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Milena Sutter, 13 anni. Rapita all’uscita di scuola, strangolata e gettata in acqua con una cintura piombata.

Genova, 6 Maggio 1971


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La storia di Milena Sutter, rapita e uccisa dal 26enne Lorenzo Bozano a tredici anni (Fan Page)
Dodici giorni dopo la sua scomparsa, il 20 maggio 1971, Milena Sutter, 13 anni viene trovata cadavere sulla spiaggia di Quarto dei Mille (Genova). Figlia del ricco industriale Arturo Sutter, la piccola Milena era stata strangolata lo stesso giorno del suo sequestro. I sospetti cadranno su 26enne Lorenzo Bozano, rampollo di una nota famiglia borghese. Condannato all’ergastolo, Bozano è morto nel luglio del 2021, da semilibero.
Sei maggio, ancora pochi giorni alle vacanze, la primavera che euforizza e immalinconisce con i suoi giochi di luce, gli ultimi sforzi a scuola e poi un solo, lungo tuffo nell’estate. Milena, 13 anni ancora da compiere, si avvia lungo la strada che dalla scuola in via Peschiera porta alla villa dei suoi in riva al mare, nel cuore di Genova. Sono le 17 e solo mezzora la separa da una ripetizione di storia con una professoressa privata, a casa, ma nonostante non sia lontano, la ragazzina tarda in maniera sconveniente all’appuntamento. Anzi, non si presenta affatto e non è da lei. Milena, figlia del patron dei detersivi Arturo Sutter, studentessa alla scuola svizzera, è una ragazza educata e responsabile, che non si sottrae agli impegni.
Quella sera stessa, alle ore 21, Sutter padre sporge formale denuncia di scomparsa e si prepara alla prima lunghissima notte trascorsa sapendo la sua bambina fuori di casa, esposta ai pericoli, sola, nelle mani di sconosciuti. L’indomani, alle 9 e 34 minuti, il trillo del telefono della villa taglia l’apnea della silente attesa. Dall’altra parte della cornetta c’è l’uomo nero che ha preso la piccola Sutter: “Se volete Milena viva, prima aiuola Corso Italia”, dice. Cinquanta milioni di lire è il prezzo da pagare per rivederla; zero, invece, sono le prove che la ragazzina sia viva e nelle mani di chi, dall’altra parte, dà istruzioni. È il ’71, i rapimenti a scopo di estorsione sono all’ordine del giorno e l’industriale Sutter ha proprio il profilo del multimilionario a cui chiedere un mucchio di soldi. Scattano, dunque, le indagini, che sono immediate e rigorose e partono proprio dagli interrogatori delle compagne di scuola che hanno lasciato, alle 17, la piccola Milena serena e spensierata davanti alla scuola.
Il biondino della ‘spider’ rossa
Le testimonianze si incrociano nella descrizione di un giovane sotto la trentina, capelli biondi, alla guida di una Alfa spider rossa, visto sia nei pressi della scuola svizzera, sia nelle vicinanze di casa Sutter. Quella del ‘biondino’, però, non è un’immagine sovrapponibile con quella dell’uomo della telefonata, un professionista, qualcuno che lavora nell’ombra, sotto traccia. Non combacia, non convince, eppure è l’unica traccia in una vita pulita, scandita dal benessere e dall’ordine. Il ragazzo si mostra spavaldamente davanti alla scuola con un’auto fiammeggiante, ha 25 anni e si chiama Lorenzo Bozano, è di ottima famiglia e ha due passioni, una nobile, per le immersioni, l’altra, meno, per le ragazzine.
Chi è Lorenzo Bozano
Figlio di Paolo Bozano, imparentato con gli armatori di Costa Crociere, e della domestica, sposata, secondo i rumors, per riparare a una gravidanza accidentale, Lorenzo è un ragazzo che non riesce a collocarsi nella società. Sin da piccolo aveva manifestato una scarsa aderenza alle regole sociali tanto che fu proprio il padre a denunciarne, anni prima, pulsioni sessuali decisamente precoci e ‘incontrollate’ e una tendenza a piccoli furti che lo aveva contraddistinto a scuola, dove non aveva mai brillato. Lorenzo, è solo uno strambo ragazzo o è l’autore di questo spaventoso scherzo? Se lo chiedono gli investigatori, che restano cauti e in ascolto di nuove telefonate.
