per lui c’è l’odio.
La donna da almeno tre anni era l’unica fonte di reddito della famiglia di albanesi, che da tempo vive in via Moniego Centro, a qualche centinaio di metri da dove è avvenuto l’omicidio. Lavorava come operatrice socio-sanitaria in Casa di Riposo, mentre il marito, perso il lavoro come manovale edile, viveva sulle sue spalle. Lei riusciva a mantenerlo, ha consentito ai due figli maggiori di terminare le scuole e alla più piccola di continuare a studiare.
Ma nella mente dell’uomo ad un certo punto si è insinuato il tarlo della gelosia, la convinzione che la moglie avesse un amante. Nulla di più immotivato. Hane in realtà si faceva in quattro per i figli e anche per lui nonostante negli ultimi anni il rapporto con il marito si fosse incrinato. Praticamente i due vivevano separati in casa. L’unica cosa che il 54enne le garantiva erano i maltrattamenti. Anche se lei mai ha denunciato qualche cosa ai carabinieri o ai servizi sociali del Comune. Mai una richiesta di aiuto ufficiale, anche se più di una persona in paese sapeva che il clima in quella famiglia non era idilliaco. Lunedì sera Hane alle 21 ha terminato il suo turno alla Casa di Riposo. Uscita, prende la bicicletta e si dirige verso casa. Prima di uscire dall’abitazione litiga col marito, l’ennesimo litigio. E forse pensa a questo mentre pedala verso casa. Tempo venti minuti e la donna è a poche centinaia di metri dall’abitazione. Secondo la ricostruzione fatta dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Mestre e della stazione di Noale, all’altezza del civico 74 di via Moniego Centro, è stata affiancata dal marito pure lui in bicicletta.
L’uomo è alterato, qualcuno sente i due gridare. L’uomo, infatti, l’ha fatta cadere sull’asfalto. Poi sceso dalla bicicletta le sferra alcune coltellate all’addome, una anche all’altezza del cuore. Per colpirla usa un coltello a serramanico con una lama da otto centimetri. La donna grida, ha ancora la forza di reagire, scappa. Lui la rincorre e la colpisce ancora alla schiena con il coltello. La ributta a terra. Le sale sopra a carponi, immobilizzandola. Non contento di averla accoltellata diverse volte – il medico legale conterà almeno cinque ferite – prende una grossa pietra che trova sul marciapiede e le fracassa la testa. Almeno due colpi inferti con tutta la forza che aveva in corpo.
Qualcuno assiste a questa ultima parte dell’assassinio. Tra questi anche alcuni clienti del bar che si trova a poche decine di metri dal luogo del massacro. Vengono chiamati i carabinieri e il 118. Il marito assassino nel frattempo si è alzato e scappa in bicicletta. Mentre in pochi minuti arrivano carabinieri e sanitari del Suem e trovano il corpo della donna in una pozza di sangue e poco distante la pietra e il coltello usati per colpirla e più in là la bicicletta, l’uomo viene trovato dai militari della stazione di Noale mentre girovaga davanti alla loro stazione. Lo fermano, ha le mani e i vestiti sporchi di sangue. Lo portano in caserma mentre il medico del Suem constata ufficialmente la morte di Hane. Interrogato dal pm e dai carabinieri, alla presenza dell’avvocato, l’uomo fa scena muta. Alla fine viene arrestato per omicidio volontario. Portato in carcere a Santa Maria Maggiore, si trova in attesa dell’interrogatorio di garanzia ancora prigioniero dei suoi fantasmi. (di Carlo Mion)
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In memoria di
Padova. Sconta 12 anni di carcere, esce disperato. “Sono finito” (Il Mattino di Padova – 15 giugno 2024)
Ex detenuto ha iniziato uno sciopero della fame e della sete: “Non ho casa, non ho un lavoro, non ho più nessuno”. Nel 2012 a Noale uccise la moglie a coltellate. Ha commesso un terribile delitto, ha ucciso la sua compagna, ma ha ammesso le sue colpe e pagato il conto con la Giustizia. E adesso? “E adesso, dopo 12 anni in prigione, non riesco più a riprendere in mano la mia vita. Sono un uomo finito”. Incontriamo quest’uomo smilzo sotto i portici di Palazzo Moroni, lo sguardo spento e le mani tremanti. E ai suoi piedi un cartello con cui informa che fa lo sciopero della fame e della sete.
