Hane Gjelaj, 46 anni, infermiera, mamma. Accoltellata e poi colpita in testa con una pietra dal marito
Moniego di Noale (Venezia), 27 Marzo 2012
Titoli & Articoli
Delitto di Noale, l’amica di Hanè:«Per lei la casa era come l’inferno» (il Gazzettino – 28 marzo 2012)
L’amica di Hana Gjelaj: il marito era geloso e la picchiava, lei mi diceva che non lo lasciava soltanto perché c’erano i figli
«Non doveva finire così. Era una persona eccezionale, sempre disponibile. Una gran lavoratrice che non si lamentava mai. Spero solo che quell’uomo, se si può ancora chiamare così, resti in galera per sempre. Gli dovrebbero dare delle coltellate e metterci sopra del sale per fargli sentire il dolore che ha causato a una donna straordinaria, a una madre che pensava solo a mantenere la famiglia».
Michela è durissima. Nessuna pietà per chi ha ucciso la sua amica Hanè Gjelaj. «L’ho conosciuta quando lavoravo in casa di riposo fino a due anni fa. Io nei servizi alberghieri, lei come assistenza agli ospiti. Era riservata, umile, di una disponibilità e generosità rare. Le dicevo “dai Hanè vieni a prendere un caffè” e se mi rispondeva che non aveva soldi le ribattevo che offrivo io. Ma niente. Perché doveva lavorare e perché se lo sapeva suo marito sarebbero stati guai.
Cosa vuoi dire? Ho insistito un po’. È stata una delle poche volte che si è lasciata andare. “Se tu sapessi. Qui per me è il paradiso, a casa è l’inferno. Mi controlla se ritardo a rientrare finito il turno, è convinto che lo tradisca. E mi picchia, quante volte si è messo in mezzo uno dei miei figli. E così le botte le abbiamo prese in due”».
Il racconto si interrompe. Michela a stento trattiene le lacrime: «Se le dicevo di lasciarlo, lei mi guardava e spiegava “resto per i figli, devono crescere e capire da soli se sono io che sbaglio o se è il padre”. La rivedevo al mercato, veniva senza che lui, Pashko Gjelaj, lo sapesse. Sempre più triste. E nonostante tutto sorrideva. L’altra sera quando sono corsa in strada, abito poco lontano da dove lui l’ha ammazzata come una bestia, ho riconosciuto subito la bici. Non volevo crederci».
Ieri mattina nella struttura di ricovero “Santa Maria dei Battuti”, dove Hanè era stata assunta cinque anni fa, le sue colleghe non hanno voglia di parlare. Sono sconvolte. Hanno appreso la notizia leggendo i giornali: «Straordinaria. Non ci sono altre parole per descriverla. Con noi. Con gli anziani che accudiva come fossero dei suoi parenti. Come faremo a dirglielo che adesso non c’è più?». Silvia è forse quella con cui era più in confidenza: «Parlava solo dei suoi figli. Ne era orgogliosissima. “Sono studenti modello” mi ripeteva. Aveva una fede incrollabile in Dio. È questo che l’ha fatta andare avanti sopportando tutto». Giudizio condiviso in pieno anche dal direttore Sandro Dal Corso: «Una operatrice esemplare. Quello che le è successo è atroce». (di Monica Andolfatto)
«Hane voleva lasciarlo per questo lui l’ha uccisa» (Corriere delle Alpi – 29 marzo 2012)
Uxoricidio di Moniego, le colleghe: «Domenica doveva parlarne con la madre» Nel luogo del feroce agguato mazzi di fiori lasciati dai bambini. Oggi l’autopsia
«Le dicevo: se così vivi male, torna in Albania da tua mamma. Ma lei non voleva lasciare i figli. Diceva: sto coi miei bambini, crescendo riusciranno a capire chi tra me e lui sta sbagliando. E ora, che stava per convincersi, ora che stava per parlarne con sua madre, ecco che quell’animale l’ha uccisa». A parlare è Mihaela, collega di lavoro e amica di Hane Gjelaj, massacrata dal marito Pashko lunedì sera in strada a Moniego.
Parole gonfie di dolore e forse anche di rimorso e impotenza le sue, per non aver insistito di più, per non essere stata abbastanza convincente. Mihaela voleva che quella storia finisse: aveva ascoltato le angosce e le paure di Hane e si era convinta che l’unica soluzione era scappare da quell’uomo. «Credeva che i figli, crescendo, avrebbero potuto capire e isolare quell’uomo», continua l’amica.
Oggi Pashko comparirà davanti al giudice David Calabria e sul corpo di Hane verrà eseguita l’autopsia dall’anatomopatologa Valentina Meneghini, a conclusione di un’indagine per cui il prefetto Domenico Cuttaia si è congratulato con i carabinieri. Ieri intanto Mihaela è tornata sul luogo del delitto. Ha portato un mazzo di fiori rossi, pensiero di tutte le colleghe della casa di riposo e lo ha legato alla recinzione del parcheggio dove Hane si è accasciata poco prima di morire. Dopo la famiglia, sono loro, le operatrici dell’ospizio di Noale, le più sconvolte da quanto accaduto. E anche quelle che portano più rancore: «Abbiamo paura che possa uscire presto di prigione, tante tra noi sono pronte a fargliela pagare per quello che ha fatto. Se sarà fuori e si farà rivedere da queste parti, andiamo noi da lui, coi mariti, e gli facciamo più male di quello che lui ha fatto a Hane». Rabbia e astio nelle parole delle colleghe. La casa di riposo era la sua seconda famiglia, le colleghe amavano quella donna e si facevano carico dei suoi problemi. Ma prima ancora di se stessa, per lei, c’erano i figli. Per Roland, Robert e Jozefina, Hane dava tutto. Per loro lavorava anche oltre il turno e non si concedeva neppure una pausa caffè.
Ma domenica Hane sarebbe finalmente dovuta andare in ferie. «Aveva chiesto qualche giorno per tornare in Albania dalla madre – racconta Mihaela – per parlare della sua situazione a casa. Potreva essere la svolta, ne sono sicura. E forse anche il marito l’aveva capito». Stava per separarsi da Pashko, fosse stato per lei lo avrebbe fatto da tempo, ma c’erano i figli. Non poteva lasciarli con lui, padre padrone, che lo stesso figlio Robert ha definito «un albanese vecchio stampo, possessivo e autoritario». E proprio ai tre figli ora va il pensiero delle colleghe di Hane. Una di loro, saputo della tragedia capitata a una donna a Moniego centro, aveva chiamato martedì mattina a casa Gjelaj e parlando con uno dei figli aveva chiesto di Hane: «Hane non c’è più – aveva risposto il figlio dopo una lunga pausa di silenzio – papà l’ha ammazzata».Intanto al dolore dei figli si unisce il cordoglio composto del paese. Il luogo del delitto, una graziosa aiuola di piante e sassi bianchi, è diventato una sorta di luogo di preghiera e memoria, dove portare fiori e raccogliersi qualche minuto in preghiera. Hanno fatto così anche alcuni bambini all’uscita da scuola, ieri, accompagnati da mamme e papà. (di Filippo De Gaspari)