Il ritrovamento
Quindici giorni dopo il presunto rapimento di Milena, due pescatori danno l’allarme per quello che sembra un manichino galleggiante in un’ansa a 300 metri dalla spiaggia di Priaruggia, a Quarto dei Mille. I sommozzatori trascinano a riva un corpo irriconoscibile, mortificato dalla putrefazione, scarnificato dai pesci. Qualcuno, però, nota che ha ancora una camicetta a fiori, un paio di collant arrotolati sulle caviglie e una catenina (incisa) che fornisce un nome e un cognome che a Genova conosco in tanti. Milena, non ancora tredicenne, non ha visto sbocciare l’estate.
Quella sera stessa scatta un arresto, è quello del ‘biondino’, incriminato sia dalle testimonianze che da un biglietto con la scritta “affondare, seppellire, murare”, ritrovato da increduli investigatori dentro la sua camera.
Un caso che divide
Il corpo di Milena, infatti, è stato fatto ‘affondare’ con una cintura piombata da sub. Quanto alla causa della morte, invece, l’autopsia stabilisce che si è trattato di strozzamento, avvenuto presumibilmente la stessa sera della scomparsa. Impossibile, invece, dire se sia stata vittima di violenza sessuale. Oltre i confini di Genova, dove l’eco del delitto ha risuonato forte, l’omicidio della piccola Sutter ha scosso, ferito, incuriosito le folle che leggono avidamente dai giornali tutti i particolari. Lui si dichiara innocente, i giudici lo rinviano a giudizio con 23 indizi e lui, che nel frattempo ha messo via la spider e tagliato i capelloni, si presenta serafico e calmo al processo.
Il verdetto
Il giudizio di primo grado, infatti, lo assolve, tanto che nel frattempo, tornato libero, il biondino si sposa e apre un negozio. Quando la tempesta sembra lontana, invece, l’appello lo condanna all’ergastolo. È una sentenza inaspettata, ma non per lui, che infatti ha messo in atto il suo piano B: la fuga. Insieme alla moglie, Eleonora si rifugia prima in Africa poi in Francia, dove viene arrestato, espulso in Svizzera e da lì estradato in Italia. Nel ’79 comincia a scontare la condanna per sequestro, omicidio e occultamento di cadavere e anche dopo l’ingresso in carcere continua a esercitare una sinistra fascinazione sul pubblico, soprattutto femminile.
Nel 1990, vent’anni dopo la notte del 6 maggio, gli viene concessa la semilibertà.
L’Italia si divide di nuovo. Qualcuno pensa sia innocente, qualcun altro che debba marcire in galera, altri ancora che ha diritto al riscatto in ogni caso: nessuno, comunque, lo ha dimenticato. Un Bozano appesantito dagli anni e ormai stempiato, torna libero e mette su, all’Elba, un allevamento di polli. Anche stavolta non riesce a tenersi lontano dal carcere e viene multato per non aver dichiarato al fisco i guadagni, perdendo così i benefici di legge. È il 1996. Nel ’97, un nuovo sconcertante episodio lo bolla di nuova: Bozano finisce sulle pagine di cronaca per aver molestato, fingendosi un poliziotto, due ragazzine minorenni. Marzia, la nuova compagna lo lascia, lui torna dentro. Segue nel 2011 un nuovo riesame della semilibertà che fallisce, mentre nel 2019 arriva il sì. Bozano  muore nell’agosto del 2021 per un malore.