“Mi chiamo Pashko Gjelaj”, ci racconta quando ci sediamo accanto a lui, “ho 66 anni, vengo dall’Albania e negli ultimi 12 anni sono stato al Due Palazzi per omicidio”. Il suo passato da galeotto non è un segreto – Su una delle borse che tiene strette a sé e che di notte usa come materassi, ha scritto di suo pugno queste parole: “Ex detenuto, sciopero della fame e sete”. Perché dopo essere uscito dal carcere il mese scorso, si è ritrovato in strada, senza nessuno – sostiene – a cui chiedere una mano. Dalla famiglia, chiediamo, non l’aiuta nessuno? “Hanno giurato sulla Bibbia che mi avrebbero disconosciuto e non mi avrebbero mai più rivolto la parola. Perché ho ucciso mia moglie”. Ha gli occhi lucidi. Si schiarisce la voce e prosegue: “L’unico modo per evitare una faida tra famiglie era che io non ne avessi più una. Per mio padre e i miei fratelli non esisto più”.
I fatti risalgono al marzo 2012 – È notte, e in centro a Noale avviene un efferato omicidio. Per gelosia – dirà la Corte d’Assise d’appello – Pashko uccide la moglie in strada con cinque coltellate, quindi la colpisce alla testa con un sasso. La donna, Hana, 46 anni, muore dissanguata in strada. L’uomo ammette di avere perso il controllo e viene condannato a 14 anni di carcere anche per effetto di una perizia che lo valuta semi-infermo mentale. “Per quei 30 secondi in cui ho perso me stesso, ho fatto finire due vite. Quella di mia moglie e la mia”, ci racconta allora Pashko dal marciapiede. Ieri, la mattina di Sant’Antonio, resta fermo lì tutto il giorno. Si muove solo la domenica, per andare a firmare in Questura dei documenti. “Ho l’obbligo di firma, per ragioni di sicurezza. Mi hanno detto che non posso lasciare Padova per il primo anno”, spiega.
Pashko è stato rilasciato il 25 maggio dal Due Palazzi, e per qualche giorno ha cercato di riprendere in mano la sua vita. “Mi avevano dato dei riferimenti per avere aiuto in questi primi passi in libertà”, spiega l’ex detenuto. “Sarei dovuto andare in Psichiatria – aggiunge – per delle visite, ma non riescono a trovarmi un appuntamento. Ho cercato dei posti dove dormire, mi hanno indirizzato a strutture come la Casa a colori, ma non ho il denaro nemmeno per prendere il tram e andare in ospedale a questo punto. Non ho nemmeno un cellulare, userei le cabine telefoniche ma ho girato la città e ho visto che non ce ne sono più”.
Molte cose sono cambiate da quando per Pashko si sono aperte le porte del carcere. “Ovviamente la prima cosa che ho fatto è stata provare a cercare lavoro. Ma ho 66 anni, e dopo 12 in prigione sento che è impossibile”. I parenti a Trebaseleghe non sono raggiungibili. Pashko non ha più i numeri di telefono da tempo, e dal Due Palazzi non hanno mai risposto alle chiamate. Impossibile andare a trovarli, non gli aprirebbero nemmeno la porta. “Lo hanno giurato sulla Bibbia”, ripete l’uomo, “stargli lontano è l’unico modo per evitare spargimenti di sangue”. Oggi il 66enne dice di sentirsi chiuse tutte le porte. “Ho fatto un errore gravissimo, ma oggi fatico a trovare qualcuno che mi voglia o possa dare una mano. Credo di avere pagato il prezzo delle mie azioni. Vorrei solo una seconda opportunità”. (di Edoardo Fioretto)