L’epilogo
Più di quattro decenni prima del delitto Yara Gambirasio, l’omicidio di Milena ha mostrato all’Italia la banalità del volto dell’orco. Quello apparentemente normale, che si nasconde mostrandosi, che bracca alla luce del giorno, seduto dentro un’auto, l’oggetto dei suoi desideri. Attendendo solo il momento in cui potrà mettervi sopra mani che ardono stringere forte. (di Angela Marino)

 

Raiuno, i processi di Curzi sotto accusa (il Manifesto – 18 ottobre 1996)
“La storia di Milena è ridotta a un fumettone”. La famiglia Sutter chiede di bloccare il film sul “caso Bozano”, previsto per il ciclo “I grandi processi” che parte questa sera alle 20.50 su Raiuno
E’ ACCOMPAGNATO da una polemica il ritorno alla Rai di Sandro Curzi che, da oggi alle 20.50 sulla prima rete conduce la serie I grandi processi, dedicata a casi giudiziari emblematici che, dal dopoguerra agli anni ’80, divisero gli italiani. Sette film tv che ricostruiscono altrettanti casi, seguiti da un dibattito. “Una tortura che continua da 25 anni. E ora anche la Rai infierisce, riducendo la tragica storia di Milena a un fumettone tv, con tanto di spettacolo e di televoto”. Così la famiglia di Milena Sutter, la tredicenne uccisa a Genova, dopo un lungo sequestro, nel ’71, dice che non ci sta. Non vuole che la storia, prevista nell’ultima puntata, vada in onda. E annuncia che, “dopo lunghi e infruttuosi tentativi amichevoli con la tv di stato”, si è rivolta ai magistrati chiedendo la cancellazione del film. La prima udienza è stata fissata per il 25 ottobre.
Il fratello di Milena, Aldo Sutter, spiega: “Abbiamo saputo del film dai giornali nell’ottobre ’95, e abbiamo contattato l’allora presidente Moratti. Ho visionato il filmato e trovo che sia un grande fumettone che ha il solo merito di violare ferocemente la nostra privacy. La ricostruzione della vicenda è assolutamente non conforme alla realtà, non aggiunge niente e riduce tutto a uno spettacolo non degno di una società che rispetta i diritti dei singoli“. E afferma: “Colpiscono il disinteresse di Siciliano e la superficialità di Curzi”. Rispondono Tantillo, direttore di Raiuno, e Curzi. “Il dovuto e sentito rispetto per il dolore della famiglia Sutter non può opporsi al valore della memoria e al significato di una attenta riflessione sui casi che hanno segnato la nostra società – dice il primo – La ricostruzione è stata curata con il massimo scrupolo e senso di responsabilità, al di fuori di qualunque spettacolarizzazione. Non mancherà la sensibilità che il caso richiede. La trasmissione non vuole proporre nuovi giudizi”. Curzi si dice “tranquillo, anche se non ho ancora visionato il materiale relativo alla puntata. Posso garantire il massimo della correttezza e della cutela anche se riteniamo che casi simili facciano parte della storia del Paese e non siano più solo vicende private. Le indicazioni della magistratuta saranno rispettate”. Il ciclo presenta i casi Fenaroli, Bebawi, Graziosi, Braibanti, Redoli, Vulcano e Bozano. I film sono stati girati da Tescari, Jalongo, De Santis, Bertini, Martelli, Grimaldi e Farina.

Milena Sutter rapita e uccisa dal «biondino» della spider. Il fratello: «Mia sorella aveva 13 anni, vivevamo in simbiosi» (Corriere della Sera – 11 agosto 2026)
Il caso Sutter a Genova, nel 1971: l’Italia è sotto choc. La richiesta di riscatto, il corpo nella baia di Priaruggia
In casa è Mimì, la bella, gioiosa, sportiva Mimì. Nata con il favore delle stelle che le avevano regalato una famiglia unita e agiata e un’energia inesauribile, Mimì studia e pattina, studia e gioca a tennis, studia e nuota e quando arriva l’inverno mette gli sci e scende così veloce dalle piste di St. Moritz che l’allenatore della nazionale svizzera l’ha convocata con la squadra giovanile, avendo lei la doppia cittadinanza. Milena Sutter, Mimì, ha 13 anni e mille sogni: diventare un’atleta, fare l’interprete, poi c’è Claudio, «Claudio my love», e l’Inghilterra, «vorrei vivere lì… in una casetta piccola ma carina fuori città… e vorrei anche avere un collie». Ma un giorno di primavera tutto finisce in un vortice nero.
È il pomeriggio del 6 maggio 1971. Milena, figlia del noto industriale della cera per pavimenti Arturo Sutter, esce alle 17 dalla scuola svizzera di Genova dove sta terminando l’ultimo anno delle medie. Cartella in spalle, va verso la vicina stazione Brignole per prendere il bus che l’avrebbe riportata a casa, ad Albaro, elegante zona residenziale della città. Ma a casa Mimì non arriva e non è da lei tardare. «Siamo andati subito a cercarla, al basket, telefonate a scuola, ero preoccupatissimo… io vivevo in simbiosi con lei», ricorda oggi l’imprenditore Aldo Sutter, che allora aveva 11 anni ed era il fratellino da proteggere, l’ombra di Mimì. Papà Arturo e sua moglie Flora Van Glabbeek, belga di famiglia benestante, escludono l’allontanamento volontario. La conferma arriva il giorno dopo, quando a casa Sutter squilla il telefono: «Se volete Milena viva 50 milioni, prima aiuola di corso Italia». Clic.
Il sospettato. È l’inizio di un calvario. Anche perché a quella prima telefonata (un problema tecnico ha impedito la registrazione) farà seguito un angosciante silenzio e nell’aiuola di corso Italia l’indizio c’è: la cartella di Mimì. Si tratta di un rapimento. «I miei erano pronti a pagare il riscatto», precisa Sutter. Siamo agli albori di un terrorismo che si finanzia con rapine e sequestri di persona e a Genova c’era stato quello di Sergio Gadolla, 19 anni, figlio di un noto costruttore già presidente del Genoa. Fu rapito proprio ad Albaro sette mesi prima, il 5 ottobre, e liberato il 10 dopo il pagamento di 200 milioni. La firma era quella del gruppo XXII Ottobre che progettava la rivoluzione di matrice marxista-leninista nella Genova industriale del post Sessantotto, socialmente divisa fra i quartieri alti come Albaro e quelli operai del porto. Ma il sequestro di Milena è diverso. «È una cosa fra borghesi», alza le spalle don Andrea Gallo, il prete degli ultimi che fra i carruggi è un’istituzione. Don Gallo sa che gli inquirenti battono la pista di un giovane visto da alcuni testimoni vicino alla scuola svizzera con una spider sgangherata. Si tratta di Lorenzo Bozano, 25 anni, rampollo di una delle famiglie più facoltose di quegli anni.
Rampollo denunciato. Nonno imprenditore, nonna nobile della dinastia De Ferrari, il padre imparentato con gli armatori Costa, Lorenzo detto Lencio, primo di sei fratelli, è un perdigiorno ripudiato dal padre che qualche anno prima l’aveva pure denunciato in Procura con parole durissime: «Lorenzo è cinico, brutale, simulatore, incline al furto… È inammissibile che continui a essere a piede libero, che possa rientrare in casa per svaligiare, rubare e compiere atti irreparabili, come incendi o omicidi». E così da tempo il Lencio non abita più nella grande villa di famiglia a Quarto. Non studia, non lavora, ama gironzolare con la spider che è il suo inconfondibile biglietto da visita. Diventerà «il biondino della spider rossa», anche se biondino non è. Distinto, simpatico, la disinvoltura del playboy, vive da diseredato in una stanza in affitto ed è sempre a corto di soldi. Gli investigatori decidono di trattenerlo per qualche ora e procedono a una perquisizione. Trovano un appunto: «Affondare… seppellire… murare…». C’è anche una scaletta oraria: ore 9 telefonata n. 1 con fornitura di prove; ore 9.30 telefonata n. 2 con conferma pagamento…
Quattordici giorni dopo la scomparsa, lo choc. Nella baia di Priaruggia, sette chilometri dal centro di Genova verso levante, due pescatori notano un corpo affiorare dalle acque. È un cadavere, scarnificato dai pesci, irriconoscibile. Attorno alla vita ha una cintura da sub e al collo una catenina con un nome: «Milena». Gelo. I medici legali non hanno dubbi: è lei ed è stata strangolata. Nessun segno di violenza sessuale. Epoca della morte: il giorno della scomparsa. Gli inquirenti ricordano quell’appunto, «Affondare…» e l’attrezzatura da sub trovata in un box a disposizione di Bozano a cui mancava la cintura con i piombi. Decidono di arrestarlo quella sera. «Non conosco quella ragazza, ero davanti alla scuola per caso». Ma c’è chi ricorda di averlo visto anche davanti alla villa dei Sutter. «Andavo lì per vedere le gambe di una cameriera…». Scoprono poi che l’appunto è stato scritto dopo una serata trascorsa con gli amici a discutere del sequestro Gadolla davanti a una birra: «Io ce la farei da solo — aveva detto — prendi una persona, un bambino, lo uccidi subito per ridurre al minimo i rischi e poi chiedi il riscatto».
Tutto porta a lui. Ma c’è un buco: nessuno ha visto Milena salire nella spider. «Insufficienza di prove», conclude la Corte d’assise al termine di un processo molto seguito dal pubblico. La sentenza suscita l’indignazione dei Sutter. «Dopo l’assoluzione incontrai per strada il giudice e non seppi trattenermi. “Si vergogni!”, gli urlai», ricorda la madre di Milena, Flora Van Glabbeek, oggi 98enne, in un’intervista concessa a Graziano Cetara del Secolo XIX e inserita in un bel libro sul caso («Milena Sutter, verità e misteri sul delitto del biondino della spider rossa»). Bozano esce pimpante dal carcere, apre un negozio e convola a nozze con Eleonora Guerrini, conosciuta da detenuto. Ma al processo d’appello, messi in fila tutti gli indizi, ne contano 44, il ribaltone. «Bozano da oltre un mese faceva posta a Milena riuscendo a stabilire con lei un rapporto di amichevole conoscenza o simpatia…», scrive la Corte ricordando che sulla collina da lui frequentata c’era una fossa scavata di recente con dentro un piccone e un badile della villa del padre. Il che spiegherebbe quel «seppellire» come alternativa all’«affondare». Gli elementi d’accusa sono troppi: ergastolo.
Bozano fugge con Eleonora in Africa, poi in Francia dove viene arrestato, espulso in Svizzera ed estradato in Italia. «Si è potuto permettere il miglior avvocato di Francia, Robert Badinter, ministro della Giustizia con Mitterand. Chi lo finanziava?», si chiede Sutter. Comunque sia, nel 1979 il Lencio comincia a scontare l’ergastolo nel carcere di Porto Azzurro, all’Isola d’Elba, e continua a protestarsi innocente. Elabora un dossier nel quale contesta l’autopsia, confuta la dinamica dell’aggressione e lancia sospetti su quel Claudio per il quale Milena sembrava palpitare. «Lui sì era biondo, non io. E aveva una spider rossa». Bozano vuole la revisione del processo e crea scompiglio tirando in ballo anche la massoneria che avrebbe condizionato i giudici. «Non ho mai avuto dubbi su di lui e neppure gli inquirenti — taglia corto Sutter — Il punto interrogativo per me è Isabelle Delsaux, compagna di classe e miglior amica di Mimì. È stata sentita una sola volta e poi se n’è andata all’estero con la famiglia senza dire più nulla. La cosa è un po’ strana perché erano cari amici di famiglia».
Milena aveva 13 anni e stava sbocciando come un fiore, il Lencio ne aveva 25 e tanti grilli per la testa.
Figli della Genova bene, lei non ha vissuto, lui sì, in carcere. Il 30 giugno del 2021, dopo la libertà condizionale, si è tuffato nel mare di quell’isola d’Elba dove ha trascorso la maggior parte dell’esistenza. Qualche bracciata, poi un lungo silenzio e infine un urlo: «C’è un uomo nella risacca!». È lui e non dà segni di vita. Cinquant’anni dopo Milena, ancora il mare. «Mio fratello era anche timido, educato e garbato», si commuove Jolanda che gli era rimasta vicina. A casa Sutter hanno riaperto il cassetto delle foto di Milena. «È la fine di un tormento», sospira Aldo. Ma mamma Flora non dimentica, non può: «Resterà per sempre il bandito che ha ucciso la mia Mimì».  (di Andrea Pasqualetto)